
di Tommaso Di Francesco
Il presidente della Commissione Ue Juncker, a tre giorni dagli attentati di Parigi, ha aperto i cordoni del fiscal compact, il patto d’acciao dell’Unione europea: «I soldi spesi per la sicurezza e la difesa non saranno considerati nella valutazione sui limiti del deficit». Era accaduto anche per i profughi nel tentativo di compattare il fronte ormai maggioritario dei recalcitranti ad accogliere rifugiati emigranti. Serviranno, temiamo, per realizzare sulla pelle dei disperati in fuga da guerre e miseria una indicizzazione di spesa utile alla fine ad esternalizzare nei Paesi «sicuri» un universo di campi di cocentramento.
Ma ora questa nuova decisione su «sicurezza e difesa» è davvero illuminate quanto a trasformazione istituzionale della governance internazionale. Vuol dire che viene rimesso in discussione l’intoccabile fiscal compact, quel diktat Ue che ha bloccato e blocca ogni espansione della spesa pubblica, arma ineludibile e necessaria per i governi di fronte al disastro sociale provocato dalla crisi economica del modello di sviluppo nel quale viviamo, obbligando fin qui ogni Paese a restare dentro le logiche dei mercati e della finanza internazionale. È un cappio al collo per ogni governo e un handicap sui valori fondanti dell’Unione europea. Ha infatti impedito interventi sociali, fino a ridurre al taglio del welfare e spesso alla fame paesi come la Grecia, condizionando le scelte di Spagna, Portogallo, Italia e non solo.