
di Flore Murard-Yovanovitch
“Populismo”, “risentimento”, “epoca della post-verità”, ora che Trump si è insediato alla guida della massima potenza mondiale volano i più diversi tentativi di interpretazione, ma sono spesso affanosi e non sembrano centrare il punto. Roberto Esposito, sulla Repubblica del 14 novembre scorso, chiamava giustamente ad un “mutamento delle (nostre) categorie di analisi politica”, eppure si continuano ad usare le vecchie categorie che hanno in parte contribuito ad offuscare il possibile ritorno o l’ascesa di un nuovo fascismo xenofobo contemporaneo.
L’elezione di Trump non è la fine della Storia ma uno degli ipersintomi della disintegrazione finale del sistema anarcho-capitalista, nella sua versione barbarica e spettacolare, innescando un conflitto che sarà di una durezza inimmaginabile. Basta vedere i nomi e le biografie dei falchi razzisti e oscurantisti di cui potrebbe circondarsi il neopresidente: in corsa al Pentagono l’ex generale James Mattis, sopranominato “Mad dog”, responsabile dell’assalto finale a Fallujah, il nuovo Attorney general Jeff Sessions, ex procuratore generale dell’Alabama, per chi l’unico problema con il Ku Klux Klan era l’uso di droga da parte dei membri, alla Sicurezza nazionale l’ex generale Michael Flynn, secondo cui “la paura dei musulmani è razionale”, infine Steve Bannon, capo stratega alla Casa bianca cui moto preferito è “Dick Cheney. Dart Fener. Satana. Questo è il potere”. Psicopatici al potere.
Ma soprattutto, quest’elezione-svolta è il segno della percezione delirante anti-migrante in fase ormai dilagante e oggi salita al potere. Una delle chiavi centrali, drammaticamente sottovalutata di quest’elezione, è infatti l’idea radicata in alcuni segmenti della popolazione statunitense (ed europea) che i bianchi scompaiano sotto una presunta “invasione” di neri e musulmani, e che la “soluzione” sarebbe espellerle tutti, cacciare i clandestini. La chiave migrante, ovvero pulsionale anti-migranti, ormai di dimensione globale, è stata drammaticamente sottovalutata dagli analisti. Invece una delle ragioni della deriva xenofoba negli Stati Uniti e nel continente europeo, si può leggere come un assente e malato rapporto al diverso e come negazione del soggetto migrante. Una dinamica di negazione che sta già sfociando in una reazione psicopatologica e razzista di massa. Oltre a una militarizzazione senza precedenti, di cui vediamo già gli effetti eliminazionisti su uno dei fronti militari anti-migranti, la fossa comune del Mediterraneo.
La cecità o l’incapacità degli analisti e sondaggisti più navigati ad aver colto gli evidenti segnali di una possibile vittoria di Trump, deve quindi interrogarci profondamente. Nonostante si potesse già leggere da anni la violenza invisibile e l’esplosione di muri spinati e del razzismo, nessuno dei commentatori più preparati, ha infatti analizzato l’elezione Trump tramite categorie di psicodinamica, come “percezione delirante”, né hanno almeno saputo usare le categorie storiche già riconosciute sul fenomeno fascista, per interpretare la sua odierna riapparizione. Dinamiche di cristallizzazione tipiche dei periodi pre-fascisti, come reificazione, xenofobia, e falsa coscienza (J. Gabel), ecc… erano infatti in corso da anni ma i grandi media e i politici non hanno saputo catturarle. In parte perché la genesi del nazi-fascismo, analizzata in modo parziale, non è stata ancora sufficientemente compresa come pulsione non cosciente invisibile: come“pulsione di annullamento” (M.Fagioli).
Fonte: comune-info.net
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