di Giacomo Capuozzo e Giovanni Landi
La presentazione dellaBarcelona Declaration è stata il punto di approdo del Thematic Meeting on Public Space di HABITAT III, tenutosi il 4 e 5 aprile nel capoluogo della Catalogna.
La conferenza di Barcellona si è inserita nel ciclo di incontri internazionali di preparazione alla United Nations Conference sull’abitare e lo sviluppo urbano sostenibile, organizzata ogni venti anni dalle Nazioni Unite e giunta alla sua terza edizione. HABITAT III, in programma a Quito, in Ecuador, dal 17 al 20 ottobre 2016, promette di elaborare una “New Urban Agenda” per un mondo che, nel frattempo, ha continuato a urbanizzarsi in maniera inarrestabile.
La crescita delle metropoli è un dato noto, sebbene non sempre nelle sue reali dimensioni e nelle sue conseguenze potenziali. Secondo le stime, più del 90% dell’incremento demografico dei prossimi 30 anni si stanzierà in contesti macro-urbani, il che porterà, nel 2050, a un livello di urbanizzazione mondiale pari al 65% (oggi supera di poco il 54% mentre nel 1976, anno della prima conferenza HABITAT a Vancouver, sfiorava appena il 38, divenuto 45 nel ‘96, quando ha avuto luogo ad Istanbul HABITAT II).
Questa nuova metropoli gigantesca è allora chiamata a guardare in faccia la realtà della sovrappopolazione, dell’inquinamento, della crisi abitativa e turistica, della mobilità in-sostenibile, della fatica a mantenere spazi vitali di cittadinanza. Mostrandosi centro di aggregazione di tutta un’umanità in cerca di sopravvivenza o di auto-realizzazione, la metropoli diventa anche l’impero privilegiato di chi ha interesse ad organizzare la società nel culto dell’acquisto e del consenso, risucchiando nelle maglie della new economy ogni produzione collettiva senza pagare il conto, confondendo infine consumatore e consumato.
Il meeting HABITAT di Barcellona, ospitato nei palazzi dell’Università, ha avuto dunque il compito di licenziare una dichiarazione sullo spazio urbano che si affiancasse a quelle dei meeting gemelli sparsi per il mondo, al fine di fornire impulsi e idee all’assemblea finale di Quito. Ai contenuti della Dichiarazione hanno inoltre contribuito le risultanze di un evento immediatamente precedente, ovvero l’incontro della Global Platform for the Right to the City, tenutosi il 2 e 3 aprile nella medesima sede.
Il perché della scelta di una città come Barcellona, naturalmente, si rintraccia anche nello sforzo della giunta di Ada Colau (eletta nel giugno del 2015 con l’appoggio di Podemos), di farsi interprete di una differente gestione dello spazio urbano e delle sue emergenze, cercando di sposare con politiche concrete le due parole chiave del nuovo urbanesimo ‘inclusivo’: accesso ediversità. E infatti il meeting è stato anche l’occasione per l’Ajuntament de Barcelona di mostrare le sue “pratiche di pubblico” sperando di renderle esemplari.
La lotta alla gentrificazione e alla turistificazione, ben descritte dal documentario Bye Bye Barcelona(2014) e notevolmente cresciute negli ultimi anni in Catalogna, è passata soprattutto per la realizzazione di un piano volto a porre un deciso freno al proliferare di short-termrentals (“ed evitare che Barcellona finisca come Venezia”, dichiarava Colau all’indomani della sua elezione).
Sul piano dell’urban planning and design, altro elemento chiave del processo HABITAT, l’amministrazione Colau ha dichiarato di tenere in grande considerazione l’idea delle opere pubbliche come strumento di eguaglianza sociale, impegnandosi a scegliere i medesimi standard estetici e funzionali in tutte le zone della città, ricche e meno ricche.
Ma l’idea su cui Barcellona sta investendo maggiori energie è forse quella dei cd. supermanzana, presentata nel corso del meeting da Salvador Ruada, direttore dell’Agenzia di Ecologia Urbana di Barcellona, fautrice del progetto. L’intento è quello di ridisegnare la pianta urbana per accrescere massicciamente gli spazi di pedonalità e aggregazione, e viene attuato attraverso la delimitazione di grandi quadrilateri(400×400 metri) che vengono chiusi al traffico e resi accessibili solo a pedoni e biciclette, mentre i motori possono circolare solo intorno ai confini del quartiere, che tra l’altro è tracciato prediligendo i percorsi del trasporto pubblico piuttosto che di quello privato. Per ovviare ad eventuali disagi, il Comune garantisce il passaggio di un mezzo pubblico almeno ogni 6 minuti.
I vantaggi del modello supermanzana, attuato anche a Vitoria, sarebbero non solo rintracciabili nel miglioramento della qualità dell’aria e nella riduzione del numero di incidenti (l’obiettivo è limitare lo spazio urbano destinato alla mobilità motorizzata al 54% del totale), ma anche nello sviluppo della coesione sociale, quando i pedoni tornano ad essere cittadini, e la linearità dello spazio urbano, finora ostaggio dei motori, torna a trasformarsi in una città dove “vivere, associarsi, divertirsi e giocare”. Se attualmente Barcellona ha già realizzato tre super-quartieri nel centro città, progetta tuttavia di realizzarne almeno altri sette nel medio periodo.
La dichiarazione di Barcellona è stata elaborata quale strumento di sintesi dei diversi interessi presenti e dei diversi approcci sui temi collegati dello spazio pubblico, dell’abitare e dello sviluppo sostenibile nelle aree urbane. All’incontro sono stati invitati rappresentanti di governi nazionali, regionali e locali, istituzioni intergovernamentali, organizzazioni sindacali, università e centri di ricerca, associazioni a tutela delle donne e dei giovani, organizzazioni filantropiche ed imprese a base sociale e solidale.
Nel suo atteggiarsi a punto di incontro fra consolidati interessi preesistenti, la Dichiarazione non presenta particolari rotture rispetto al pensieromainstream che caratterizza le organizzazioni delle Nazioni Unite operanti in questo settore. In generale, questa non si distacca dalla dicotomia pubblico/privato nella gestione dello spazio urbano. Non vi è quindi contenuto, neppure in nuce, un tentativo di superamento di tale schema, e ciò nonostante le numerose esperienze alternative che si vanno delineando in Europa e altrove.
Il riferimento, in particolare, è ai commons e ai loro diversi esempi di impiego al fine di scavalcare l’attuale sistema proprietario.
I beni comuni, però, non trovano spazio all’interno del testo della Dichiarazione. L’idea di una concezione alternativa del paradigma proprietario, che vada oltre lo stato (o comunque oltre l’entità pubblica) e gli attori privati, è ancora vissuta con perplessità, specialmente nell’ambito delle amministrazioni pubbliche. Se la contrarietà del settore privato è facilmente prevedibile, meno scontato è notare come anche il pubblico abbia scelto spesso di ostacolare tali pratiche, quando anche di opporsi decisamente alla loro realizzazione. Resiste quindi l’immagine per la quale il pubblico e il privato occupano per intero lo spazio riservato all’appropriazione, rappresentando uno il limite dell’altro.
A tale proposito, una parte consistente della Dichiarazione è dedicata ad arginare i processi di privatizzazione ed i maggiori fenomeni ad essa collegati (le già citate gentrificationetouristification). Il pubblico, di conseguenza, è ancora percepito quale il principale argine all’espandersi del privato, ed il contenuto della Dichiarazione è primariamente volto a delineare i contorni dell’ambito pubblico per consentirgli un miglior confronto con quello privato.
Tale prospettiva, del resto, si può rinvenire già nella parte introduttiva del testo, dove gli spazi pubblici sono definiticome “allplaces, includingstreets, publiclyowned or of public use, accessible and enjoyable by all for free and without a profit motive”. L’accento è proprio sulla necessità di definire uno spazio pubblico che si ponga in antitesi a quello privato, negandone tutti i tratti caratteristici, in primisla non gratuità e lo scopo di lucro. È proprio qui che lo spazio pubblico è rimodulato all’interno del discorso internazionale sui diritti umani. I diritti umani, si dice, una volta riconosciuti a livello sovranazionale, devono essere calati all’interno della realtà urbana, luogo di fusione di piano globale e locale.
Lo strumento dei diritti umani, quindi, è ancora una volta utilizzato come meccanismo condiviso non solo di protezione dei singoli individui, ma anche di intervento a livello globale all’interno dello spazio urbano.
La Dichiarazione si divide in quattro sezioni: Agora, Mobility,EconomyedHousing. La prima riguarda la dimensione sociale e politica che dovrebbe contraddistinguere lo spazio pubblico; la seconda si concentra sulla definizione degli strumenti di mobilità di cui si auspica la crescita; la terza si sofferma sui modelli economici sostenibili che potrebbero essere posti in essere attraverso l’inclusione di operatori più piccoli e di produttori locali; Infine, la quarta ritrae il diritto all’abitare anche in rapporto al quartiere nel quale l’abitazione è collocata.
Agora
In questa sezione sono concentrati i requisiti necessari che si pretendono dallo spazio pubblico,in specie nella sua relazione con i soggetti che lo occupano. Sono interessanti i richiami all’assenza di qualsiasi tipologia di barriere fisiche, giuridiche o architettoniche volte a limitare o impedire l’accesso a soggetti senza fissa dimora, a basso reddito o con ridotte possibilità di circolare.
Lo spazio pubblico è così messo in connessione con la capacità della popolazione di partecipare alla vita all’interno di esso e di tutelare la propria concezione della città stessa. In questo senso diviene fondamentale sia la distribuzione degli spazi pubblici, sia la loro integrazione nel tessuto sociale urbano, in modo che non siano solo luoghi adibiti ad una particolare funzione (mercati, stazioni metropolitane o ferroviarie), ma diventino anche spazi di interazione sociale.
Lo spazio pubblico deve essere un luogo di discussione e di confronto che consente l’emersione dei conflitti e la loro risoluzione, con particolare riferimento a quelle realtà multiculturali nelle quali queste tipologie di tensioni sociali sono più diffuse.
Lo spazio pubblico deve essere un luogo di decostruzione dei pregiudizi e degli stereotipi, specie in riferimento alla popolazione migrante. In questo senso, esso acquista un ruolo cardinale soprattutto per i soggetti posti ai margini della società, e che come tali trovano solo lì una reale occasione di espressione e, semmai, ribellione. Un’inclusività cittadina che non sia solo apparente, quindi, è chiamata a rispondere ai pericoli di autoesclusione o autocensura propri di chi (come musulmani, senzatetto, persone di colore etc) tende ad evitare le zone iper-securizzate, preferite invece da una classe medio-alta sempre più tesa a pretendere lo spazio pubblico a sua immagine.
Infine, la gestione amministrativa di tali spazi pubblici deve essere assicurata attraverso l’istituzione di un processo decisionale inclusivo e partecipato a tutti i livelli. I governi nazionali devono consentire, mediante strumenti politici e legislativi, l’autonomia necessaria ad implementare a livello locale le politiche urbane decise a livello nazionale ed internazionale.
Economy
Sul tema dell’economia, la Dichiarazione si avvicina alle classiche politiche economiche keynesiane di redistribuzione dell’aumento delle rendite di proprietà attraverso il meccanismo fiscale. Siano queste proprietà semplici abitazioni, attività commerciali o produttive.
Un punto invece più interessante è quello concernente il supporto all’economia informale, letta come parte integrante del tessuto sociale urbano e strettamente connessa allo spazio pubblico, anche rurale. Questa previsione rappresenta uno spunto non trascurabile perché coglie un aspetto, quello dell’informalità, molto rilevante all’interno della metropoli. Gli ambiti di informalità sono una realtà ineludibile dello spazio pubblico urbano e contribuiscono a caratterizzare lo scenario fisico, architettonico e sociale di un determinato luogo. Il carattere estremamente fluido di una tale economia costituisce un ottimo strumento per rivitalizzare spazi pubblici non più produttivi o che hanno perso la propria funzione precedente. A Madrid, ad esempio, gli spazi risultatidal robusto piano di demolizioneimmobiliare, avviato negli anni novanta e conclusosi nel primo quinquennio del duemila, sono stati occupati da venditori ambulanti, lavoratori informali e piccoli artigiani che hanno ridefinito lo spazio lasciato vuoto dal pubblico e dal privato.
Mobility
La sezione riguardante la mobilità richiamagli interventi volti al superamento dell’utilizzo esclusivo – o enormemente prevalente – delle automobili private nei contesti urbani, passo essenziale per affrontare i crescenti livelli di inquinamento atmosferico e acustico nelle moderne città iper-popolate.
Vale notare come venga ricompresa l’esigenza di favorire la crescitadel trasporto pubblico, della mobilità a piedi e della bicicletta, ma non quella di realtà alternative come il car sharing, che oltre ad Uber e Bla Bla Car presentano anche manifestazioni più solidali.
Housing
L’ultima sezione, in tema di abitare, è forse la più rilevante. Il diritto all’abitare è anch’esso calato all’interno del discorso sullo spazio pubblico. Un tale diritto, si sottolinea,deve necessariamente tenere in considerazione anche l’ambiente in cui l’abitazione si trova. Non solo, quindi, una dimora dignitosa deve annoverare tutti i requisiti che la rendono tale (acqua, luce, riscaldamento), ma deve essere collocata in uno spazio che assicuri mobilità, accessibilità, cultura e sicurezza a coloro che vi vivono.Il social housing, di conseguenza, deve essere distribuito in ogni parte della città e non confinato in zone periferiche e degradate, prassi questa che giunge a desertificare interi quartieri urbani, amplificando gli squilibri tra le diverse classi di residenti attraverso l’espulsione o lo sfratto degli inquilini meno abbienti (appunto lagentrification), estirpando intere comunità e con esse le loro attività economiche formali o informali.
In questo campo, il limite alla privatizzazione passa anche attraverso il favore verso i sistemi alternativi alla proprietà privata. Gli esempi inclusi nella Dichiarazione sono essenzialmente relativi al co-housing e al Community Land Trust. Non sono invece menzionate le limited equity coops che, sebbene possano ricadere nel contenitore generale del meccanismo cooperativo, che è invece citato, hanno una struttura peculiare che permette agli inquilini di sottrarsi alla dipendenza sia del proprietario privato, sia dell’amministrazione pubblica.
La previsione e la manutenzione di spazi pubblici di qualità contribuiscono a conservare il patrimonio sociale, economico e umano di un territorio urbano. È quindi necessario, secondo la Dichiarazione, elaborare politiche dell’abitare che non dimentichino il legame che si viene a creare tra un particolare spazio pubblico, il quartiere nel quale questo è collocato e tutti gli aspetti della vita degli abitanti che occupano tale spazio: educazione, occupazione, salute e sicurezza.
In ultimo, stimolante è il richiamo alla funzione sociale della proprietà come limite generale alle speculazioni immobiliari e alle rendite che generano e quale principio da promuovere allo scopo di implementare le regolamentazioni del mercato privato degli immobili e il controllo del costo degli affitti.
Conclusioni
La Dichiarazione di Barcellona rappresenta un contributo rilevante al dibattito intorno allo spazio pubblico e alla metropoli, anche se l’approccio, come accennato, è ancora incuneato nella dicotomia pubblico/privato,che vede nel primo l’unico vero dispositivo di reazioneagli attori privati e ai loro abusi. I commons, ad esempio, non trovano nel testo alcun momento autonomo, mentre opportuno sarebbe stato dar conto delle pratiche sociali che all’interno delle città, e dal basso, stanno prendendo forma in questi anni.
Tuttavia, occorre dirlo, sono pur presenti alcuni spiragli in grado di immaginare strade alternative tanto dell’abitare quanto della gestione dello spazio urbano tutto. In attesa di Quito, un presagio non del tutto negativo.
Fonte: Euronomade
Originale: http://www.euronomade.info/?p=7202

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