di Nicolao Merker
1. Oltre vent’anni fa un saggio del politologo americano Walker Connor recava un titolo emblematico: «Una nazione è una nazione, è uno Stato, è un gruppo etnico, è...» (W. Connor, 1994 [1978], pp. 36-46). Era emblematico perché sottolineava la complessità polisensa della parola «nazione», dunque la difficoltà di definirla. L’appello di Connor a un lavoro di definizione, indispensabile per liberarsi dai grandi e fatali equivoci che accompagnano da due secoli l’idea moderna di nazione, è non solo condivisibile, ma anche da ampliare ben oltre una semplice analisi dei concetti.
Se ci si chiede che cosa sia una nazione, allora il primissimo quesito da sbrogliare, e che s’incontra da duecent’anni, è infatti se essa sia una comunità tenuta insieme da vincoli di sangue, o l’appartenervi venga invece mediato da legami culturali.
E nell’ipotesi che operino entrambi i fattori, bisognerebbe subito chiedersi in che modo interagiscano tra di loro e quale dei due, eventualmente, sia quello predominante. E se non sono connotati biologici ma valori culturali a segnare l’appartenenza a una nazione, è poi vero che si tratta sempre e soltanto dei valori specifici di questa o quella nazione determinata, tali dunque da escludere radicalmente gli appartenenti ad altri gruppi? Insomma, il connotato di fondo è davvero il monoculturalismo? Oppure esistono valori di civilizzazione generale, che sono sovraordinati ai singoli monoculturalismi, sì da permettere che culture storicamente nazionali coesistano (e si integrino: ma c’è da capire in quale misura) dentro un quadro multiculturale? E quando si parla di monoculturalismo, si intende una qualità permanente, costretta a un’eterna riproduzione di se stessa fuori da ogni mutare di tempi e luoghi, o si tratta di una configurazione storica, nata per rispondere a sollecitazioni determinate, e destinata a cambiare con il cambiamento di queste? E infine, se il fenomeno «nazione» è un modo di essere della società civile, quali rapporti vi sono con la sfera della politica, e che cosa si intende con il concetto di Stato «nazionale»?
E nell’ipotesi che operino entrambi i fattori, bisognerebbe subito chiedersi in che modo interagiscano tra di loro e quale dei due, eventualmente, sia quello predominante. E se non sono connotati biologici ma valori culturali a segnare l’appartenenza a una nazione, è poi vero che si tratta sempre e soltanto dei valori specifici di questa o quella nazione determinata, tali dunque da escludere radicalmente gli appartenenti ad altri gruppi? Insomma, il connotato di fondo è davvero il monoculturalismo? Oppure esistono valori di civilizzazione generale, che sono sovraordinati ai singoli monoculturalismi, sì da permettere che culture storicamente nazionali coesistano (e si integrino: ma c’è da capire in quale misura) dentro un quadro multiculturale? E quando si parla di monoculturalismo, si intende una qualità permanente, costretta a un’eterna riproduzione di se stessa fuori da ogni mutare di tempi e luoghi, o si tratta di una configurazione storica, nata per rispondere a sollecitazioni determinate, e destinata a cambiare con il cambiamento di queste? E infine, se il fenomeno «nazione» è un modo di essere della società civile, quali rapporti vi sono con la sfera della politica, e che cosa si intende con il concetto di Stato «nazionale»?
È difficile che queste domande ricevano una risposta funzionale, cognitivamente valida e dunque utile anche per la prassi, se non soccorre la memoria storica. Se cioè non si va a interpellare, per un tema di così enorme peso nell’età moderna come quello della nazione, la trama degli antecedenti insieme storici e logici che in esso si sono via via depositati. La trama presenta alcuni snodi emblematici. Occorre dedicarvi molta attenzione perché da essi sono scaturite conseguenze, spesso drammatiche, fino all’oggi nostro.
2. Il primo snodo, certo, è la Rivoluzione francese del 1789. Per due motivi. Perché quell’evento ha conferito all’idea di nazione un’accezione del tutto nuova, e perché il modo in cui il 1789 e i suoi principî sono entrati in altri paesi europei ha dato luogo a mescolamenti, spesso indigesti, con concezioni più primitive e più arcaiche. La novità francese fu l’idea della nazione come un ambito di universali diritti umani di cittadinanza. Dagli eventi postrivoluzionari nacque invece, soprattutto in Germania, la riduzione della «nazione» alla più ristretta delle sfere immaginabili, cioè all’elemento etnico come connotato decisivo.
Credo che bisogni considerare attentamente ciò che intorno al tema della nazione accadde nella Germania dell’Ottocento. Il motivo sta nelle cose: è infatti lì, come in una sorta di laboratorio nazional-politico al centro dell’Europa, che la componente etnica del principio di nazionalità si è maggiormente scontrata con quella universalistica, producendo nello scontro esiti funesti.
Il principio di nazionalità proclamato nell’Ottocento europeo («ogni nazione uno Stato, ogni Stato una sola nazione») identificava sostanzialmente la nazione con la stirpe e con il territorio che questa abitava. L’assioma della nazione etnicamente omogenea, già di per sé gravido di discriminazioni verso grandi numeri di persone, si potenziò con la dottrina dell’omogeneità biologico-razziale di essa, con l’imperativo che la discendenza di sangue dovesse essere pura. Nazionalismo etnico e razzismo divennero compagni di strada. Gli orrori delle pulizie etniche, di cui è pieno il Novecento, ne saranno il corollario.
Le due linee – quella francese e quella tedesca, per indicarle schematicamente – hanno una radice comune, cioè la moderna politicizzazione del concetto di nazione, il suo collegamento con lo Stato come apparato giuridico-territoriale. Ma salta agli occhi la differenza che c’è tra un concetto della nazione-territorio il quale ritiene che appartenere a una nazione significhi appartenere a una società civile, insediata sì in un determinato territorio, epperò con godimento di diritti universali da parte di tutte le componenti di essa senza distinzione di stirpe; e la concezione per cui la nazione-territorio e la titolarità dei diritti devono avere contrassegni etnici, esser riservate a una determinata etnia, razza, discendenza. Quest’ultima dottrina ha trovato la sua sintesi nel binomio «Blut und Boden», «il sangue e la terra», enfatizzato, come si sa, dall’ideologia nazista. In Germania (ma pure altrove) quel binomio aveva però avuto lontane avvisaglie già alla fine del Settecento, e anche lì, non a caso, in contrapposizione alle idee liberal-democratiche del 1789.
Sono convinto che quanto più si faccia attenzione a come questi due filoni dell’idea moderna di nazione sono nati e cresciuti (e hanno tra loro interagito), tanto più si arriverà a capire in quale modo ci si debba comportare di fronte al concetto di nazione oggi, che cosa si possa (debba) fare o non fare con esso oggi.
3. Nell’Europa dopo la Rivoluzione francese il processo di nation-buildingmoderno, cioè la costruzione della nazione-Stato («ogni nazione uno Stato») e dello Stato-nazione («ogni Stato una sola nazione»), avvenne nella maniera più appariscente (e perciò più istruttiva) nei due grandi paesi, la Germania e l’Italia, che all’epoca della Rivoluzione del 1789 si trovavano ancora frazionati in svariate compagini statuali. Già nell’Ottocento vi fu chi per la Germania e l’Italia tracciò una sorta di storia parallela verso l’unità nazionale. In entrambi i paesi l’unità venne creata dall’alto, cioè con una particolare politica di potenza svolta in modo costante da uno dei singoli Stati, rispettivamente la Prussia e il Piemonte.
In realtà solo in Germania il processo verso l’unità nazionale si svolse in modo per così dire puro, senza influenze traumatiche esterne. In Italia esso si trovò mischiato con la questione della liberazione dal dominio straniero, dunque con guerre d’indipendenza che impressero all’intera questione nazionale connotati del tutto peculiari. Infatti ogni qualvolta la strada dell’unità nazionale ha avuto a sua precondizione il raggiungimento dell’indipendenza (il che nell’Ottocento è successo ad esempio anche alla Grecia e ad altri paesi balcanici che dovettero liberarsi dai turchi, e dopo il 1945 ai paesi del Terzo Mondo che dovevano uscire dalla dominazione coloniale), al processo di nation-building vero e proprio è stata rivolta un’attenzione teorica fatalmente inadeguata, sono state considerate di meno tutte le sue complessità e implicazioni, perché non esso, bensì l’indipendenza costituiva il vero punto decisivo.
4. È il motivo per cui in Germania, immune da presenze straniere dal 1813, dalla fine del dominio napoleonico, fu la questione nazionale allo stato puro a diventare, da allora, un tema di primo piano nella pubblicistica. La quale sviscerò con molte voci – dai linguisti agli storici, dai letterati ai filosofi – i connotati che nel secolo del principio di nazionalità erano ritenuti essenziali alla nazione. A un connotato in particolare quella pubblicistica diede un fortissimo rilievo, cioè all’omogeneità etnica. Nacquero qui, come dottrina e teorizzazione, i paradigmi della nazione etnica, dello Stato etnico e del territorio etnico, poi i corollari della nazione-razza e dello Stato razziale, infine le persecuzioni, espulsioni ed eventualmente soppressioni di stirpi diverse da quella privilegiata che considerava lo Stato e il territorio un suo proprio patrimonio. Quei paradigmi servirono da ottimo supporto a politiche nazionalistiche e poi imperialistiche di potenza, di solito ammantate da dichiarazioni sulla missione universale che alla nazione eletta spettava di compiere.
I celebratori della nazione eletta s’ispiravano all’idea del Volkstum, un termine coniato dall’organizzatore di associazioni ginnastiche Friedrich Jahn nel suo libro Deutsches Volkstum del 1810, un titolo traducibile, molto in generale, con «Etnicità di popolo tedesca». Ma con qualche necessaria spiegazione. Il termine indicava caratteristiche «nazionali» sì, ma fortemente agganciate all’etnia di stirpe, concepita come una comunità primeva che inocula coesione al «popolo», al Volk. Vi risuonava la nozione di popolo in accezione romantica, cioè come un’immediata e mistica «unità naturale, meta-individuale, fornita di qualità personali e di una propria personale esistenza» (W. Dieckmann, 1964, p. 97). In chiave politica un tale concetto di popolo ha sempre avuto applicazioni conservatrici. È governato da idee organicistico-corporative, comunque antimoderne e d’impronta irrazionalistica. Il loro itinerario – con vari recuperi di veterogermanicità mistificata e strumentalizzata – si svolse da Justus Möser nel Settecento e da Adam Müller e Jahn degli inizi dell’Ottocento sino alle grandi ideologie ottocentesche del «Blut und Boden», e poi al nazismo. L’endiadi «sangue e terra» aveva fatto le sue prime prove pratiche con il nazionalismo etnopopulista tedesco degli inizi dell’Ottocento, si era irrobustita più in là con il connubio tra i dottrinari della razza e i teorici dello Stato di potenza, venne infine ribadita dal nazismo intento a celebrare, ad esempio con le parole del suo geopolitico Haushofer, il «compenetrarsi delle forze del sangue e della terra, onde ne nasca un destino di popoli che vegli sul crescere delle stirpi» (in H.-A. Jacobsen, 1979, p. XI).
Via via il termine Volkstum e i suoi derivati (ad esempio gli aggettivi völkisch, volklich, volksmässig eccetera che indicano l’appartenenza al «popolo» nell’accezione suddetta), nonché in generale il prefisso Volk, acquistarono insomma connotati culturali crescentemente regressivi, e applicazioni politiche sempre più reazionarie. Se infatti la nazione deve identificarsi con i valori della stirpe, allora diventano imperative sia l’esclusione dell’«etnicamente diverso», sia l’invenzione di ideologismi per rendere coesa la comunità etnonazionale. Poiché va difesa dagli estranei, è necessario governarla come un campo militare sul quale incombono infinite minacce. Perciò occorreva un capo carismatico autoritario, un Führer che guidasse la nazione etnica alla stregua di un capo dei primevi aggregati tribali.
Capire il funzionamento di questi meccanismi concettuali è importante. Il modulo «del sangue e della terra» ha infatti avuto sì la sua maggiore elaborazione sistematica nell’area tedesca, ma pure altrove è stato abbondantemente applicato e sviluppato. Basterebbe ricordare l’inglese Burke, il mentore degli avversari della Rivoluzione francese, che spiegava la nazione come «un patto non solo tra chi è in vita oggi, ma tra i vivi, i morti e i non ancora nati», insomma un patto metafisico che mediante «inviolabile giuramento» di tipo mistico «connette il mondo visibile e quello invisibile» (E. Burke, 1910 [1790], pp. 93-94). O lo scrittore Maurice Barrès che, sul giornale Cocarde, nel 1894, chiamò a raccolta i nazionalisti francesi con la parola d’ordine: «La Terre et les Morts». Anche qui – con una retorica che non avrebbe stonato nei romantici tedeschi inventori del «Blut und Boden», ossia del binomio-chiave di ogni etnonazionalismo perché saldatura di stirpe e territorio – la catena dei morti, degli antenati e dunque delle tradizioni diventava il vincolo mistico che sacralizza il territorio dove godono di pieni diritti solo i discendenti dell’etnia originaria. Indispensabile è in ogni caso appellarsi alle «origini», e celebrare le glorie del passato affinché queste, grazie al legame di sangue delle generazioni, si proiettino misticamente sul presente. Nelle ideologie della «Grande Croazia» e della «Grande Serbia» il glorioso futuro nazionale è stato, ad esempio, regolarmente dedotto vuoi dalla potenza navale dei re croati medievali, vuoi dal numero dei caduti serbi sul Campo dei merli del 1389 contro i turchi. Né va dimenticato che quando, in tutti i contesti di nazionalismo etnico, gli autori parlano di «popolo» per dire quanto essi ne condividano aspirazioni e volontà, non si tratta affatto del popolo nell’accezione democratica del 1789, ma sempre del popolo-stirpe in endiadi con il territorio etnico predestinatogli (e con tutti i cesarismi autoritari e misticismi pseudoreligiosi connessi a una simile concezione).
5. Nell’Ottocento l’area mitteleuropea, in una sua larga parte, aveva potuto sperimentare per la verità anche configurazioni nazionali di altro genere, assai diverse dallo Stato-nazione. L’impero asburgico, formato da una dozzina di nazionalità, rappresentò per la cultura politica una sorta di laboratorio dove tentare, forse, una mediazione tra l’universalità dei diritti di cittadinanza e la specificità delle etnie, cioè le due sfere altrove considerate inconciliabili. Nel «laboratorio danubiano» i molti ingredienti che nell’Ottocento vennero a costituire il concetto moderno di nazione (cioè stirpe, territorio, lingua, religione e costumi, affinità culturali, istituzioni politiche, omogeneità socio-economica, collocazione geografica, storia comune) si trovarono sottoposti a una verifica pratica che ne ridimensionò parecchi.
Fu del resto la realtà di quell’Austria a suggerire le riformulazioni della questione nazionale tentate all’inizio del Novecento dall’austromarxismo. Esso appartiene a quel gruppo di teorie che, con vari esiti, guardarono al processo dination-building in chiave di prospettiva storica, ovvero concepivano la nazione, di contro alle dottrine sia mistico-metafisiche che biologico-vitalistiche, come il prodotto di volta in volta sincronico, epperò via via variabile, di una serie di dinamiche diacroniche (culturali, ambientali, socio-economiche, politiche). Ripassarne in rassegna i parametri non è male, oggi, di fronte al riesplodere di nazionalismi sciovinistici, regionalismi equivoci, localismi velleitari, xenofobie primitivistiche e pulizie etniche. Tra l’altro ci si accorgerà quanto poco originali siano le ideologie che accompagnano tali fenomeni. E che lo strumentario per appurarne i sintomi e le cause, e combatterle, esiste da un pezzo.
6. In particolare alcune teorie elaborate nell’Austria plurinazionale di prima del 1914 contengono probabilmente ancora qualche suggerimento valido persino per un’aggiornata politica di integrazione-distinzione delle nazionalità nell’Unione europea di oggi. E certamente il pluralismo etnico-culturale, che connota ovunque la realtà odierna, è un dato di fatto che non si può sopprimere ma che, come tutti i fatti, va compreso e «governato». Più di un secolo fa Moritz Lazarus, cofondatore dell’interessantissimo indirizzo scientifico dellaVölkerpsychologie e intellettuale tedesco ebreo, dunque membro di una minoranza etnica, voleva una nazione la quale potesse reggersi «senza rinnegare nulla dei patrimoni della stirpe e senza rinnegare nulla dei principî umani universali» (M. Lazarus, 18802, p. 37). Il riferimento, chiarissimo, era ai principî del 1789 e alla necessità che il patrimonio delle stirpi, cioè il particolare, trovasse collocazione dentro quei principî, si iscrivesse cioè dentro valori più generali.
E ciò per una ragione semplicissima. I patrimoni etnici con la loro storia e tradizione sono una realtà robustamente esistente, composita e sfaccettata, sopprimibile con le «pulizie etniche» solo illusoriamente, come insegnano i fatti. Che l’identità etnica sia sussunta sotto una dimensione più universale, cioè sotto l’identità politica generale dei diritti democratici di cittadinanza, conviene in primo luogo proprio all’identità etnica, la quale solamente così può venir garantita. È un’istanza ripetuta oggi, più di cent’anni dopo Lazarus, da Jürgen Habermas. Affinché la società civile non si laceri fino agli orrori delle pulizie etniche, occorre arrivare all’«unità della cultura politica nella molteplicità delle subculture» (J. Habermas, 1998 [1996], p. 130) o culture particolari. Ovvero: proprio per salvare le stesse culture particolari e dunque i valori etnici che in esse si manifestano, occorre che la «nazione reale dei cittadini» abbia la priorità nei confronti della «nazione immaginaria», quella favoleggiata da chi vede nel «popolo» soltanto un collettivo etnico (ivi, p. 133). Con ciò però siamo ritornati all’imperativo di fondo, politico-istituzionale, il quale vieta che le differenze etnoculturali si traducano in disuguaglianze sociali e politiche, vieta il debordare politico delle idee etnicistiche. Questa tracimazione avviene ogni qualvolta la constatazione delle fattuali diversità etniche (di lingua, razza, cultura, tradizioni eccetera) trapassa nella dottrina che tra i gruppi portatori di queste differenze si debbano instaurare separazioni rigide e istituzionali.
Gli studi anglosassoni e tedeschi al riguardo sono un mare. Negli autori che contestano l’etnicismo come dottrina di fondazione della nazione c’è però l’altrettanto diffuso avvertimento che la coltivazione moderna di vecchie tradizioni etnonazionali è solo in parte un feticcio mentale gratuito, perché viene fatta fungere anche nella costruzione di orizzonti seclusi con cui difendersi (illusoriamente sì, ma come esigenza psicologica reale) da forme di globalizzazione le quali disorientano perché appaiono troppo complesse e incontrollabili. Da noi l’attenzione per tutti questi temi è finora minore, e oscilla tra informazioni sul concetto di «nazione» prevalentemente descrittive (F. Tuccari, 2000), e saggi che denunciano vivacemente i guasti dell’ideologia etnopopulista (B. Luverà, 1999). Al di là di ciò è utile cominciare un’esplorazione che faccia emergere in modo sistematico e criticamente analitico le strutture argomentative, i moduli logico-storici, i livelli di validità teoretica, insomma il funzionamento concettuale dei discorsi sulla nazione che via via, in collegamento con gli eventi storici, si sono succeduti nell’epoca moderna. Ci si accorgerà che il filo d’Arianna per orientarsi nel presente c’è, ed è molto visibile. Esso soprattutto indica le strade da non prendere, quelle che storicamente hanno portato verso grandi disastri. Acquistarne consapevolezza è un’operazione necessaria, ma richiede molti apporti, multiformi e diversificati, per diventare un patrimonio di senso comune. Al quale ultimo ho cercato di dare un contributo (N. Merker, 2001) sollecitando il ripristino della memoria storica perch’essa è uno strumento formidabile.
Opere citate
E. Burke, (1910), «Reflections on the Revolution in France and on the Proceedings in Certain Societies in London Relative to that Event in a Letter intended to have been sent to a Gentleman in Paris» (London 1790: Dodsley), in Id., Reflections on the French Revolution and other Essays, London: Dent & Sons.
W. Connor, (1994), «A Nation is a Nation, is a State, is an Ethnic Group, is a...» (1978), in J. Hutchinson-A.D. Smith (a cura di), Nationalism, Oxford-New York: Oxford University Press.
W. Dieckmann, (1964), Information oder Überredung. Zum Wortgebrauch der politischen Werbung in Deutschland seit der Französischen Revolution, Marburg: Elwert.
J. Habermas, (1998), L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica (Die Einbeziehung des Anderen. Studien zur politischen Theorie, Frankfurt a.M. 1996: Suhrkamp), trad. it. L. Cepa, Milano: Feltrinelli.
H.-A. Jacobsen, (1979), Karl Haushofer. Leben und Werk, Boppard am Rhein: Boldt.
M. Lazarus, (18802), Was heisst national. Ein Vortrag (1879), Berlin: Dümmler.
B. Luverà, (1999), I confini dell’odio. Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea, prefazione di Lucio Caracciolo, Roma: Editori Riuniti.
N. Merker, (2001), Il sangue e la terra. Due secoli di idee sulla nazione, Roma: Editori Riuniti.
F. Tuccari, (2000), La nazione, Roma-Bari: Laterza.
Articolo pubblicato su MicroMega 2/2001
Fonte: MicroMega online

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