Intervista a Michael A. Lebowitz di Links
Il preminente autore marxista Michael A. Lebowitz ha dedicato una grossa parte della sua ricerca al problema delle possibilità di costruire un’alternativa socialista. Ha trascorso 6 anni in Venezuela lavorando come direttore del programma per la Pratica Trasformativa e lo Sviluppo Umano del Centro Internazionale Miranda (CIM) a Caracas, dove ha avuto l’occasione di partecipare alla costruzione del “socialismo per il 21° secolo”. Lebowitz è stato di recente in Australia per la conferenza: Il socialismo nel 21° secolo, che è stato co-ospitata da Links. Nell’intervista pubblicata qui sotto, Lebowitz tratta alcuni degli argomenti che ha discusso durante la sua visita riguardo all’opposizione al neo-liberalismo e alle prospettive per un’alternativa socialista in America Latina oggi.
Fino dall’elezione di Chavez nel 1998, c’è stata una reazione contro il neoliberalismo in America Latina che spesso si chiama ‘marea rosa’. Perché il neo liberalismo ha prosperato in tutto il continente?
Fino dall’elezione di Chavez nel 1998, c’è stata una reazione contro il neoliberalismo in America Latina che spesso si chiama ‘marea rosa’. Perché il neo liberalismo ha prosperato in tutto il continente?
"Che cosa intende per neoliberalismo? Penso che sia essenziale comprendere che non è semplicemente una serie di politiche che appoggiano il capitalismo e che rimuovono tutti gli ostacoli alla crescita del capitale; è, cosa significativa, anche un’ideologia che ha sostenuto per secoli la crescita del capitalismo. In effetti, molte delle prospettive del neoliberalismo sono molto simili agli argomenti di Adam Smith e, in generale, al liberalismo classico.
Al centro di questa prospettiva ideologica c’è il punto di partenza dell’individuo isolato, atomistico. E la logica è che l’individuo vince quando è libero di scegliere. Così, per esempio, ridurre le tasse e lasciare più soldi all’individuo perché faccia la sua propria scelta; l’ipotesi è che l’individuo farà scelte più efficaci. Di conseguenza porre fine ai programmi sociali e lasciar decidere alle persone per che cosa vogliono spendere il loro denaro. Ridurre l’appoggio alla scuola pubblica e fornire i voucher alle famiglie perché facciano la loro scelta per spenderli; lasciare la gente libera di decidere in quanto individui i termini in base ai quali venderanno la loro capacità di lavorare, in altre parole, lasciate che operino come mediatori indipendenti e che così si rimuovano le leggi a sostegno della contrattazione collettiva.
“Liberi di scegliere” (il titolo di uno dei libri di Milton Freedman), è il mantra che fornisce il supporto ideologico alle politiche neoliberali. In circostanze appropriate, questa ideologia fa apparire il neoliberalismo come senso comune. Tutti conosciamo la lista: privatizzazione, deregolamentazione, libero commercio – in realtà, eliminare qualsiasi intrusione dello stato nell’economia e lasciare il capitale libero di crescere. In breve, lasciate che il capitale sia libero di scegliere.
Naturalmente è essenziale comprendere che questo non è un argomento per ridurre il ruolo dello stato nell’economia. Come ho notato nel mio libro: Build it Now: Socialism for the 21st Century [Costruitelo adesso: il socialismo per il 21° secolo], lo stato deve essere usato (con le parole di Adam Smith) per rimediare ai “brutti effetti della follia e dell’ingiustizia dell’uomo”. Il Cile è stato il laboratorio per questo uso dello stato all’epoca di Pinochet. Come ha spiegato Friedrich von Hayek in un intervista per il giornale cileno El Mercurio (12 aprile 1981), la dittatura “può essere un sistema necessario per un periodo di transizione. A volte è necessario per un paese che ci sia una qualche forma di potere dittatoriale.”
Questa prospettiva si è eclissata negli anni ’30, in tempo di guerra, e nella cosiddetta Età dell’oro del capitale. Ma il vecchio neo del capitale non sparì: è stato allevato nei gruppi di esperti conservatori (che fornirono l’appoggio, tra gli altri, alla Thatcher e a Reagan) ed emerse dopo che il sistema capitalista esistente entrò in un periodo di crisi e di calo. In particolare, durante gli anni ’80 e ’90, le soluzioni neoliberali fiorirono e in nessun posto di più che in America Latina.
Ci sono state particolari ragioni per il trionfo del neoliberalismo in America Latina. Per prima cosa lo sviluppo strutturalista del modello basato sulla sostituzione dell’importazione per i beni del consumatore era chiaramente fallito – sia perché il mantenere società altamente disuguali (in particolare l’assenza di riforma terriera) significava che c’era richiesta inadeguata del consumatore sui mercati nazionali per le filiali di imprese perché il capitale internazionale funzionasse efficacemente sul modello fordista, ma anche perché le strategie globali del capitale internazionale cambiarono per focalizzarsi sulla produzione mondiale nel contesto di una crescente competizione globale. Inoltre, nel contesto della recessione, i debiti statali sostenuti nei tentativi di sviluppo, una seria bilancia commerciale, problemi di pagamenti, ecc. portavano ora a tagli nei bilanci e nei programmi di governo e, come altrove, a sforzi dedicati a rendere particolari paesi luoghi attraenti per investire il capitale internazionale. E così, tasse più basse, diminuzione dei salari hanno ridotto la sicurezza sanitaria e i controlli ambientali.
I due lati del neoliberalismo (rafforzare il capitale, indebolire i lavoratori] hanno trionfato in questo periodo in America Latina con vigore. Penso tuttavia che sia essenziale comprendere che, contrariamente a quanto dice lo slogan neoliberale che “non c’è alcuna alternativa”, c’è stata sempre (almeno ipoteticamente), un’alternativa. Dopo tutto, quando il capitale incorre in dei problemi, quando i salari vengono diminuiti, quando la disoccupazione aumenta, non è quindi il momento il capitale, il governo del capitale, il regno del capitale, la logica del capitale, possono essere contestati?"
Quale è stata la replica al neoliberalismo in America Latina?
"Quando cresce lo scontento popolare riguardo agli effetti del neoliberalismo, l’impostazione di base dei governi capitalisti è di invertire i peggiori effetti del neoliberalismo. Quindi l’invito è di porre fine alla privatizzazione, ai tagli dei programmi sociali che generano insicurezza e precarietà. Invertire, invertire, invertire.
Questo non è, però, un attacco al capitalismo. Il nemico identificato non è il capitalismo, ma i cattivi capitalisti, non i governi capitalisti, ma le cattive politiche. La prospettiva essenziale, in breve, è un capitalismo non-neoliberale o un capitalismo post neo-liberale – quella che Chavez all’ inizio definiva “la terza via”.
Il capitalismo senza difetti. Ma il capitalismo senza difetti è credibile in un periodo di intensa competizione internazionale nella corsa globale verso il fondo? In queste condizioni è soggetto contestazione della TINA (There Is No Alternative; era uno slogan usato spesso da Margaret Thatcher, n.d.t.)che, cioè, una tale politica, comunque auspicabile, non può avere successo. La credibilità generale dell’intraprendere politiche destinate e capovolgere gli effetti del neoliberalismo comunque aumenta sostanzialmente con un cambio favorevole della congiuntura economica – come è successo con il boom dell’economia capitalista internazionale e in particolare con l’incremento della domanda di risorse naturali causata dalla crescita della Cina.
La terza via, la via del capitalismo senza difetti, è stata perciò la strada che hanno intrapreso alcuni paesi latino-americani. Questa è stata la marea rosa – un tentativo di creare un capitalismo post neo-liberale. L’unica eccezione è stata il Venezuela che però cominciò anche esso in quel modo. Il suo modello essenziale è stato di usare i ricavi delle loro risorse per costruire l’industria tramite un modello neo-strutturalista per lo sviluppo economico endogeno allo scopo di ridurre la dipendenza dal petrolio, e di ridurre il debito sociale con i programmi per l’istruzione e la sanità. Questo modello era un modello inteso a creare un buon capitalismo invece che un cattivo capitalismo. Il golpe del 2002 e lo sciopero generale boss del 2002-3, rivelarono, tuttavia, che l’oligarchia venezuelana e l’imperialismo statunitense non volevano un capitalismo buono perché erano contenti di quello che esisteva.
Da questo punto in poi, il Venezuela si mosse in un’altra direzione: nel 2003 iniziò a costruire un’alternativa al capitalismo con quella che chiamò l’economia sociale. Nel 2005 e nel 2006 chiamò quell’alternativa “socialismo per il 21° secolo”, promuovendo la gestione operaia e i consigli comunitari – quelli che Chavez definiva cellule di un nuovo stato socialista. Al contrario della democrazia sociale e del populismo, tipici della marea rosa, il Venezuela cominciò a creare gli elementi di una democrazia rivoluzionaria in cui le persone sviluppano le loro capacità attraverso il loro protagonismo.
Come sappiamo, il Venezuela oggi è una storia molto triste, ma non a causa delle sue mosse in direzione della democrazia rivoluzionaria (in opposizione agli effetti di una cultura radicata di clientelismo e corruzione, oltre a politiche economiche inadeguate e incomprensibili). In effetti, se c’è una qualche speranza per il Venezuela in questi giorni è grazie a quei passi verso la democrazia rivoluzionaria (in particolare nelle communi).
E che dire della Marea Rosa? Che cosa accade alla social democrazia e alle politiche populiste quando il motore si spegne? E’ ovvio, infatti che il rallentamento nell’economia capitalista internazionale, e, in particolare, il ridotto tasso di crescita della richiesta in Cina, ha creato una crisi non soltanto per i paesi che hanno intrapreso una strada social democratica (come l’Argentina, il Brasile, l’Ecuador e, in misura molto minore, la Bolivia, finora), ma anche paesi come il Cile e il Messico che non l’hanno fatto. Vediamo di nuovo il problema degli equilibri internazionali (esacerbati dalla crescita del popolare e delle importazioni associate alla riduzione della povertà), dei deficit e del debito. E quindi, che cosa succederà? Tutte le altre cose uguali, la stessa cosa che era capitata negli anni ’80 e ’90. Il messaggio sarà TINA, nel caso migliore una TINA dal volto umano. Questo segnerà la fine della Marea Rosa.
Ma tutte le altre cose non sono necessariamente uguali. Quel risultato non è inevitabile."
Quali sono le prospettive per il prossimo periodo?
"Sebbene le prospettive a un ritorno alle politiche neoliberali (e, probabilmente, a nuovi governi che inequivocabilmente perseguono quel corso) siano alte, abbiamo bisogno di comprendere che ci sono alternative. Un governo può vincere la battaglia contro il neoliberalismo, sostenevo nel 2004 (in un saggio ristampato su Build It Now), ma soltanto se è “preparato a rompere ideologicamente e politicamente con il capitale, soltanto se è preparato a rendere i movimenti sociali attori nella realizzazione di una teoria economica basata sul concetto delle capacità umane.” Se non lo è (continuavo) “un governo di tale tipo inevitabilmente deluderà e smobiliterà tutti coloro che cercano un’alternativa al neoliberalismo; e, ancora una volta, il suo prodotto immediato sarà la conclusione che non c’è nessuna alternativa.”
Ho citato questo brano l’anno scorso in un saggio intitolato: “Democrazia sociale o democrazia rivoluzionaria: Syriza e noi” perché penso che la lezione del governo di Syriza in Grecia è un di lezione per l’America Latina (e in realtà per noi). Come ho scritto in quel saggio:
Ci sono sempre delle scelte. Possiamo prendere la strada delle ‘sconfitte senza gloria’ (Badiou) che sono caratteristiche della democrazia sociale oppure possiamo muoverci in direzione della democrazia rivoluzionaria che costruisce le capacità della classe operaia. Al centro della seconda scelta c’è il fatto che essa che abbraccia il concetto di pratica rivoluzionaria – ‘la coincidenza delle circostanze che cambiano e dell’attività umana o auto-cambiamento’.
Quali sono quindi le prospettive in America Latina di evitare un’ulteriore “sconfitta senza gloria”? Anche se l’attuale traiettoria della Marea Rosa e della Rivoluzione Bolivariana non è molto promettente, penso che sia importante tenere in mente quelle scelte. Perfino dopo il tradimento assoluto del popolo greco da parte del governo di
Syriza (anche dopo aver detto “sì” quando la gente ha detto “no”), ho scritto che “malgrado tutto quello che è successo, la democrazia rivoluzionaria è ancora un sentiero aperto al governo di Syriza. In quanto governo, può introdurre misure che possono aiutare a produrre soggetti rivoluzionari e a scatenare le energie creative delle masse. Inoltre, può usare il suo potere come governo, non soltanto per appoggiare lo sviluppo di un nuovo stato dal basso, ma anche per assicurare che lo stato esistente (con i suoi poteri di polizia, giudiziari, militari ecc.) non sia sotto il comando diretto del capitale.”
E’ possibile in America prendere la strada della democrazia rivoluzionaria? Penso che dobbiamo riconoscere che la strada social democratica, la strada del populismo, non è un’opzione in un periodo di trinceramento capitalista e di crollo. La domanda diventa quindi: le masse dell’America latina sono pronte a ritornare alla barbarie del neoliberalismo ancora così viva nella loro memoria oppure sono ricettivi a contestare il capitale per mezzo di un’alternativa socialista? Anche se la seconda strada non sarebbe affatto facile, ci sono dei barlumi di quella alternativa. Nelle comunità e nei consigli comunali del Venezuela, quella lotta continua. E in Argentina, l’opposizione al ritorno del neo-liberalismo, e l’esperienza di auto-gestione delle imprese recuperate, puntano alla possibilità di unire la lotta contro lo stato esistente alla costruzione delle capacità delle persone dal basso. Naturalmente ci sono anche i governi della Bolivia e dell’Ecuador – governi che potrebbero ricevere pressioni dal basso per scegliere un’alternativa socialista invece che il neoliberalismo.
In questa lotta, sia in America Latina che altrove, è essenziale sfidare direttamente l’ideologia che fa in modo che la logica del capitale sembri essere di buon senso. Invece della focalizzazione sulla massimizzazione dell’interesse personale di individui atomistici, so dovrebbe evidenziare la centralità dello sviluppo umano – un concetto che mette in rilievo lo sviluppo completo della capacità umana (ciò che Marx chiamava “la necessità personale di sviluppo del lavoratore”), il concetto di comunità ( e il riconoscimento, secondo le parole del Manifesto Comunista, che il “libero sviluppo di tutti dipende dal libero sviluppo di ognuno”) e, in particolare, il collegamento fondamentale dello sviluppo e della pratica umana (un punto evidenziato nell’insistenza della Costituzione Bolivariana che il protagonismo e la partecipazione sono la “condizione necessaria per il completo sviluppo, sia individuale che collettivo”.) In breve la Battaglia delle Idee è essenziale.
Rendere di buon senso l’importanza dello sviluppo umano, sfida non soltanto il neoliberalismo, ma il capitalismo stesso. E questo necessita pratica, non soltanto per la lotta di catturare lo stato esistente allo scopo di servire le necessità delle persone invece del capitale, ma anche per costruire le capacità della classe operaia tramite il suo protagonismo sia nei luoghi di lavoro che nelle comunità. Troppo spesso la pratica dei movimenti socialisti è stata limitata a reclutare e a organizzare le persone con il solo scopo di catturare lo stato e dimenticando di produrre una classe operaia forte. Anche in questo caso dovremmo imparare dall’esperienza di Syriza che per un certo tempo ha dato a tutti noi speranza perché è emersa come movimento dal basso ed era attiva alla base. La lezione di Syriza, come ho scritto nel mio saggio sulla social democrazia, “dovrebbe essere quella di non dimenticare mai il concetto di pratica rivoluzionaria – il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell’attività umana di auto-cambiamento. Non è mai troppo tardi ricordare e applicare questo…e mai troppo presto.”
Penso che l’America Latina stia entrando in un periodo in cui ci saranno rivolte, dimostrazioni e occupazioni, ma le eruzioni spontanee sono come i vulcani che spesso si lasciano dietro poco più che lava che si raffredda. Ho sostenuto e continuo a sostenere che ci sia bisogno di un partito per coordinare, un partito che sia legato ai movimenti (invece che essere superiore a loro). E’ possibile avere successo nella lotta contro il neoliberalismo e lo stesso capitalismo? Il mio mantra e: “pessimismo dell’intelletto, ottimismo della volontà”, e l’ottimismo della volontà si riferisce alla lotta. La lotta di classe è l’equazione – rende tutte le altre cose non più uguali."
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Links.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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