La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 novembre 2015

Quale riforma per il cinema italiano

di Stefania Brai
Vorrei riprendere il dibattito su “quale riforma per il cinema italiano” partendo da alcune considerazioni di Baistrocchi apparse sul numero precedente di Diari di Cineclub: “un bambino di due anni che veda Peppa Pig in tv, sull’Ipad, sul pc, su una piattaforma Nintendo o in sala (se ce lo portano) ha una concezione più moderna del cinema e dell’audiovisivo di tutti i vertici dei ministeri e delle associazioni competenti. Il piccolo percepisce semplicemente come “immagini in movimento” quello che molti ancora distinguono in cinema, televisione, video-grammi, videogiochi, digitale, pellicola, ecc. ecc.” e pubblicità, aggiungerei io. Vorrei partire da qui perché quello che mi spaventa è che tutto ciò è dato come traguardo positivo men¬tre io penso che questo sia esattamente il segnale del fallimento delle politiche per la cultu¬ra nel nostro paese e dei danni provocati non solo dalle televisioni generaliste private ma in modo molto più “colpevole” da un servizio pubblico radiotelevisivo che tutto è stato in questi ultimi venti anni fuorché istituzione culturale pubblica.
Fondamentalmente per due motivi. Il primo, più grave e pericoloso per i danni sociali oltre che culturali che produce, riguarda una proposta culturale largamente unificata il cui senso profondo è quello di un’accettazione totale dell’esistente, quasi della sua ineluttabilità, senza l’idea stessa di possibilità di cambiamento; dell’accettazione del mondo così com’è, dei valori proclamati dell’individualismo, della competizione, del successo individuale come valore in sé, dell’apparenza fisica come modello da inseguire. Una filosofia mortale di accettazione e di adeguamento all’esistente senza più indignazione e solidarietà, senza voglia di un mondo diverso; una passivizzazione e addormentamento delle intelligenze.
Il secondo, che ci riguarda in questo caso più da vicino, è che l’offerta culturale sostanzialmente univoca induce e genera una domanda omologa. Chiedi cioè il solo modello che conosci e sul quale ti sei formato. E se nell’offerta culturale non si distingue più la fin¬zione dalla realtà, se tutto è uguale a tutto allora sì che non si vedranno più le differenze tra il cinema, la televisione, la pubblicità, il videogioco, eccetera eccetera e tutto sarà semplicemente e tragicamente solo “immagini in movimento”. E’ questo che vogliamo? Se sì perché fare delle leggi per sostenere la produzione culturale? Se è un bene che tutto è uguale a tutto produciamo direttamente un unico prodotto (in questo caso davvero “prodotto” e non “opera”) che si finanzierà benissimo da solo sul mercato “unico” e diamoci finalmente pace.
Esco dal paradosso (forse poi non tanto) per dire che io invece credo che la cultura e la produzione culturale siano un elemento fondamentale per la stessa democrazia proprio perché accendono e svegliano le intelligenze, perché sono strumento di formazione di conoscenza e di capacità critica e perché quindi riguardano direttamente le possibilità e capacità di scelta.
Io credo che fondamentalmente per questo lo Stato abbia l’obbligo costituzionale di sostenere con leggi di sistema il teatro, la musica, il cinema, l’editoria libraria, l’informazione e tutto quello che è produzione culturale ed artistica.
Per quello che riguarda il cinema e l’audiovisivo provo allora a tentare di indivi-duare alcuni principi a mio parere “indispensabili” e di avanzare alcune proposte. Dico alcuni principi e alcune proposte perché ovviamente una legge di sistema è cosa complessa ed è difficile da sintetizzare in un articolo.
Intanto dei punti di premessa. Innanzitutto vorrei dire che a mio parere in una legge sul “cinema e l’audiovisivo” non dovrebbero rientrare i videogiochi, la pubblicità e tutto ciò che è pensato e prodotto unicamente per la televisione perché per questi settori occorrono normative ad hoc. Inoltre penso che tener conto in una legge “degli interessi, delle esigenze, delle aspirazioni dei cittadini” non solo non è utile né moderno ma completamente sbagliato. In generale perché non si fanno le leggi in base ai sondaggi ma in particolare nei settori culturali per tutti i motivi che ho tentato di dire finora: cioè che come ci ha insegnato Gramsci esiste un rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura e perché il “senso comune” maggioritario è determinato e condizionato dalla produzione di quel “pensiero unico” di cui parlavo prima. E poi a qualcuno può venire in mente di fare un sondaggio tra i ragazzi per stabilire i programmi e le materie di insegnamento? Anche se siamo sulla buona strada visto che si è cominciato a chiederlo alle imprese, come è avvenuto per la riforma renziana della scuola. Un’ultima cosa sempre come premessa. I quattro principi generali indicati dagli autori rischiano a mio parere di essere talmente generici da poter essere assunti anche dalla proposta di legge della senatrice Di Giorgi (parentesi: trovo estrema¬mente scorretto chiamarla legge Di Giorgi-Zavoli come se Zavoli non fosse solo l’ultimo tra i firmatari messi in ordine alfabetico ma l’artefice della legge insieme alla senatrice Pd, cosa che sinceramente non credo).
Nel merito dei 4 punti degli autori penso infatti che non sia sufficiente chiedere la creazione del Cnc senza specificarne la natura giuridica e la composizione, così come chiedere al punto 2 certezza e continuità esclusivamente nelle risorse derivanti dalla tassa di scopo rischia di essere letto come possibilità di accet¬tare la dismissione delle risorse derivanti dalla fiscalità generale per di più senza dare alcuna indicazione su cosa e come devono es¬sere investiti i finanziamenti del Cnc; per quanto riguarda il punto 3 sulla “trasparenza” vorrei ricordare che esiste già il Pubblico regi¬stro cinematografico al quale è obbligatorio iscriversi per accedere alle provvidenze di Stato e sul quale sono indicati tutti i dati dell’opera cinematografica compresi gli atti di vendita, di cessione, eccetera; infine nel quar¬to punto la richiesta di sanzioni certe mi pare sacrosanta visto che tutte le leggi fino ad oggi non le hanno previste per problemi interni alle varie maggioranze di governo, ma se non si aggiunge che devono essere tali da rendere “non conveniente” l’infrazione rischiano di essere ancora una volta inutili e ininfluenti. E vengo molto in sintesi ai principi e alle proposte per una legge di sistema sul cinema, col rischio ovvio della genericità ma pronta se necessario ad entrare nel merito e nel dettaglio.
Penso prima di tutto che dovrebbe essere chiaramente espresso nei principi generali che il cinema costituisce mezzo di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale e che l’opera cinematografica costituisce un bene culturale. Che la Repubblica nel riconoscere l’importanza culturale del settore cinematografico garantisce la libertà di espressione e il pluralismo dell’of¬ferta. Questo per affermare un principio: riconoscere l’importanza economica del settore cinematografico, così come degli altri settori culturali (ogni euro investito in cultura produce dai 4 ai 6 euro) non deve voler dire che lo Stato investe in cultura per conseguire un utile economico (vedi turismo culturale) ma per ricercare “solo” un utile culturale e dunque sociale.
1. Ho già detto della necessità della costituzione di un Centro nazionale per il cinema che sia un ente pubblico che inglobi tutte le competenze dell’attuale ministero e che attui (non “elabori”, perché l’elaborazione spetta alla politica perlomeno fino a che esiste un Parlamento) le politiche pubbliche di settore con una reale autonomia regolamentare, amministrativa, organizzativa, patrimoniale, finan¬ziaria, contabile e di bilancio. Così come ho già detto che deve a mio parere essere gestito dalle forze sociali, culturali e professionali del settore.
2. Ma una legge di sistema penso debba prevedere norme e regole chiare, valide per tutti e non lasciate alla discrezionalità di chi in quel momento governa un ministero o il nuovo Cnc. E allora va indicato con chiarezza che il settore si finanzia con risorse che provengono dalla fiscalità generale e dalla fiscalità di sco-po e che tutte queste risorse confluiscono in un unico fondo. Va stabilita per legge la percentuale di fondi da destinare ai finanziamenti selettivi e a quelli automatici (io penso 70 % ai primi e 30 % ai secondi). Va specificato chi si finanzia in modo selettivo e chi in modo automatico. Io penso che siano ancora valide le indicazioni emerse dal seminario delle Giornate degli autori che prevedevano che il finanziamento selettivo dovesse essere destinato alle opere mentre il finanziamento automatico alle imprese e riferito all’attività complessiva annua delle singole società, con l’obbligo di investimento di una percentuale in sviluppo di sceneggiature e di una percentuale in produzione di film italiani. Se tutto questo non avviene il finanziamento deve essere restituito. L’idea è che lo Stato non finanzia qualsiasi film, ma sostiene la produzione “premiando” le imprese che più investono in cinema.
È importante che sia previsto anche un fondo specifico per lo sviluppo di sceneg-giature e di progetti di film documentari. Vuol dire sostenere il lavoro di sceneggiatori che spesso sono costretti a lavorare a titolo gratuito e ricevere un compenso solo in caso che la sceneggiatura si trasformi in film; vuol dire far crescere nuovi sceneggiatori; vuol dire sostenere i produttori indipendenti nel fi-nanziamento per la stesura di sceneggiature.
Per quanto riguarda la distribuzione il fine dovrebbe essere quello di sostenere le società di distribuzione indipendenti e di sostenere al contempo la distribuzione di film italiani ed europei. Anche qui il finanziamento dovrebbe essere dato alle società o in percentuale rispetto al fatturato derivante dagli incassi dell’anno precedente (con l’obbligo di reinvestimento in minimi garantiti alla produzione o in distribuzione) oppure in percentuale rispetto al finanziamento pubblico ottenuto in base ad un piano di lanciamento del film.
Ugualmente lo scopo del sostegno all’esercizio dovrebbe essere quello di incentivare la programmazione di cinema italiano ed europeo, oltre che la ristrutturazione e l’ammoder¬namento delle sale. Il documento delle Giornate degli autori prevedeva una specie di “rimborso” alle sale che proiettano film italiani ed europei e che hanno entrate inferiori alla media dell’anno precedente e agli esercenti che proiettano cortometraggi o documentari prima dei film.
Credo inoltre che in un momento di crisi economica quale quello che stiamo vivendo dovrebbe essere compito dello Stato sostenere le sale “di città” (le case del cinema europeo, come le definì Pino Solanas in contrapposizione ai multiplex, case del cinema americano) per consentire loro di ridurre i prezzi dei biglietti. Non solo per impedire che l’accesso alla cultura sia sempre più un “lusso” riservato a chi se lo può permettere ma credo anche che sia oggi più che mai “socialmente utile” riportare le persone e i giovani alla visione collettiva, a “condividere” non solo virtualmente, ad uscire dall’isolamento e dalla solitudine che le nuove tecnologie incentivano.
3. Promozione della cultura e delle attività cinematografiche. È un punto molto importante perché riguarda anche questo il diritto dei cittadini all’accesso alla cultura. E tra i modi di garantire questo diritto c’è anche il sostegno da parte dello Stato a tutte le attività e le iniziative che contribuiscono alla formazione culturale e alla diffusione della cultura.
In questo quadro è importante prevedere anche contributi per la pubblicazione, diffusione, conservazione di riviste ed opere a carattere culturale, storico, artistico, scientifico così come è fondamentale sostenere l’associazionismo culturale e in particolare quello cinematografico. Rischia di diventare “inutile” riuscire a produrre e perfino a far circolare i nostri film se non si ricostruisce nel nostro paese l’idea stessa di cultura e del film come opera artistica, se non si ricostruisce l’interesse per la cultura e la creazione artistica, se non si ricostruisce la “domanda” di cultura e se la cultura non è vissuta e rivendicata come diritto.
Potrei continuare ma i capitoli sono tanti. Ne cito solo alcuni, tutti ugualmente importanti: riconoscimento del film come bene culturale; iva sui prodotti e le attività culturali; normative antitrust orizzontali e verticali; diritti di utilizzazione delle opere; rapporti con le emittenti televisive, obblighi di programmazione e di investimento; promozione delle opere nazionali ed europee, pubblicità televisiva, cronologia; sanzioni.
Vorrei invece finire con un tema che avrebbe bisogno di una legge specifica ma che forse potrebbe essere anticipato in una legge di sistema sul cinema e sul quale comunque credo dobbiamo cominciare a ragionare. Mi riferisco al lavoro nel cinema e nella cultura in generale. Alla necessità che sia riconosciuto come tale, alla necessità di garantire a tutti i lavoratori che operano in questi settori i diritti che sono (ancora) riconosciuti a tutti i lavoratori: dagli ammortizzatori sociali, alle malattie professionali, alla maternità, agli infortuni sul lavoro, al diritto alla pensione. Credo che anche difendere il lavoro sia un modo per difendere il nostro cinema e la nostra cultura.

Fonte: controlacrisi.org 

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