di Dilar Dirik
Un tedesco non è colpito dal progetto di democrazia popolare nella regione denominata Rojava perché ha visto qualcosa di simile decenni fa in America Latina. Una francese rimprovera le donne Curde per non aver preparato la sua visita perché non sono organizzate come le donne afgane che aveva osservato negli anni ’80. Una persona passa per essere un membro rivoluzionario della Rojava dopo un visita di una settimana e senza potere accedere ai media e alle pubblicazioni in nessuna lingua medio-orientale, ma la sua opinione è considerata più legittima e autentica di quella delle persone che combattono. Che cosa hanno in comune le esperienze di queste persone? Tutti dimostrano un interesse e preoccupazione genuine, e i loro sforzi meritano il dovuto credito. C’è però qualcosa di più: l’elemento che è alla base di un sistema che permette alle persone di completare l’elenco del turismo rivoluzionario – nel decennio scorso specialmente in Palestina e nel Chiapas e ora nella Rojava. Questo elemento è un qualcosa che i rivoluzionari devono attivamente problematizzare: il privilegio.
Chiariamo dall’inizio: dato che scrivo per lo più per un pubblico internazionale, che facilita le comunicazioni e incoraggia le delegazioni a venire in Kurdistan, appartengo al tipo di persone che fondamentalmente apprezzano tale scambio e lavoro. Però le persone che dichiarano solidarietà e che sono in una posizione privilegiata che permette loro di viaggiare e di essere ascoltate, hanno l’obbligo morale di usare questo privilegio al meglio. Con questo articolo intendo contribuire a una conversazione sui problemi che emergono quando i rapporti gerarchici vengono stabiliti in nome della solidarietà.
Sfidare i privilegi
In un mondo di stati nazione capitalisti, patriarcali, considerarsi cittadino del mondo che si oppone alle idee di nazioni e di stati, è un atto di sfida. Tuttavia, comprendere che si è rivoluzionario internazionalista, non cancella le condizioni di disuguaglianza e i privilegi. Bisogna andare oltre questo.
Prima di tutto, c’è una serie di privilegi e di risorse materiali di cui beneficiamo: passaporti di stati che aiutano a viaggiare quasi dappertutto; parlare lingue internazionali e possedere un vocabolario teoretico che rende possibile articolare e dare forma a un discorso; padroneggiare gli strumenti intellettuali grazie a un’educazione di base, e anche tempo sufficiente, sicurezza e denaro per fornire la maggior parte di queste cose. L’assenza di guerra, morte, distruzione, trasferimenti, fame e trauma rende possibile fare ricerche in sicurezza e comodamente, a prendere decisioni e a fare piani a lungo termine e a vivere in base a dei principi senza molte interferenze.
Proprio il fatto che si possa essere in grado di sedersi e bere un caffè, documentarsi su un argomento con fonti scritte di storiografia, teoria, linguaggio ed epistemologia incentrate sull’occidente, è un privilegio che la vasta maggioranza delle persone di colore e dei lavoratori non hanno. E anche se l’avessero, spesso mancherebbero del sicuro ambiente politico che li metterebbe in grado di discutere quanto hanno trovato.
Anche il fatto che io stia scrivendo questo pezzo, indica il privilegio di qualcuno che proviene da un gruppo oppresso ed emarginato ma che, rispetto alla mia gente, ha accesso a delle risorse e a dei vantaggi. Dovunque c’è un privilegio, c’è la responsabilità connessa alla contestazione di quel privilegio. Il solo fatto che esiste un privilegio non è tanto il problema – come invece è la creazione dei rapporti gerarchici e l’involontario comportamento – non intenzionale – paternalistico nel lavoro solidale, che distrugge la reciproca comprensione e i progressi.
Alcune persone hanno espresso il loro stupore per l’ignoranza della gente locale riguardo a lotte simili alle loro, dall’altra parte del mondo, e hanno cercato di attenuare il discorso di una vittima perché la sua realtà è troppo perché le delicate orecchie occidentali possano sopportarla. Altri hanno rifiutato qualsiasi forma di auto-riflessione quando vengono criticati per avere distorto il discorso sulla lotta di un popolo, imponendo narrazioni in modo che è alienante per la gente in questione, suggerendo invece che le persone oppresse dovrebbero essere proprio contente di ricevere una qualsiasi attenzione.
Il problema sta nella facilità del senso del diritto di una persona privilegiata con cui possono scrivere interi libri su un’intera regione senza averla mai visitata. E’ la “bianchezza” maschile di interi gruppi “radicali” alla conferenza sulle lotte condotti da persone di colore. E’ la famosa espressione di compassione della persona bianca per una causa che dà un segnale ai loro seguaci di seguire la moda. E’ la velocità con cui le cause riguardanti le lotte per la vita e la morte vengono lasciate cadere come una patata bollente se sembrano più complicate rispetto al previsto.
Come è comodo per un rivoluzionario essere capace di scrollarsi dalle spalle la responsabilità e l’identità senza ulteriori complicazioni! Mentre molte persone di sinistra dei paesi privilegiati spesso mettono in evidenza in modo militante che non rappresentano alcuno stato, esercito, governo o cultura, possono facilmente analizzare milioni di persone come un unico gigantesco blocco monolitico. Cancellando i loro contesti spesso si permettono un’agenzia individualistica complessa, sentendosi quindi piuttosto generosi e caritatevoli quando discutono tra di loro su chi “meriti” il loro appoggio, mentre l’Altro viene offuscato in una qualche identità astratta.
Cameratismo significativo nella notte più fredda
I modi in cui oggi la solidarietà è designata per lo sguardo occidentale, ha un altro effetto devastante sui movimenti: la competizione tra popoli che lottano per avere attenzione e risorse. Invece di costruire legami di solidarietà reciproci, la gente che lotta è costretta a combattere perq prima per avere cura delle persone di sinistra occidentali, cosa che mette reciprocamente in opposizione le comunità ed è distruttiva per l’internazionalismo. Come fa notare Umar Lateef Misgar, attivista Kashmiro: è come una forma evoluta di “dividi e comanda” coloniale.
Specialmente l’uomo bianco istruito si permette il lusso e il privilegio di poter visitare qualsiasi sito di rivoluzione, di appropriarsene come vuole e poi di fornire la sua critica al riguardo, senza nessun obbligo e senza neanche sentire la necessità di osservare il suo proprio orticello. Spesso con un senso di proprietà senza responsabilità, può partecipare a livello internazionale e distaccarsi localmente e viceversa.
La sua identità trascende l’etnicità, la nazionalità, il genere, la classe, la sessualità, la fisicità, l’ideologia perché egli è la personificazione del fallimento, dello status quo; vive o conosce a malapena il significato di anormalità. Non sa che la maggior parte delle lotte inizia con una richiesta di riconoscimento, di un posto nella storia perché è lui che la scrive. Spesso, quindi, non sa afferrare le motivazioni rivoluzionarie al di là della teoria.
Questo è il motivo per cui il purismo ideologico gli permette di rinunciare alla solidarietà con le lotte, cosa che forse è una delle più grosse espressioni del suo privilegio: può permettersi di essere dogmaticamente e ideologicamente puro; può predicare la consistenza teoretica perché la sua preoccupazione per la lotta non è un fatto di sopravvivenza ma di semplice interesse. Non deve sporcarsi le mani. Può alzare gli occhi al cielo davanti a persone che lottano per vivere, perché lui non è il tipo che deve compensare gli ideali con tutti i tipi di geopolitica, di realtà socio-economiche, di conflitti etnici e religiosi, di violenza, guerra, tradizione, traumi e povertà.
E quello è il motivo per cui le persone possono scartare una causa con la stessa rapidità con cui l’hanno adottata, perché riparare gli errori, i difetti e rimuovere gli ostacoli che necessariamente affrontano le rivoluzioni, richiederebbe uno sforzo che non sono disponibili a compiere; le discussioni teoretiche o le conferenze con caffè e torta sono luoghi più adatti alle invettive radicali che all’inferno che si chiama Mesopotamia.
Quando le persone non ricevono una gratificazione immediata che la loro mentalità capitalista interiorizzata richiede, nelle lotte della vita reale, possono lasciare cadere rapidamente i momenti storici della rivoluzione. La scelta di lasciare, di ritirarsi da una causa quando passa il suo iniziale fascino romantico e ne emerge la crudezza, è semplicemente non accessibile per le persone che lottano per la vita o per la morte.
Il vero cameratismo, dopo tutto, ha un senso non nel calore del sole, ma nella notte più fredda.
Prima Parte: continua...
L’autrice desidera ringraziare gli attivisti internazionalisti nel Rojava, gli attivisti Kashmiri e Tamil, gli anarchici greci e soprattutto Hawzhin Azeez, senza i quali l’articolo non sarebbe stato buono neanche per metà, per le loro opinioni.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Roarmag.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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