La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 3 novembre 2015

Dietro l’Expo, il partito della Nazione

di Andrea Cegna
Cen­tot­tan­ta­quat­tro giorni dopo il 1 mag­gio, l’Expo 2015 di Milano chiude i bat­tenti. Diretta tele­vi­siva e pre­si­dente della Repub­blica in loco per l’occasione. Il dibat­tito degli ultimi mesi è stato mono­po­liz­zato dal tema del “suc­cesso”. Il suc­cesso secondo tele­vi­sioni, radio, gior­nali e dichia­ra­zioni poli­ti­che è rias­sunto nel numero di ingressi e biglietti ven­duti e delle con­se­guenti code tra i padi­glioni nell’ultimo mese e mezzo.
Die­tro al “suc­cesso” tanto nar­rato dai media main­stream che si sono por­tati a casa, a titolo dif­fe­rente, oltre 50 milioni di euro di pub­bli­cità si nasconde qual­cosa di diverso e più pro­fondo. Il dele­gato unico Giu­seppe Sala è osan­nato non solo dalla com­po­nente di cen­tro destra, che gli ha attri­buito il ruolo anni fa, ma anche e soprat­tutto da Renzi e dal suo PD che lo vor­rebbe can­di­dare a sin­daco di Milano, can­cel­lando le pri­ma­rie e dando così il colpo di gra­zia al già mori­bondo pro­getto del par­tito demo­cra­tico e tra­sfor­man­dolo defi­ni­ti­va­mente nel “par­tito della nazione”.
Forse l’occasione per un nuovo grande cen­tro, un bel “par­tito dell’Expo” che rac­chiuda in se Pd, Ncd e FI.
Oggi si legge chia­ra­mente sulla stampa che Expo non è stato solo un evento ma un modello. Un modello vin­cente quindi espor­ta­bile e replicabile.
Così il pros­simo giu­bi­leo di Dicem­bre a Roma mutuerà Expo 2015. Con il pre­fetto plu­ri­po­ten­ziato e la nega­zione del dis­senso in città come si può vedere con l’ Atac come primi esempi.
Lo stato d’emergenza con gestione com­mis­sa­riale è il cen­tro di un modello fatto per ammi­ni­strare tutti i futuri eventi nella peni­sola. Con il defi­ni­tivo supe­ra­mento della rap­pre­sen­tanza poli­tica espressa attra­verso il voto e deriva secu­ri­ta­ria per garan­tire il decoro urbano e la paci­fi­ca­zione sociale per l’importanza dell’evento.
La rete atti­tu­dine No Expo già molti anni fa disse che l’evento era qual­cosa di più, ovvero un modello e un’occasione per model­lare e tra­sfor­mare leggi, idee e rap­porti sociali.
Cri­ti­che e moti­va­zioni della rete, lun­ghe oltre sette anni, sono state coperte da “alcuni momenti del cor­teo del primo mag­gio, che ne hanno sovra­de­ter­mi­nato l’impostazione col­let­tiva” (dal comu­ni­cato della rete no expo dopo il 1 mag­gio), togliendo di fatto legit­ti­mità di parola e d’azione nel dibat­tito di que­sti mesi.
Oltre alle evi­denze, il capo­la­voro di Expo è stata la nar­ra­zione che ha creato e le con­se­guenti giu­sti­fi­ca­zioni che ha fornito.
In ori­gine ha fatto cre­dere che l’evento avesse a che fare con l’agricoltura, la fame, l’ingiustizia e la sovra­nità ali­men­tare per poi sco­prire che le grandi mul­ti­na­zio­nali dell’agroindustria erano sog­getti pre­senti all’evento e legit­ti­mati a trat­tare il tema. Finendo poi con il non par­lare di cosa sarebbe dovuto signi­fi­care “Nutrire il pia­neta, ener­gia per la vita”.
Tanto che anche le realtà del terzo set­tore o Slow Food, che hanno deciso di stare den­tro ad Expo, si sono lamen­tate pub­bli­ca­mente dell’assenza del dibat­tito e di alcune pre­senze. Anche que­sto era stato denun­ciato in anti­cipo negli anni.
Poi è arri­vato il momento di pro­met­tere posti di lavoro den­tro e fuori i padi­glioni. Due­cen­to­mila se ne sareb­bero dovuti gene­rare nell’area metro­po­li­tana, ma l’evento ha can­ni­ba­liz­zato la città. Decine di migliaia di per­sone sono entrati ad Expo dopo le 18.00 per fare ape­ri­tivi e cene, svuo­tando di fatto la città e di fatto delu­dendo le pro­messe fatte.
Il lavoro volon­ta­rio è stata la com­po­nente mag­gio­ri­ta­ria, seguita da con­tratti pre­cari e sta­gio­nali come l’evento stesso.
Dopo il primo mag­gio 2015 abbiamo anche visto sdo­ga­nare, con un quasi silen­zio assor­dante, la deriva secu­ri­ta­ria anche in mate­ria lavo­ra­tiva. Per poter lavo­rare all’interno di Expo si è dovuto pas­sare un con­trollo di poli­zia. Cen­ti­naia di per­sone si sono viste rifiu­tate il pass per motivi di sicu­rezza non ben spe­ci­fi­cati e non hanno potuto così lavo­rare. Nem­meno il tar­divo inter­vento della Cgil ha fatto cam­biare vera­mente rotta.
Per non par­lare del fal­li­mento delle auto­strade finite per poter sor­reg­gere l’incremento del traf­fico stra­dale. Bre­BeMi, Pede­mon­tana e TEEM non sono nem­meno vicine ai dati di traf­fico con il quale si sono giu­sti­fi­cate. Ilpro­ject finan­cing con cui si sareb­bero dovute costruire è fal­lito e il pub­blico, a diverso titolo, è dovuto intervenire.
Fino a dicem­bre non si avranno i conti dell’evento, che ricor­diamo nasce con un inter­vento ini­ziale del pub­blico a fondo per­duto di oltre 1 miliardo di euro. E il debito totale, tra spese dirette ed indi­rette, rischia di essere molto più alto.
I dubbi sul futuro dell’area, che sem­bra saranno sve­lati attorno al 10 novem­bre diret­ta­mente dal pre­mier Renzi non sem­brano nem­meno essere un problema.
A conti fatti, Expo è stato il trionfo del capi­ta­li­smo moderno e il suc­cesso per­so­nale di Renzi e del renzismo.
I numeri non sono che la foglia di fico, anche que­sta viziata e cor­rotta da un dibat­tito che sem­bra dimen­ti­care che le aspet­ta­tive par­la­vano di 24 milioni di biglietti ven­duti, non 20, con il quale si prova a coprire il grande affare che in maniera irre­ver­si­bile, come le colate di cemento, è il vero suc­cesso dell’evento e di una parte di società.

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