La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 14 febbraio 2016

Tra Schengen e la libertà

di Seila Bernacchi
Se provassimo a proiettare una sintesi di ciò che sta accadendo in Europa sulla questione dei migranti ci troveremmo verosimilmente di fronte alla narrazione che segue.
Si deciderà nel consiglio europeo del 18 e 19 febbraio prossimo se l’Unione europea ricorrerà all’articolo 26 del trattato di Schengen per prevederne la sospensione fino a due anni. Ciò significherebbe ripristinare i blocchi frontalieri sospendendo la libera circolazione di merci e persone.
Frattanto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, annuncia l’avvio di una missione, richiesta da Germania, Turchia e Grecia per intensificare il pattugliamento del Mar Egeo come misura di contrasto agli scafisti e ai trafficanti umani impedendo così (o limitando) – si dice – la morte in mare dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa.
A settembre ci fu la morte di Aylan, il bimbo siriano di tre anni morto assieme alla madre e al fratello Galip, 5 anni. La foto del suo cadavere riverso sulla spiaggia di Bodrum fece il giro del mondo e spinse Angela Merkel a indossare i panni dell’eroina umanitaria dichiarando che a tutti i profughi siriani sarebbe stato riconosciuto diritto d’asilo (salvo poi, come abbiamo ricordato, riconoscere il regime di Erdogan, autore di massacri quotidiani a danno dei kurdi, come valido e indispensabile alleato per la gestione dell’immigrazione).
Pochi giorni dopo la tragica morte di Aylan, l’Ungheria di Orban ultimò la costruzione del muro di filo spinato sul confine serbo per impedire il transito di migranti nel Paese magiaro diretti verso i paesi dell’area Schengen.
A novembre dopo gli attentati terroristici a Parigi, sull’onda del presunto collegamento profughi-terroristi, sono ripresi i controlli in sei stati dell’area Schengen: Austria, Danimarca,Francia, Germania, Norvegia e Svezia.
Intanto i migranti già arrivati in Europa dall’inizio del 2015 provavano a proseguire il loro viaggio ora bloccati e resistenti a Ventimiglia e a Calais ora nei centri d’accoglienza, che dovevano essere trasformati a settembre nei cosiddetti hotspot, per l’identificazione e la presa in carico delle richieste d’asilo.
Poi la Commissione europea ha deliberato la relocation di 160.000 migranti, la loro redistribuzione cioè nei diversi stati dell’Unione e pochi giorni fa l’Italia e la Grecia sono state duramente bacchettate per non aver proceduto efficacemente al compito di identificazione per la ricollocazione o il respingimento in patria dei profughi arrivati.
C’erano stati i più di trecento morti a largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, non contati e presumibilmente molti di più quelli del 12 aprile 2015, c’è stato Aylan e adesso ogni volta che si annunciano nuovi naufragati si specifica se sono bambini e quanti. In realtà nemmeno i bambini fanno più notizia.
Noi possiamo solo ribadire quanto abbiamo già scritto e quanto studiosi e osservatori dei fenomeni migratori continuano a ripetere.
Possiamo cioè banalmente far osservare la colpevole altalena istituzionale tra la retorica mediatica dell’accoglienza e la strategia del contenimento; possiamo continuare a suggerire la necessità di istituire corridoi umanitari in prossimità dei luoghi di fuga e l’opportunità di avere una comune visione europea sulla gestione delle dinamiche migratorie promuovendo ad es. l’istituzione di una guardia costiera europea per il pattugliamento e il salvataggio; possiamo recriminare la costruzione di centri d’accoglienza adeguati e usati correttamente (a dicembre l’organizzazione Medici Senza Frontiere ha annunciato di ritirare la sua collaborazione con il centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo e con i centri di accoglienza straordinaria della provincia di Ragusa per denunciare lo stato in cui versano queste strutture, infestate da blatte, igienicamente trascurate, sovraffollati, vere e proprie strutture di detenzione disumana in cui è impossibile avviare un efficace percorso di individuazione e cura dei soggetti vulnerabili, vittime di tortura, di stupro o affetti da disturbo post-traumatico da stress ).
Possiamo lamentarci del ping pong, in corso da troppo tempo, di responsabilità nazionali versus responsabilità europee.
Possiamo ancora denunciare come la pavidità di fronte alle spinte xenofobe e populiste finisca con il far collassare qualunque tentativo di decisione lungimirante ed efficace. Possiamo far notare come la paura terroristica non possa essere né vinta né esorcizzata innalzando muri o detenendo in condizioni inumane chi giunge poiché la frustrazione e l’isolamento provocano ghettizzazione e reiterare la separazione noi/loro non può che avere effetti negativi sulla pacifica convivenza e sulla possibilità di integrazione civile e sociale.
Sono, queste, osservazioni neanche troppo sofisticate di chi osserva ma non ha né la possibilità né il dovere di mettere in campo azioni politiche.
Sappiamo però che oltre a quello che possiamo ricordare c’è anche qualcosa che dobbiamo fare: vigilare sulla verità e sulle parole che intendono rappresentarla.
Allora dalla melma confusa prodotta da scelte confuse un po’ di cose – anch’esse in fondo banali – vanno fatte emergere. La prima è che non esiste più – ciò vale anche per chi si occupa di informazione – un’ “emergenza” migranti.
Qualunque fenomeno si protrae con caratteristiche più o meno analoghe per intensità e durata non può essere definito emergenza e non si può continuare a gestirlo come un’emergenza. La seconda riguarda un’operazione di verità che non può sfuggire a chiunque abbia esperienza e attenzione per i processi umani. Alzare un muro, ripristinare i confini, pattugliare le acque, non costituirà un deterrente per i migranti. Il loro arrivo è l’esito di una scelta. Contrastare l’esito di quella scelta non eliminerà i motivi che stanno alla base del suo compimento.
I profughi siriani, afghani, iracheni (che sono la maggioranza degli arrivi degli ultimi anni) non smetteranno di cercare fuori dalle loro guerre e dalla loro disperazione un luogo di pace e di ricostruzione personale. Cercheranno sempre, citando Montale, “una maglia rotta nella rete che ci stringe”.
Allora anche la nostra Europa deve fare una scelta che è già dall’inizio sempre la stessa e la prima da fare. E’ una scelta che precede le altre e che è stata umiliata nell’inversione logica di mezzi e volontà.
Quello che dobbiamo scegliere in primis non è il numero di navi da dispiegare nel Mediterraneo e nell’Egeo, la consistenza dei fondi da destinare, le procedure di presa in carico (mezzi). Essa non è nemmeno stabilire quanti, dove e in che modo, determinando un paternalismo umanitario ridicolo e pericoloso. Se io fuggo da una guerra intendo salvarmi per poter determinare la mia vita in modo libero, definendo bisogni e desideri, parto da un luogo e decido una destinazione; questa può essere in un primo momento già delineata (perché magari ho dei parenti in Norvegia) o può assestarsi in itinere. Pensare di trattare i migranti come pacchi imballati da spedire in Olanda piuttosto che in Italia significa disconoscerne il valore personale e relegarli alla dimensione di carico da smaltire.
Infondo è tutta qui e solo questa la decisione. Chi vogliamo essere e chi pensiamo che gli altri siano o possano aspirare ad essere. L’incoerente ipocrisia di invocare le parole dei valori altisonanti di una società liberale e solidaristica contro la xenofobia populista per poi procedere fieri alla messa in campo di un’umanità ragionieristica presenterà il conto e il saldo finale non sarà la sconfitta del populismo fascista ma l’idea stessa dell’autodeterminazione che la libera Europa vorrà abbracciare. Se l’articolo 26 del trattato di Schengen verrà applicato, il confine tracciato non sarà quello tra stati e uomini di passaggio ma tra il diritto di essere uomini liberi perché uomini e il diritto di essere liberi perché appartenenti a una fortunata geografia.

Fonte: Caratteri Liberi

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