di Chris Hedges
I poliziotti compiono azioni a caso di uccisione legalizzata contro persone di colore povere, non perché sono razzisti, anche se forse lo sono, o perché sono poliziotti canaglie, ma perché le comunità urbane impoverite si sono trasformate in stati di polizia in miniatura. La polizia può fermare i cittadini quando vuole, interrogarli e arrestarli senza una causa probabile, può abbattere a calci le porte in piena notte in base a mandati per reati non violenti, può eseguire una sorveglianza totale, confiscare proprietà e denaro e trattenere le persone – alcune di loro innocenti – nelle prigioni di contea per anni, prima di costringerle ad accettare patteggiamenti che li mandano in carcere per decenni. Possono anche ucciderle, in gran parte con impunità.
Coloro che vivono in questi stati di polizia, o colonie interne, specialmente giovani uomini di colore, sopportano costante paura e spesso terrore. Michelle Alexander, autrice del libro: “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness [Il nuovo Jim Crow: carcerazione di massa nell’epoca del daltonismo], definisce coloro che sono intrappolati in queste enclave: membri di un criminale “sistema di caste.” Questo sistema domina la vita non soltanto dei 2,3 milioni di persone che sono in carcere negli Stati Uniti, ma anche i 4,8 milioni in libertà vigilata o in libertà per buona condotta. Altri milioni sono costretti a restare in una “cittadinanza permanente di seconda classe” a causa dei loro precedenti penali che rendono l’impiego, l’istruzione superiore e l’assistenza pubblica, compreso l’alloggio, difficili e spesso impossibili da ottenere. E questo viene fatto di proposito.
La retorica della compassione, e anche dello sdegno, da parte della classe politica riguardo alle uccisioni della polizia a Baton Rouge, Louisiana, e vicino a St.Paul, Minnesota, non si trasformeranno in un cambiamento fino a quando ai poveri non saranno garantiti i pieni diritti costituzionali e fino a quando la polizia non dovrà riferirne alla legge. Tuttavia lo stato aziendale che sta espandendo il numero dei poveri per mezzo dell’austerità e della deindustrializzazione, non ha alcuna intenzione di istituire qualcosa di più di una riforma superficiale.
La globalizzazione ha creato un serio problema di “surplus” di lavoro o di lavoro “ridondante” nei paesi deindustrializzati. Lo stato la cui economia è in gran parte controllata dal governo ha risposto al fenomeno del “surplus” di lavoro con il terrore di stato e con la carcerazione di massa. Ha costruito un meccanismo fisico e legale che sta in agguato, come un bacillo della peste nel corpo politico da dover imporre su tutti noi, se più ampi segmenti della società resisteranno.
La fisica della natura umana stabilisce che più a lungo lo stato si impegna in omicidi legali non discriminanti, specialmente quando quelle uccisioni possono essere documentate con un video o un filmato e diffuse al pubblico, più alimenta le uccisioni fatte per vendetta a cui abbiamo assistito a Dallas. Questa violenza usata per vendetta serve gli interessi dello stato la cui economia è in gran parte controllata dal governo. L’assassinio dei cinque poliziotti di Dallas permette allo stato di divinizzare i suoi tutori dell’ordine con le divise blu, demonizzare coloro che protestano contro le uccisioni della polizia e giustificare maggiori misure di oppressione, spesso in nome della riforma.
Questa spirale verso il basso di violenza e violenza usata per vendetta non si fermerà fino a quando l’ideologia dominante del neoliberalismo non sarà eliminata e lo stato con l’economia controllata dal governo non verrà smantellato. La violenza e il terrore, mentre il capitalismo aziendale punisce segmenti sempre più grandi della popolazione, sono e resteranno, gli strumenti essenziali di controllo.
Nessuno, a eccezione delle élite, sostiene le politiche neoliberali. I cittadini non vogliono che i loro impieghi vengano portati oltremare, che le loro scuole e biblioteche vengano chiuse, che i loro fondi per le pensioni vengano rubati, che vengano fatti tagli ai programmi come la Sicurezza Sociale e i benefici pubblici, non vogliono i salvataggi di Wall Street da parte del governo o che le forze di polizia militarizzate pattuglino i loro quartieri come se fossero eserciti stranieri di occupazione – cosa che in molti modi sono. Queste politiche devono essere imposte a un pubblico riluttante, e questo si ottiene soltanto attraverso la propaganda, compresa la censura e la coercizione.
Sfortunatamente, tutte le richieste di riforma da parte della classe politica subito dopo le recenti uccisioni per mano della polizia, peggioreranno le cose. La riforma è stata per lungo tempo un sotterfugio per l’estesa repressione della polizia. Questo processo insidioso è documentato nel libro di Naomi Murakawa:“The First Civil Right: How Liberals Built Prison America” [Il primo diritto civile: come i liberali hanno costruito le prigioni in America].
La Mukarawa ha scritto che i legislatori, specialmente quelli liberali, “hanno affrontato la violenza razziale come se fosse una carenza amministrativa.” Hanno quindi messo in atto “ulteriori procedure e professionalizzazione” per “definire l’uso accettabile della forza.” L’autrice del libro fa notare che hanno replicato alla violenza della folla espressa con il linciaggio, con un sistema di uccisioni sanzionate dallo stato, o con la punizione capitale. “Il marchio liberale della criminalizzazione razziale e della de-razzializzazione, ha legittimato un danno penale estremo per gli afro-americani; più l’apparato carcerario era basato sui diritti e legato alle regole, maggiore disparità razziale era isolabile come ‘vera’ criminalità nera.” In altre parole, allo stato “era permessa violenza senza limiti purché si conformasse a leggi chiaramente definite, a un protocollo amministrativo e a un processo regolare,” mentre coloro che erano vittime di questa violenza si diceva che fossero colpevoli a causa delle loro ipotetiche inclinazioni criminali.
La cosiddetta “professionalizzazione” della polizia, la reazione standard alla brutalità della polizia, ha sempre avuto come conseguenza ulteriori risorse, armi militarizzate e denaro dato alla polizia.
E’ stata sempre accompagnata, contemporaneamente, da minore responsabilità della polizia e da maggiore autonomia di questa per privare i cittadini dei loro diritti, e anche da un’espansione dell’uso di forza letale.
Se lo stato di assedio dei nostri ghetti venisse tolto, se ai prigionieri venisse permesso di tornare
nelle loro comunità e se gli sfratti che distruggono la coesione e la solidarietà di un quartiere dovessero terminare, lo stato la cui economia è in gran parte controllata dal governo affronterebbe una ribellione. E lo stato lo sa. Deve mantenere questi stati di polizia incapsulati, se deve continuare nella spinta inarrestabile a impoverire il paese in nome dell’austerità. Il continuo taglio o chiusura dei pochi servizi sociali che impediscono alla gente di arrivare alla destituzione totale, la massiccia disoccupazione che non viene mai affrontata, la disperazione, la mancanza di speranza, il rifugio nelle droghe e nell’alcol per alleviare il dolore, il pesante fardello della servitù del debito che vede le famiglie sfrattate, la lotta disperata per fare soldi con l’economia illegale e le bancherotte forzate riguardano tutte il controllo sociale, e funzionano.
Lo stato insiste che per combattere la “illegalità” di coloro che ha demonizzato, si deve liberare dalle limitazioni della legge. L’assoggettamento senza restrizioni e arbitrario di un gruppo disprezzato, privato della parità davanti alla legge, mette la polizia nella condizione di impiegare tattiche brutali contro la società più ampia.
Hannah Arendt scriveva: “Le leggi che non sono uguali per tutti, ripristinano i diritti e i privilegi, cosa che è antitetica proprio rispetto alla natura degli stati-nazione.” “Più chiara è la prova della loro incapacità di trattare le persone senza stato come persone legali, e maggiore è l’estensione del governo arbitrario per decreto della polizia, più difficile è per gli stati resistere alla tentazione di privare tutti i cittadini dello status legale e di governarli con una polizia onnipotente.”
Gli stati di polizia in miniatura sono dei laboratori. Forniscono allo stato la cui economia è in gran parte controllata dal governo gli apparati, la giustificazione legale e la competenza di togliere all’intero paese i diritti, la ricchezza e le risorse. E questo, alla fine, è lo scopo del neoliberalismo.
Il neoliberalismo, come tutte le ideologie utopiche, richiede di bandire l’empatia. L’incapacità di provare empatia è l’ingresso in un male spesso compiuto in nome del progresso. Un mondo senza empatia rifiuta come se fosse un’assurdità l’appello ad amare il tuo prossimo come te stesso. Eleva il culto dell’ego. Divide il mondo in vincitori e vinti. Celebra il potere e la ricchezza. Coloro che vengono scartati dallo stato aziendale, specialmente le persone di colore povere, sono considerati come vite non degna di vita. Si nega loro la dignità del lavoro e l’autonomia finanziaria. Si nega loro un’istruzione e un’assistenza sanitaria appropriata, il che vuol dire che molti muoiono di malattie che si possono prevenire. Vengono criminalizzati. Sono intrappolati dalla nascita alla morte in squallidi stati polizieschi. E vengono incolpati della loro stessa infelicità.
I lavoratori bianchi privati del diritto di voto, anche essi vittime della deindustrializzazione e del neoliberalismo, affluiscono in gran numero ai comizi di Donald Trump bloccati da questa mancanza di empatia. L’odio dell’altro offre loro un senso di protezione psicologica. Infatti, se si vedessero in coloro che hanno demonizzato, se potessero esprimere empatia, dovrebbero accettare che quello che si fa ora alle persone povere di colore, sarà fatto a loro. Questa verità è troppo difficile da accettare. E’ più facile dare la colpa alle vittime.
Le nostre élite politiche, invece che occuparsi della crisi, la peggioreranno. Se non ci ribelliamo, la barbarie, compreso l’omicidio legalizzato, che è la realtà quotidiana per i poveri di colore, diventerà la nostra realtà. Dobbiamo rovesciare lo stato la cui economia è in gran parte controllata dal governo. Dobbiamo liberarci dall’ideologia velenosa del neoliberalismo. Se rimarremo schiavi, presto dovremo sopportare l’incubo che affligge il nostro prossimo.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Truthdig
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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