di Vijay Prashad
Seduto nel suo palazzo presidenziale nel 1991, il Presidente dell’Iraq, Saddam Hussein e il suo Ministro della Cultura Hamad Hammadi, scrisse la bozza di una lettera a Mikhail Gorbaciov, Presidente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Hussein e Hammadi speravano che l’URSS li avrebbe aiutati a salvare l’Iraq dal fuoco di dell’Occidente. Hammadi che comprendeva gli spostamenti nelle faccende del mondo, disse a Hussein che la guerra non era intesa “soltanto a distruggere l’Iraq, ma a eliminare il ruolo dell’Unione Sovietica in modo che gli Stati Uniti possano controllare il destino di tutta l’umanità”. In realtà, dopo la Guerra del Golfo del 1991, l’URSS crollò e gli Stati Uniti emersero come l’unica superpotenza. L’età dell’unipolarità degli Stati Uniti era nata.
Un giubilante George H.W. Bush, Presidente degli Stati Uniti, inaugurò un “Nuovo Ordine Mondiale”, cioè “un mondo dove il principio legale soppianta la legge della giungla”. Sono gli Stati Uniti, fece capire Bush, che vivono in base al “principio legale” e sono i nemici degli Stati Uniti – “reali e potenziali despoti in tutto il mondo” quelli che vivono secondo la “legge della giungla”. In questo nuovo mondo “non c’è alcun sostituto della leadership americana”, diceva Bush, e così, di fronte alla tirannia, nessuno deve dubitare della credibilità e della affidabilità americana”. I nemici degli Stati Uniti – tiranni e despoti –affrontavano il dominio a spettro totale delle forze armate statunitensi. Il predecessore di Bush, Ronald Reagan, aveva già voluto scagliarsi contro i “disadattati, i pazzoidi e gli squallidi criminali” che si opponevano alla politica statunitense, ma era stato trattenuto dall’URSS e dalle lotte di liberazione nazionale in Africa e in America Latina. Il crollo dell’URSS e il blocco indebolito del Terzo Mondo fornirono agli Stati Uniti una grandissima opportunità.
La facciata umanitaria
Il successore di H.W. Bush, Bill Clinton, diede all’idea di intervento la sua patina liberale. Il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Anthony Lake, creò la nozione di “stati canaglia” per quegli stati che rimangono al di fuori della “famiglia di nazioni democratiche”. Gli esempi di Lake comprendevano: Cuba, Iran, Iraq, Libia e Corea del Nord.
Il regime delle sanzioni appoggiato dall’ONU cercò di indebolire l’Iraq fino al collasso. Nessun pretesto permise all’Occidente di contrastare le altre nazioni. E’ stata la Iugoslavia, invece, a che ha affrontato il fuoco di fila dell’ “intervento umanitario”, il nuovo termine tecnico che indica i bombardamenti dell’Occidente al servizio della protezione dei civili. L’uccisione di 45 albanesi del Kossovo a Racak nel gennaio 1999, fornì alla NATO il motivo per intervenire. La Cina e la Russia rifiutarono di fornire l’autorizzazione all’ONU. Questo no fermò la mano della NATO che fece a pezzi la Iugoslavia con i suoi bombardamenti.
Teorie più vecchie per preservare la sovranità dello stato – come la Pace di Westphalia del 1648 e la Convenzione di Montevideo del 1934 – vennero messe da parte. Se l’Occidente decideva che un conflitto richiedeva un intervento, allora tutta la forza del potere occidentale sarebbe stata messa in atto contro coloro che l’Occidente decideva fossero “i cattivi”. Questo era il concetto dell’interventismo umanitario.
Quale si considerava un disastro degno di intervento? Nel 1996, Madeleine Albright, allora ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, riconobbe che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iraq, avevano provocato la morte di mezzo milione di bambini. “Penso che sia una scelta molto difficile,” disse, “ma pensiamo che ne valga la pena.” In altre parole, era accettabile che mezzo milione di bambini morissero, allo scopo di mantenere lo strangolamento dell’Iraq. Questo bilancio delle vittime – quasi la stima minima del genocidio in Ruanda del 1994, potrebbe essere tollerato se gli interessi occidentali fossero stati serviti. In seguito, quando i clienti occidentali come Israele e i paesi dei Grandi Laghi africani massacrarono diecine di migliaia di persone, non ci fu nessun grido di protesta riguardo al genocidio e per l’intervento. Negli anni ’90 era diventato chiaro che l’idea di intervento umanitario era stata ridotta a una foglia di fico per gli interessi occidentali.
Un nuovo linguaggio per l’intervento
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush usò il linguaggio della protezione civile nel 2003 per condurre una guerra di aggressione contro l’Iraq. La guerra degli Stati Uniti ha infranto le infrastrutture e dell’Iraq e le sue istituzioni statali e ha anche avuto un impatto sulle pretese di intervento umanitario. Del caos conseguente fu autore la guerra del 2003 per il cambiamento di regime. L’intervento umanitario allora sembrò illegittimo – bruciava nei fuochi di Baghdad. I liberali occidentali si affrettarono a rimodellare la dottrina. Si rivolsero alle Nazioni Unite che erano state maltrattate per la loro subordinazione agli interessi occidentali negli anni ’90.
Sotto la direzione di Kofi Annan, l’ONU approvò la nuova idea di R2P (o anche RtoP -Responsabilità di Proteggere) nel 2005. Questa nuova dottrina chiedeva che gli stati sovrani rispettino i diritti umani dei loro cittadini. Quando questi diritti vengono violati, allora la sovranità svanisce. Un protagonista esterno approvato dall’ONU può allora intervenire a proteggere i cittadini.
Ancora una volta, non esisteva alcuna definizione precisa per chi arriva a definire la natura di un conflitto e per chi arriva a intervenire. Il Reverendo Miguel d’Escoto Brockmann, presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha rilasciato una nota sintetica che sollevava delle domande circa la nuova dottrina della R2P. D’Escoto la chiamava “colonialismo ridecorato” e diceva che “un nome più appropriato per la R2P sarebbe: diritto di intervenire”. L’atmosfera per una critica dell’Occidente, malgrado la catastrofe in Iraq, non esisteva. 92 stati membri dell’ONU, compresi Brasile, India e Sudafrica, parlarono a favore della R2P. Messico, India ed Egitto sollevarono la paura della coercizione unilaterale, anche rimasero sistemati nei loro seggi quando fu loro ricordato che la R2P richiedeva un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Aver mancato di agire nel caso del bombardamento di Gaza a opera di Israele, provocò parecchi commenti da parte di stati membri durante il dibattito sulla R2P. La delegazione di Singapore suggerì che “il giudizio circa il fatto che un governo abbia fallito nella sua responsabilità di proteggere deve essere espresso dalla comunità internazionale senza ‘paura o favore’, uno standard che sarebbe difficile soddisfare data la stretta dell’Occidente alle istituzioni dell’ONU. L’avvertimento del Rev. Brockmann è stato ignorato. L’interventismo umanitario è rimasto nell’arsenale dell’Occidente.
Il test per il la R2P non è arrivato durante il bombardamento di Gaza per mano di Israele durante l’Operazione Piombo Fuso (2008-2009), dopo il quale un rapporto dell’ONU trovò presunzione valida fino a prova contraria di crimini di guerra. E’ arrivato pochi anni dopo in Libia. Un’insurrezione contro il governo libico nel febbraio 2011 fornì l’occasione di testare la R2P. Durante la guerra iugoslava, l’Esercito di Liberazione del Kossovo aveva chiarito che usavano i loro combattenti in maniere strategiche, così da provocare una reazione delle esercito iugoslavo; pensarono che massacri di civili sarebbero stati il modo migliore di portare l’aviazione militare occidentale dalla loro parte e di trasformare qualsiasi conflitto a proprio vantaggio. I ribelli in Libia (e in seguito in Siria) hanno avuto praticamente la stessa valutazione strategica. Se potevano suscitare la violenza dello stato, allora sarebbero stati in grado di asserire il loro diritto alla protezione internazionale. Questo poteva soltanto funzionare – come pensano i palestinesi – se l’avversario dei ribelli era un nemico dell’Occidente. Incoraggiati dai francesi e dagli Arabi del Golfo, gli Stati Uniti hanno spinto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a consacrare il loro intervento con una risoluzione della R2P. Questo in effetti è stato ciò che è accaduto. La NATO è passata frettolosamente dalla protezione dei civili al cambiamento di regime. Washington ha celebrato il successo dell’intervento – non per il bene della Libia, ma per amore dell’intervento umanitario. Infine l’idea è stata recuperata.
Impedire le atrocità di massa
Nell’agosto 2011, il governo degli Stati Uniti ha istituito un Organismo per la Prevenzione delle Atrocità (Atrocities Prevention Board – APB) per raccogliere informazioni segrete su potenziali atrocità di massa. L’APB ha cercato di condurre la narrazione di ciò che andrebbe considerata un’atrocità e di quando l’Occidente dovrebbe intervenire con la benedizione dell’ONU. L’APB non è stata però in grado di fare efficacemente il suo lavoro. Quello che era sembrato un intervento ben riuscito in Libia, è stato visto in Brasile, in Russia, in Indi, in Cina e in Sudafrica – gli stati BRICS – come un precedente pericoloso. L’allora ambasciatore dell’India all’ONU, Hardeep Singh Puri, mi disse, all’inizio del 2012, che l’esempio della Libia avrebbe impedito qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo alla Siria. I paesi del BRICS hanno ora visto che la protezione dei civili in realtà significava un cambiamento di regime il cui seguito era orribile. In altre parole, è stato l’esempio della Libia che ha dimostrato che il Rev. Brockmann aveva ragione e che vide la comparsa esitante della nuova età della multipolarità.
I critici dell’intervento umanitario non sono insensibili riguardo agli orrori della guerra e del genocidio. La sovranità non può essere uno scudo per il massacro dei civili. Tuttavia, allo stesso tempo, chi propone l’intervento osserva i disastri che si vanno svolgendo e poi aspettano fino all’ultimo minuto, quando un’operazione militare diventa necessaria. Non vogliono riconoscere le riforme a lungo termine, necessarie a impedire che il conflitto aumenti fino a entrare nel territorio del genocidio.
Questi critici si preoccupano che l’intervento umanitario di tipo occidentale ignori le cause e produce esiti disastrosi. Puri avverte, in un libro in via di pubblicazione, riguardo agli interventi pericolosi, cioè alle azioni militari che portano al caos e ad accresciute sofferenze. Ci potrebbero essere altri interventi che non sono rischiosi? IL Rev. Brockmann suggeriva che un antidoto alle atrocità di massa potrebbe arrivare dalla riforma finanziaria globale, dalla redistribuzione della ricchezza e dalla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Sosteneva che la violenza è un risultato della disuguaglianza grottesca. La R2P non riguarda la protezione dei civili rispetto ai molteplici cavalieri dell’apocalisse del 21° secolo: l’analfabetismo, la povertà, la disoccupazione e la tossicità sociale. Questi sono gli autori della crisi. Le bombe non possono sconfiggerli.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: The Hindu
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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