La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 novembre 2015

Troppo debole, troppo forte

di Patrick Cockburn
L’equilibrio militare di potere in Siria e in Iraq sta cambiando. Gli attacchi aerei russi che si stanno effettuando dalla fine di settembre, stanno rafforzando e sollevano il morale dell’esercito siriano che all’inizio dell’anno sembrava sconfitto ed era in ritirata. Con l’appoggio della potenza aerea russa, l’esercito ora è all’offensiva dentro e attorno ad Aleppo, la seconda città più grande della Siria, e sta cercando di riguadagnare il terreno perduto nella provincia di Idlib. A quanto si dice, i comandanti siriani sul terreno trasmettono ogni giorno le coordinate di un numero di obiettivi che va da 400 a 800 all’aeronautica militare russa, sebbene soltanto una piccola proporzione di questi sia sotto attacco immediato. Le probabilità che il governo di Bashar al-Assad cada – anche se sono sempre più remote di quanto viene indicato da molti – stanno scomparendo. Non che questo significhi che Assad vincerà.
Il dramma dell’azione militare russa, mentre sta provocando un’ondata di retorica da Guerra Fredda da parte dei leader e dei media occidentali, ha allontanato l’attenzione da uno sviluppo ugualmente significativo nella guerra in Siria e in Iraq. Questo è stato il fallimento, nello scorso anno, della campagna aerea degli Stati Uniti che è iniziata in Iraq nell’agosto 2014 prima di estendersi alla Siria – per indebolire lo Stato Islamico e altri gruppi tipo al-Qaida.
In ottobre la coalizione guidata dagli Stati Uniti aveva effettuato 7323 attacchi aerei, la maggioranza dei quali condotti dall’aviazione statunitense che ne aveva effettuati 3231 in Iraq e 2487 in Siria. La campagna, però, è palesemente fallita nel contenere l’IS che in maggio ha preso Ramadi in Iraq e Palmira in Siria. Ci sono stati di gran lunga meno attacchi contro il ramo siriano di al-Qaida , cioè Jabhat al-Nusra e il gruppo islamista radicale Ahrar al-Sham che insieme dominano l’insurrezione nella Siria del nord. Il fallimento degli Stati Uniti è tanto politico quanto militare: ha necessità di partner sul terreno che stanno combattendo l’IS, ma la sua scelta è limitata perché quelli realmente impegnati nel combattimento con gli jihadisti sunniti sono in gran parte sciiti – lo stesso Iran, l’esercito siriano, Hezbollah, le milizie sciite in Iraq – e gli Stati Uniti non possono offrire loro una completa collaborazione militare perché questa alienerebbe gli stati sunniti, il fondamento del potere dell’America nella regione. Di conseguenza gli Stati Uniti possono usare soltanto la loro aviazione militare in appoggio dei curdi.
Oggi gli Stati Uniti in Iraq e in Siria si trovano di fronte allo stesso dilemma che si presentò dopo l’11 settembre quando George Bush dichiarò la guerra al terrore. Si sapeva che 14 dei 19 dirottatori erano sauditi, che Osama bin Laden era saudita e che il denaro per l’operazione proveniva da donatori sauditi. Gli Stati Uniti non vollero però perseguire al-Qaida a spese delle loro relazioni con gli stati sunniti e così fecero tacere le critiche all’Arabia Saudita e invasero l’Iraq; analogamente, non si sono mai scontrati con il Pakistan per il suo appoggio ai talebani, assicurando che il movimento fosse in grado di riorganizzarsi dopo aver perduto il potere nel 2001.
Washington tentò di mitigare il fallimento della sua campagna aerea, ufficialmente chiamata Operazione Determinazione Intriseca, facendo dichiarazioni esagerate di successo. Sono state diffuse mappe per la stampa che dimostrano che l’IS aveva una presa che si va indebolendo su una porzione di territorio di ampiezza compresa tra il 25% e il 30%, ma hanno escluso opportunamente le parti della Siria dove l’IS stava progredendo. Tale è la soppressione e la manipolazione dell’intelligence da parte dell’amministrazione, che in luglio 5 analisti che lavorano per il Comando Centrale degli Stati Uniti hanno firmato una protesta contro la distorsione ufficiale di quello che stava accadendo sul campo di battaglia. La Russia ha ora tratto vantaggio dal fallimento degli Stati Uniti di eliminare gli jihadisti.
Ma la rivalità della grande potenza è soltanto uno degli scontri che hanno luogo in Siria e la fissazione dell’intervento russo ha oscurato altri importanti sviluppi. Il mondo esterno non ha prestato molta attenzione, ma la lotta regionale tra gli Sciiti e i Sunniti si è intensificata nelle scorse settimane. Gli stati sciiti in tutto il Medio Oriente, particolarmente l’Iraq, l’Iran e il Libano, non hanno mai dubitato molto che sono in una lotta considerevole con gli stati sunniti fino al termine, con a capo l’Arabia Saudita e i loro alleati locali in Siria e in Iraq. I capi sciiti rifiutano l’idea, molto favorita a Washington, che esiste un’opposizione sunnita moderata, non settaria che sarebbe disponibile a condividere il potere a Damasco e a Baghdad; questa, credono che sia propaganda prodotta dai media sostenuti dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Quando si tratta di mantenere Assad in carica a Damasco, l’accresciuto coinvolgimento delle potenze sciite è importante quanto la campagna aerea della Russia. Per la prima volta, unità della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, sono state impiegate in Siria, per lo più attorno ad Aleppo, e ci sono rapporti che parlano di mille combattenti dell’Iran e di Hezbollah che aspettano di attaccare dal nord. Vari comandanti in capo iraniani sono stati di recente uccisi nei combattimenti. La mobilitazione dell’asse sciita è significativa, perché, anche se i sunniti sono più numerosi degli sciiti nel mondo musulmano in generale, nella fascia di paesi più direttamente coinvolti nel conflitto – Iran, Iraq, Siria e Libano – ci sono più di un milione di sciiti che credono che la loro propria esistenza sia minacciata se Assad abbandona, paragonati ai 30 milioni di sunniti che sono in maggioranza soltanto in Siria.
Oltre alla rivalità russo-americana e alla lotta tra Sciiti e Sunniti, un terzo sviluppo di importanza crescente sta modellando la guerra. E’ la lotta dei 2,2 milioni di curdi, cioè il 10% della popolazione siriana, per creare uno staterello curdo nella Siria di nord-est che i curdi chiamano Rojava. Fin dal ritiro dell’esercito siriano dalle tre enclave curde nell’estate del 2012, i curdi hanno avuto straordinari successi militari e ora controllano un’area che si estende per 402 km. tra l’Eufrate e il Tigri lungo la frontiera meridionale della Turchia. Il leader curdo siriano Salih Muslim in settembre mi ha detto che le forze curde intendevano avanzare a ovest dell’Eufrate, impadronendosi l’ultimo valico di frontiera con la Turchia a Jarabulus in mano all’IS e a collegarsi con l’enclave curda siriana ad Afrin. Un evento del genere sarebbe visto con orrore dalla Turchia che improvvisamente si trova circondata dalle forze curde appoggiate dalla potenza aerea degli Stati Uniti lungo gran parte della sua frontiera meridionale.
I curdi siriani dicono che le loro Unità di protezione del popolo (YPG) ammontano a 50.000 uomini e donne sotto le armi (sebbene in Medio Oriente è saggio dividere per due tutte le affermazioni riguardanti la forza militare). Sono l’unica forza che ha battuto ripetutamente lo Stato Islamico, compresa la lunga battaglia per Kobane, terminata in gennaio. Le YPG hanno armi leggere ma molto efficaci quando coordinano i loro attacchi con l’aviazione statunitense. Forse i curdi esagerano la forza della loro posizione: la Rojava è la parte più sicura della Siria a parte la costa del Mediterraneo, ma questa è una misura dell’insicurezza cronica nel resto del paese, dove, anche nel centro di Damasco controllato dal governo, le bombe di mortaio sparate dalle enclave dell’opposizione, esplodono quotidianamente. Le linee del fronte sono molto lunghe e porose e quindi l’IS può infiltrare e lanciare attacchi improvvisi. Quando a settembre sono andato in macchina da Kobane a Qamishli, altra grande città curda, lungo una strada considerata sicura, sono stato fermato in un villaggio arabo dove le truppe delle YPG mi dissero che stavano facendo una ricerca per trovare cinque o sei combattenti dell’IS che erano stati visti nella zona. Alcune miglia più avanti, nella città di Tal Abyad, che le YPG avevano aveva ripreso all’IS in giugno, una donna corse fuori da casa sua per fare cenno di fermarsi alla macchina della polizia che stavo seguendo, per dire che aveva appena visto un combattente dell’IS con vestito di nero e con la barba, che attraversava di corsa il suo cortile. La polizia mi disse che c’erano ancora uomini dell’IS che si nascondevano in case arabe abbandonate in città. Mezz’ora dopo, stavamo attraversando la città di Ras al-Ayn che i curdi avevano tenuto per due anni, quando c’è stato il suono di quello che pensai fosse una sparatoria più avanti rispetto a noi, ma si rivelò essere un attentatore suicida in una macchina: si era fatto saltare in aria al posto di controllo successivo, e aveva ucciso cinque persone. Contemporaneamente, un uomo in motocicletta fece esplodere una bomba a un posto di controllo che avevamo appena attraversato, ma uccise soltanto se stesso. Forse le YPG hanno cacciato via l’IS da queste zone, ma non sono arrivate molto lontano.
Innumerevoli vittorie e sconfitte sui campi di battaglia in Siria e in Iraq sono state annunciate negli scorsi quattro anni, ma la maggior parte di esse non sono state decisive. Tra il 2011 e il 2013 era opinione diffusa in Occidente e in gran parte del Medio Oriente che Assad sarebbe stato deposto proprio come lo era stato Gheddafi. Alla fine del 2013 e per tutto il 2014 è stato chiaro che Assad controllava ancora tutte le aree più popolate, ma che i progressi jihadisti fatti nella Siria settentrionale e orientale in maggio ripristinavano i discorsi dello sgretolamento del regime. In realtà è probabile che nessuno dei due governi, né i loro oppositori crollino: tutte le parti hanno molti sostenitori che combatteranno fino alla morte. E’ un’autentica guerra civile: un paio di anni fa a Baghdad un politico iracheno mi disse che ‘il problema in Iraq è che le parti sono entrambe troppo forti e troppo deboli: troppo forti per essere sconfitte, ma troppo deboli per vincere’. La stessa cosa si applica oggi in Siria. Anche se uno dei combattenti patisce una temporanea sconfitta, i suoi sostenitori stranieri lo rimetteranno in piedi: la parte malandata non-IS dell’opposizione siriana fu salvata dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia nel 2014 e quest’anno Assad è stato salvato dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah. Tutti hanno troppo da perdere: la Russia ha bisogno di un successo in Siria dopo 20 anni di ritirata, mentre gli stati sciiti non osano permettere un trionfo sunnita.
Lo stallo militare sarà difficile da interrompere. Il campo di battaglia è vasto, con le prime linee che si estendono dall’Iran al Mediterraneo. L’entrata dell’aeronautica militare russa porterà a un nuovo equilibrio di potere nella regione? Sarà più efficace degli americani e dei loro alleati? Affinché la potenza aerea funzioni, anche quando è fornita di armi di precisione, ha bisogno di un partner militare sul terreno che identifichi gli obiettivi e che comunichi le coordinate agli aeroplani che volano in alto. Questo approccio ha funzionato per gli Stati Uniti quando in Afghanistan appoggiavano l’alleanza del nord contro i talebani, nel 2001 e i peshmerga iracheni contro l’esercito di Saddam nell’Iraq settentrionale nel 2003; la Russia adesso spererà di avere lo stesso successo tramite la sua collaborazione con l’esercito siriano. Ci sono alcuni segnali che questo potrebbe accadere; il 18 ottobre quelli che sembravano essere aerei russi, secondo quanto riferito da osservatori indipendenti hanno eliminato un convoglio dell’IS di 16 veicoli e hanno ucciso 40 combattenti vicino a Raqqa, capitale dello Stato Islamico della Siria.
L’appoggio aereo non sarà però sufficiente a sconfiggere l’IS e altri gruppi simili ad al-Qaida, perché anni di battaglie contro gli eserciti statunitensi hanno dato ai loro combattenti una formidabile competenza militare. Le tattiche comprendono molteplici attacchi coordinati compiuti da attentatori suicidi che talvolta guidano camion corazzati che trasportano varie tonnellate di esplosivi, e comprendono anche l’uso massiccio di IED (Improvised Explosive Device – Ordigno esplosivo improvvisato)https://it.wikipedia.org/wiki/Ordigno_esplosivo_improvvisato e di trappole esplosive. L’IS insiste sull’addestramento prolungato e anche sull’insegnamento religioso; i suoi cecchini sono famosi per restare fermi per ore quando cercano un obiettivo. L’IS agisce come una forza di guerriglia che fa affidamento sulla sorpresa e sugli attacchi diversivi per sorprendere di continuo i suoi nemici.
Negli scorsi tre anni ho scoperto che il modo migliore di imparare che cosa accade davvero in guerra, è di visitare gli ospedali militari. La maggior parte dei soldati feriti, testimoni oculari dei combattimenti, sono annoiati a causa della loro convalescenza e desiderosi di parlare delle loro esperienze. A luglio sono stato nella Clinica Universitaria Hussein nella città santa sciita di Karbala, dove una corsia era riservata ai combattenti feriti appartenenti alla milizia sciita nota come Hashid Shaabi. Molti avevano risposto a una chiamata alle armi fatta dal Grande Ayatollah Ali Sistani dopo che l’IS aveva preso Mosul l’anno scorso. Il Colonnello Salah Rajab, vice comandante del battaglione Habib della brigata Ali Akbar, il quale era a letto dopo l’amputazione della parte inferiore della sua gamba sinistra, aveva combattuto a Baiji City, una città sul Tigri vicina alla più grande raffineria di petrolio dell’Iraq, per 16 giorni, quando un proiettile di mortaio è caduto vicino a lui, uccidendo due dei suoi uomini e ferendone quattro. Quando gli domandai quali erano le debolezze dell’Hashid, mi disse che i suoi membri erano entusiasti ma addestrati male. Sapeva parlare con una certa autorità: era un militare di carriera che si era dimesso dall’esercito iracheno nel 1999. Si lamentava del fatto che i suoi soldati avevano un massimo di addestramento di tre mesi, mentre avevano bisogno di sei mesi, e la conseguenza era che facevano errori costosi, come, per esempio, parlare troppo usando i cellulari e le radio da campo. L’IS monitorava queste conversazioni, e usava le informazioni intercettate per infliggere pesanti perdite. Il più grosso problema per l’Hashid che probabilmente ammonta a circa 50.000 uomini, è la mancanza di comandanti esperti in grado di organizzare un attacco e di mantenere basso il numero di vittime.
Omar Abdullah, un miliziano volontario di 17 anni, era in un altro letto nella stessa corsia. Era stato addestrato soltanto per 25 giorni prima di andare a combattere a Baji dove un braccio e una gamba si sono rotte a causa dello scoppio di una bomba. La sua storia confermava il racconto del Colonnello Rajab di miliziani entusiasti ma privi di esperienza che hanno sofferto di pesanti perdite quando cadevano in trappole dell’IS. Arrivando a Baji, Abdullah disse: ‘Siamo stati colpiti da cecchini e siamo corsi in una casa a cercare riparo. Eravamo in 13 e non ci siamo resi conto che la casa era piena di esplosivi.’ Sono stati fatti detonare da un combattente dell’IS che sorvegliava la casa; l’esplosione ha ucciso nove dei miliziani e ha ferito gli altri quattro. Anche soldati esperti sono caduti vittime di trappole di questo tipo. Un esperto di eliminazione di bombe che era in corsia mi ha detto che stava esaminando un ponte di legno che su un canale, che sembrava sospetto, quando uno dei suoi uomini ci ha messo un piede sopra e ha fatto esplodere una bomba che ha ucciso 4 e ferito 3 tre componenti della squadra addetta all’eliminazione delle bombe.
I tipi di ferite riflettono il tipo di combattimento predominante, la maggior parte del quale si svolge in città o in zone urbanizzate e implica combattimenti di casa in casa in cui le perdite sono alte. I soldati siriani, curdi e iracheni hanno raccontato di essere stati colpiti dai cecchini mentre presidiavano i posti di controllo o di essere stati feriti da mine o da trappole esplosive. In maggio ho parlato con un combattente curdo di 18 anni dell’YPG, di nome Javad Judy, all’ospedale Shahid Khavat nella città di Qamishli nella Siria nord-orientale. Gli avevano sparato alla spina dorsale mentre una squadra stava sgombrando un villaggio cristiano vicino ad Hasaka dai combattenti dell’IS. ‘Ci eravamo divisi in tre gruppi che cercavano di attaccare il villaggio,’ ha detto, ‘quando siamo stati colpiti da intenso fuoco da dietro gli alberi e dagli alberi da entrambi i lati dove stavamo.’ Era ancora traumatizzato perché aveva scoperto che la parte inferiore del suo corpo era definitivamente paralizzata.
Per alcuni soldati le ferite non sono soltanto l’unica minaccia alla loro sopravvivenza. Nel 2012, all’ospedale militare Mezze, a Damasco, avevo incontrato Mohammed Diab, un soldato di 21 anni dell’esercito siriano che un anno prima era stato ferito ad Aleppo da una pallottola che gli aveva frantumato la parte inferiore della sua gamba sinistra. Dopo un inizio di guarigione era tornato al suoi villaggio natale di Rahiya nella provincia di Idlib, mossa pericolosa dato che era sotto il controllo dell’opposizione. Avendo sentito che c’era un soldato governativo ferito nel villaggio, presero Diab come ostaggio e lo trattennero lì per 5 mesi; vendettero perfino il suo supporto ortopedico di metallo e gli diedero invece un pezzo di legno da legare alla sua gamba. Alla fine la sua famiglia lo riscattò pagando l’equivalente di 1000 euro, ma la gamba intanto si era infettata e quindi tornò in ospedale.
In un certo senso, i soldati e i combattenti con i quali avevo parlato, erano quelli fortunati: almeno avevano un ospedale dove andare. Migliaia di combattenti dell’IS devono essere stati feriti a Kobane dove il 70% degli edifici sono stati distrutti da 700 attacchi aerei americani. A Damasco, interi distretti nelle mani dell’opposizione, sono in macerie dall’artiglieri governativa e dai barili bomba.* Fin dal marzo 2011, secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, 250.124 siriani sono stati uccisi e di due milioni di feriti su una popolazione di 2 milioni. Il paese è saturo di violenza . In settembre sono andato nella città di Tal Tamir, fuori Hasaka City, vicino a dove Javad Judy era stato ucciso. Lo Stato Islamico si era ritirato, ma le persone erano ancora troppo terrorizzate per ritornare nelle loro case – o in quelle che erano ancora in piedi. Un funzionario locale ha detto che stava tentando di persuadere i profughi a tornare indietro. La loro riluttanza non era inaspettata: la settimana precedente una donna araba che sembrava incinta era stata arrestata al mercato di Tal Tamir. Si è scoperto che era un’attentatrice suicida che non era riuscita a far detonare gli esplosivi legati con una cinghia sulla pancia sotto i suoi vestiti neri.
L’intervento russo in Siria, il maggior coinvolgimento dell’Iran e dei poteri sciiti, e l’ascesa dei curdi siriani non ha ancora cambiato lo status quo in Iraq. La presenza russa rende meno probabile l’intervento militare turco contro i curdi e il governo di Damasco. Però è necessario che i russi, l’esercito siriano e i loro alleati ottengano una vittoria seria – come riconquistare la città di Aleppo nelle mani dei ribelli – se devono trasformare la guerra civile. Assad non vorrà che le sue esperte unità di combattimento siano coinvolte nel tipo di battaglia condotta casa per casa descritta dai soldati feriti degenti negli ospedali. D’altra parte la campagna aerea russa ha un vantaggio rispetto a quella degli americani, in quanto è stata iniziata in appoggio a un effettivo esercito regolare. Gli Stati Uniti non hanno mai osato attaccare l’IS quando combatteva contro l’esercito siriano, perché Washington non voleva essere accusata di mantenere al potere Assad. L’approccio degli Stai Uniti li ha lasciati senza veri alleati sul terreno , a parte i curdi, la cui efficacia è limitata al di fuori delle aree a maggioranza curda. La debolezza paralizzante della strategia degli Stati Uniti sia in Iraq che in Siria è stata di immaginare che una ‘moderata opposizione sunnita’ o esista o possa essere creata. Nonostante le violente denunce dell’America riguardo all’intervento russo, alcuni a Washington sanno capire il vantaggio che la Russia faccia ciò che gli Stati Uniti non possono fare da soli. Nel frattempo la Gran Bretagna è alle prese con la prospettiva di unirsi alla campagna aerea guidata dagli Stati Uniti, senza notare che questa ha già mancato il suo scopo principale .


Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: London Review of Books
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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