La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 27 luglio 2015

Il prezzo del petrolio tra Teheran e Parigi










di Mario Agostinelli e Roberto Meregalli
E’ passato un anno dall’inatteso crollo delle quotazioni petrolifere che ha portato il prezzo del greggio dal valore di 116,7 dollari al barile di giugno 2014 a quello di 58 dollari di gennaio 2015. Si tratta di una questione fondamentale in una società ed una economia che si sviluppano su una piattaforma energetica in vigore da quasi 200 anni, dato che il capitalismo moderno poggia ancora sul petrolio.
Perché questo crollo? Diverse sono state le interpretazioni, ma due sono stati i fattori decisivi: l’intensità della cosiddetta shale revolution, ossia la rivoluzione dello shale oil americano, oggi in crisi di prospettiva sul medio termine e la decisione saudita, adottata dall’intera Opec, di non limitare le estrazioni ed, in tal modo, di non tentare alcuno sforzo per limitare la riduzione dei prezzi. La storia dei prezzi del greggio è sempre stata caratterizzata da questo problema: riducendo la questione all’osso o ce n’é troppo (prezzo basso) o ce n’è troppo poco (prezzi alti).

Oggi il mercato è caratterizzato da un eccesso di offerta quantificabile in 2 milioni di barili al giorno di troppo. Come conseguenza, i produttori nordamericani di shale sono andati in crisi e nel primo semestre il numero delle perforazioni ha registrato un calo costante, settimana dopo settimana. Va detto che le piccole aziende dello shale oil (parliamo di 13 mila imprese), hanno mostrato una capacità di reazione e di riduzione dei costi imprevista, stimolata dalla natura di questo tipo di attività che richiede continue perforazioni e quindi continui investimenti. I prezzi in caduta hanno certamente bloccato lo sviluppo dello shale oil fuori degli States, mentre all’interno hanno portato a un dimagrimento del settore, ma non ancora ad un crollo (anche se gli analisti del settore vedono nero nel medio-lungo periodo).
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In Italia il consumo largamente prevalente del petrolio è nell’autotrazione, perché nella generazione elettrica è residuale (nel 2014 ha assorbito 1,5 milioni di t. sul totale di 57,6). Per gli automobilisti, quindi, non si preannuncia alcun ritorno a nuovi rialzi, ma neppure sono da attendersi significativi ribassi, poiché sui carburanti è applicato un carico fiscale enorme e la materia prima nel 2014 ha contato solo il 30% del prezzo finale del carburante ed è su questa quota residuale che ha effetto il calo delle quotazioni del greggio.
L’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente voluto da Obama per ragioni geopolitiche prima che economiche, rafforza la previsione di una prosecuzione del periodo di ribasso dei prezzi. Infatti, l’aumento dei consumi previsto sarà ampiamente compensato dall’offerta di greggio iraniano che nei prossimi mesi tornerà sul mercato. Teheran ha infatti annunciato l’intenzione di aumentare l’export di 500 mila barili al giorno, per arrivare dopo sei mesi a raddoppiare.
La morale della favola è che in un mondo che ha una capacità produttiva di greggio pari al 13% in più del consumo la rinascita iraniana produrrà un nuovo ribasso, nel contesto di una lotta senza quartiere fra i diversi produttori che continuano a spingere sull’acceleratore delle estrazioni per sopravvivere al calo delle entrate (Iraq ed Arabia saudita stanno producendo a livelli record).
Ma il petrolio a basso costo è un bene? In una economia basata su questa fonte (e sulle “sorelle” fossili) sì, ovviamente, dal punto di vista del denaro e della finanza. E purtroppo il mondo di oggi, nonostante tanto parlare di “energie pulite”, rimane un mondo dove si scava, si estrae e si brucia quello che madre natura ha preparato nel corso dei millenni.
Ma in un mondo meno dipendente dalla combustione l’aria sarebbe diversa, nel vero senso della parola e a questo mondo cerca di volgere lo sguardo la prossima conferenza di Parigi sul clima (COP 21), tentando un accordo per limitare l’aumento medio della temperatura a due gradi, per non rischiare di star male come accade quando la temperatura corporea supera i 39 gradi, come nella stagione attuale anche qui da noi.
L’obiettivo di Parigi è possibile solo se ci si impegnerà a bruciare meno fonti fossili, petrolio e gas in particolare, lasciandole sottoterra o in qualsiasi altro posto si trovino. Quindi il petrolio a basso costo non aiuta a rivoluzionare il settore dei trasporti, dove regna sovrano, e la leva economica non favorirà buone scelte nel campo energetico in generale. Occorre maggior impegno politico (nel senso buono del termine, visto che ormai la sua connotazione risulta negativa) per prendere sul serio la sfida del clima.
L’enciclica del Papa e la battaglia per evitare il disastro climatico hanno quindi un avversario molto potente sul piano dei costi attuariali e delle convenienze a breve termine.
“La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro”.
Ma c’è un momento nella vita di ciascuno di noi, in cui ci si rende conto di avere una responsabilità verso noi stessi e le facce che ci stanno intorno. In quel momento capiamo anche che solo accettando questa responsabilità troveremo un senso alla nostra vita. E’ tempo che collettivamente emerga questa consapevolezza e che quindi all’oro nero sia tolta la sua corona.
Fonte: Il Fatto quotidiano
Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri.
Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo. La vulgata del dopo crisi ha addossato la colpa di questi squilibri tutta sui paesi in deficit, rei di aver fatto lievitare troppo gli stipendi dei propri lavoratori – o, come spesso si sente dire, di aver “vissuto al di sopra delle loro possibilità” –, perdendo competitività nei confronti della Germania, che invece avrebbe seguito una politica lodevole e “responsabile” di compressione dei salari, guadagnando competitività nei confronti delle “cicale” della periferia. A prima vista sembrerebbe una lettura corretta degli eventi: nella prima decade dell’euro, salari nominali e costi unitari del lavoro sono effettivamente cresciuti notevolmente di più nei paesi della periferia (e in Francia) che in Germania. Ma un’analisi più attenta rivela un quadro dei “colpevoli” e delle “responsabilità” molto diverso da quello che siamo soliti sentire. In primo luogo, prima di addossare la colpa ai lavoratori, di qualunque nazionalità, è opportuno ricordare che la quota salari sul PIL è in calo da trent’anni, ed è continuata generalmente a calare in quasi tutti i paesi europei anche dopo l’introduzione dell’euro, garantendo alle imprese europee una fetta crescente del reddito prodotto (e una maggiore “competitività”).
Detto questo, nel valutare i meriti e le responsabilità dei singoli paesi, occorre guardare a chi si è comportato bene e chi no relativamente agli altri. Se prendiamo per un attimo il punto di vista dei prezzi relativi – che, come vedremo, è un punto di vista limitato – in un sistema di cambi fissi l’ideale sarebbe che il costo unitario del lavoro e il tasso di inflazione dei vari paesi tendano a convergere, prevenendo le divergenze di competitività; data la stretta correlazione tra costo unitario del lavoro e tasso inflazionistico, la maniera più semplice per favorire tale convergenza è far sì che in tutti i paesi membri il costo unitario del lavoro aumenti di pari passo con il tasso di produttività nazionale sommato all’obiettivo inflazionistico che si sono date le autorità monetarie dei paesi o dell’unione in questione, che nel caso dell’eurozona è del 2 per cento, come è noto. In altre parole, per evitare l’insorgere di divergenze in termini di competitività (e dunque di squilibri nelle bilance dei pagamenti), è importante che nei vari paesi i salari non crescano troppo – ma neanche troppo poco – rispetto all’obiettivo inflazionistico prefissato. Da questo punto di vista, è senz’altro vero che i paesi della periferia sono “andati lunghi”, nel senso che in questi paesi la crescita dei salari nominali è stata superiore alla crescita del tasso di produttività sommato all’obiettivo inflazionistico del 2 per cento – e dunque hanno vissuto per certi versi “al di sopra delle loro possibilità” –, ma è altrettanto vero che la Germania è “andata corta”, e di molto, tenendo i propri salari nominali nettamente al di sotto dell’obiettivo inflazionistico, mancando il target del 2 per cento e discostandosi dalla media europea in misura molto più significativa dei paesi della periferia.
In altre parole, chi non si è comportato bene, adottando una politica di “svalutazione interna” – o beggar- thy-neighbour (‘affama il tuo vicino’) – nei confronti degli altri paesi dell’eurozona, attraverso la compressione dei salari, è proprio la Germania. Quanto i leader politici tedeschi fossero coscienti di questo – e quanto questo esito sia stato il risultato di una strategia intenzionale – non ci è dato sapere.
Come abbiamo detto, però, il punto di vista dei prezzi e dei costi non dice molto di per sé. Le divergenze del costo del lavoro e dell’inflazione, infatti, non sono abbastanza grandi da spiegare l’indebitamento delle periferie dell’eurozona. Il fattore più importante, quello trascurato dalla maggior parte degli economisti, è che la compressione salariale tedesca ha costituito un freno ai consumi – la cui crescita si è quasi appiattita dai primi anni Duemila – e quindi alle importazioni dai paesi periferici, mentre dall’altro lato ha creato vaste eccedenze produttive, assorbite dai paesi meridionali soprattutto grazie al credito concesso dai paesi centrali dell’eurozona. Anche in base a questa considerazione, cioè alla prevalenza dei fattori legati alla domanda su quelli legati ai prezzi quale spiegazione degli squilibri interni all’eurozona, sarebbe illusorio pensare che l’uscita dall’euro e la svalutazione delle monete dei paesi meridionali siano un’opzione risolutiva, anche qualora fosse praticabile, visto peraltro che la Germania ha ancora ampi margini per comprimere i salari e la domanda interna e spiazzare l’effetto competitivo della svalutazione del cambio da parte dei paesi che dovessero tornare alle monete nazionali. L’errore che commettono i cosiddetti “no-euro” è quello di ragionare quasi esclusivamente in termini di prezzi invece che di quantità. Questo errore li porta a non comprendere, tra l’altro, come mai le svalutazioni degli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati sulla bilancia commerciale di paesi anche diversissimi tra loro, dal Giappone alla Gran Bretagna [1].
Come è noto, il contenimento dei salari in Germania è in parte il risultato della celebre riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta dal cancelliere social-democratico Gerhard Schröder nel 2003-05, a cui, secondo la narrazione ufficiale del “miracolo tedesco”, andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e di aver reso l’economia tedesca più “produttiva” ed “efficiente”. Trattasi però di una narrazione che ha poco a che vedere con la realtà. Lo sostiene Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, in un libro intitolato Die Deutschland-Illusion. Tanto per cominciare, dice Fratzscher, bisogna sfatare il mito della Germania come “locomotiva d’Europa”: a ben vedere, dal 2000 a oggi il tasso di crescita del paese è stato un misero 1,1 per cento, ponendo la Germania al tredicesimo posto tra i 19 membri dell’eurozona. È anche da notare, poi, come sia del tutto infondato il mito secondo cui i tedeschi sono più competitivi perché “lavorano di più”, così come è falso un maggiore aumento della produttività in Germania rispetto alla periferia dall’introduzione dell’euro a oggi: la crescita della produttività in Germania è stata appena superiore a quella registrata in Spagna ma nettamente inferiore a quella di Portogallo, Irlanda o Grecia. La riforma Hartz, poi, ha sì diminuito la disoccupazione ma lo ha fatto allargando enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (alla riforma va il merito di aver introdotto i cosiddetti mini-job e midi-job), col risultato che il monte ore totale è rimasto praticamente invariato. A causa della riforma, sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini.
La “disciplina” imposta ai lavoratori tedeschi dalla riforma è uno dei fattori che ha permesso alle imprese del paese – col beneplacito dei sindacati – di “congelare” di fatto i salari reali, riducendo in maniera significativa la quota salari sul PIL (a vantaggio soprattutto delle industrie esportatrici del paese, che hanno visto aumentare i loro profitti) e comprimendo pesantemente la domanda interna, permettendo così al paese di ottenere un notevole vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi europei.
In definitiva, è innegabile che la politica tedesca di compressione dei salari sia uno dei fattori alla base degli squilibri sviluppatisi in Europa in seguito all’introduzione dell’euro. Allo stesso tempo, ricondurre questi squilibri unicamente a una questione di competitività di costo (e in particolare di costo del lavoro) sarebbe riduttivo. È evidente che la competitività della Germania dipende anche da un insieme di altri fattori che potremmo definire qualitativi: la dimensione delle sue imprese, l’alto livello tecnologico della sua produzione, la rete infrastrutturale del paese, la difesa della propria industria dell’export, anche per mezzo di politiche industriali attive, ecc. In questo senso, da un punto di vista di competitività internazionale, i paesi periferici dell’eurozona presentavano dei ritardi strutturali riconducibili a fattori estranei al costo ben prima dell’introduzione della moneta unica. E tuttavia è altrettanto innegabile che la politica economica tedesca non sia stata “coordinata” con l’intera eurozona, come auspicano gli stessi trattati.
C’è poi un altro fattore centrale da tenere in considerazione: ossia che il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile dal fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno invece mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche (accumulando dunque un disavanzo commerciale). Questo è perfettamente normale: il surplus di certi paesi corrisponde naturalmente al deficit di altri. La competitività, in altre parole, è un concetto relativo: dipende anche dalla (relativa) prodigalità altrui. Ma c’è di più: se è vero che l’alto livello della domanda in alcuni di questi paesi era in parte il risultato di bolle speculative (soprattutto nel settore immobiliare) – il risultato di una naturale tendenza all’eccesso dei paesi periferici, da espiare per mezzo dell’austerità, secondo la lettura moralistica che i tedeschi danno della crisi –, è altrettanto vero che il settore finanziario tedesco (insieme a quello francese) ha attivamente contributo alla creazione di queste bolle.
Se da un lato i paesi che registrano un deficit della bilancia dei pagamenti – ossia che spendono più di quanto producono – devono necessariamente ricorrere a capitali esteri per finanziare i propri deficit, dall’altro i paesi che registrano un surplus – ossia che consumano e investono meno di quanto producono – non possono che accumulare attività finanziarie nei confronti dei paesi importatori, finanziando così la possibilità di quei paesi di spendere più di quanto producono e di acquistare la produzione eccedente del loro finanziatore. Questo è tanto più vero all’interno di un’unione monetaria con un alto livello di scambi interni e un cambio fisso che elimina il rischio di cambio. E infatti, tra il 2000 e il 2007, le banche dei paesi core, soprattutto Francia e Germania, hanno accumulato un’enorme esposizione nei confronti delle banche dei paesi della periferia – e nel caso della Grecia anche nei confronti del governo –, permettendo così ai consumatori di questi paesi di continuare a importare prodotti tedeschi. E dividendo progressivamente il continente in paesi creditori e paesi debitori. È quello che gli americani chiamano vendor financing: ti vendo qualcosa ma te ne finanzio l’acquisto.
Questo è un punto importante, perché evidenza un concetto di cui spesso ci si dimentica: ossia che per ogni paese (banca, individuo) che si indebita troppo, ce n’è sempre un altro che presta troppo; creditori e debitori, insomma, condividono le stesse responsabilità. Sarebbe a dire che surplus e deficit (crediti e debiti) sono sempre due facce della stessa medaglia; senza gli uni non potrebbero esistere gli altri (e vice versa). O, detto ancora più chiaramente, che “colpa” può avere un paese debitore se qualcuno gli presta denaro a buon mercato? Cosa dovrebbe fare, rifiutare l’ingresso dei capitali esteri? Sarebbe una richiesta assurda se provenisse proprio da quanti propendono per la massima libertà dei movimenti di capitali!
L’esito di questo enorme afflusso di capitale nei paesi della periferia era inevitabile; come scrive Michael Pettis, professore di finanza all’università di Pechino: «La storia dimostra che afflussi di capitale di queste entità sono sempre accompagnati da bolle speculative e crisi finanziarie»[2]. Così come era inevitabile che questi afflussi di capitale peggiorassero la bilancia dei pagamenti dei paesi della periferia, a vantaggio della bilancia commerciale tedesca, soprattutto se consideriamo che queste dinamiche centro-periferia tendono ad essere auto-rinforzanti: maggiori i surplus del paese esportatore, maggiori i capitali che quel paese avrà da “riciclare” nei paesi in deficit, che continueranno quindi ad acquistare sempre più prodotti dal paese in surplus, e così via, in una spirale molto difficile da spezzare in assenza di un intervento politico o di uno shock esterno (come la crisi finanziaria del 2008, appunto).
Da questo si evince quanto sia fallace l’idea che il “modello tedesco” possa rappresentare un esempio per l’eurozona o per l’Europa nel suo complesso. Eppure uno degli scopi delle misure di austerità imposte ai paesi della periferia in questi anni – che non hanno agito solo sul fronte della domanda pubblica per mezzo di tagli alla spesa statale ma anche sul fronte della domanda privata per mezzo di politiche di flessibilizzazione del lavoro e compressione dei salari reali – è stato proprio quello di imporre a tutta l’Unione, e in particolare all’eurozona, un modello strettamente neomercantilista in cui la crescita è trainata in primo luogo dalle esportazioni (sulla base, appunto, del modello tedesco).
[1] Questa rivista ho sviluppato un ampio dibattito sul tema dell’uscita dall’euro, a cominciare da uno studio di Realfonzo e Viscione sugli effetti che essa comporterebbe alla luce delle esperienze recenti di abbandoni di accordi di cambio seguiti da ampie svalutazioni (ndr).
[2] Michael Pettis, “Syriza and the French Indemnity of 1871-73”, Carnegie Endowment for International Peace, 4 febbraio 2015.
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Perché questo crollo? Diverse sono state le interpretazioni, ma due sono stati i fattori decisivi: l’intensità della cosiddetta shale revolution, ossia la rivoluzione dello shale oil americano, oggi in crisi di prospettiva sul medio termine e la decisione saudita, adottata dall’intera Opec, di non limitare le estrazioni ed, in tal modo, di non tentare alcuno sforzo per limitare la riduzione dei prezzi. La storia dei prezzi del greggio è sempre stata caratterizzata da questo problema: riducendo la questione all’osso o ce n’é troppo (prezzo basso) o ce n’è troppo poco (prezzi alti).
Oggi il mercato è caratterizzato da un eccesso di offerta quantificabile in 2 milioni di barili al giorno di troppo. Come conseguenza, i produttori nordamericani di shale sono andati in crisi e nel primo semestre il numero delle perforazioni ha registrato un calo costante, settimana dopo settimana. Va detto che le piccole aziende dello shale oil (parliamo di 13 mila imprese), hanno mostrato una capacità di reazione e di riduzione dei costi imprevista, stimolata dalla natura di questo tipo di attività che richiede continue perforazioni e quindi continui investimenti. I prezzi in caduta hanno certamente bloccato lo sviluppo dello shale oil fuori degli States, mentre all’interno hanno portato a un dimagrimento del settore, ma non ancora ad un crollo (anche se gli analisti del settore vedono nero nel medio-lungo periodo).
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In Italia il consumo largamente prevalente del petrolio è nell’autotrazione, perché nella generazione elettrica è residuale (nel 2014 ha assorbito 1,5 milioni di t. sul totale di 57,6). Per gli automobilisti, quindi, non si preannuncia alcun ritorno a nuovi rialzi, ma neppure sono da attendersi significativi ribassi, poiché sui carburanti è applicato un carico fiscale enorme e la materia prima nel 2014 ha contato solo il 30% del prezzo finale del carburante ed è su questa quota residuale che ha effetto il calo delle quotazioni del greggio.
L’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente voluto da Obama per ragioni geopolitiche prima che economiche, rafforza la previsione di una prosecuzione del periodo di ribasso dei prezzi. Infatti, l’aumento dei consumi previsto sarà ampiamente compensato dall’offerta di greggio iraniano che nei prossimi mesi tornerà sul mercato. Teheran ha infatti annunciato l’intenzione di aumentare l’export di 500 mila barili al giorno, per arrivare dopo sei mesi a raddoppiare.
La morale della favola è che in un mondo che ha una capacità produttiva di greggio pari al 13% in più del consumo la rinascita iraniana produrrà un nuovo ribasso, nel contesto di una lotta senza quartiere fra i diversi produttori che continuano a spingere sull’acceleratore delle estrazioni per sopravvivere al calo delle entrate (Iraq ed Arabia saudita stanno producendo a livelli record).
Ma il petrolio a basso costo è un bene? In una economia basata su questa fonte (e sulle “sorelle” fossili) sì, ovviamente, dal punto di vista del denaro e della finanza. E purtroppo il mondo di oggi, nonostante tanto parlare di “energie pulite”, rimane un mondo dove si scava, si estrae e si brucia quello che madre natura ha preparato nel corso dei millenni.
Ma in un mondo meno dipendente dalla combustione l’aria sarebbe diversa, nel vero senso della parola e a questo mondo cerca di volgere lo sguardo la prossima conferenza di Parigi sul clima (COP 21), tentando un accordo per limitare l’aumento medio della temperatura a due gradi, per non rischiare di star male come accade quando la temperatura corporea supera i 39 gradi, come nella stagione attuale anche qui da noi.
L’obiettivo di Parigi è possibile solo se ci si impegnerà a bruciare meno fonti fossili, petrolio e gas in particolare, lasciandole sottoterra o in qualsiasi altro posto si trovino. Quindi il petrolio a basso costo non aiuta a rivoluzionare il settore dei trasporti, dove regna sovrano, e la leva economica non favorirà buone scelte nel campo energetico in generale. Occorre maggior impegno politico (nel senso buono del termine, visto che ormai la sua connotazione risulta negativa) per prendere sul serio la sfida del clima.
L’enciclica del Papa e la battaglia per evitare il disastro climatico hanno quindi un avversario molto potente sul piano dei costi attuariali e delle convenienze a breve termine.
La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro”.
Ma c’è un momento nella vita di ciascuno di noi, in cui ci si rende conto di avere una responsabilità verso noi stessi e le facce che ci stanno intorno. In quel momento capiamo anche che solo accettando questa responsabilità troveremo un senso alla nostra vita. E’ tempo che collettivamente emerga questa consapevolezza e che quindi all’oro nero sia tolta la sua corona.
Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri.
Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo. La vulgata del dopo crisi ha addossato la colpa di questi squilibri tutta sui paesi in deficit, rei di aver fatto lievitare troppo gli stipendi dei propri lavoratori – o, come spesso si sente dire, di aver “vissuto al di sopra delle loro possibilità” –, perdendo competitività nei confronti della Germania, che invece avrebbe seguito una politica lodevole e “responsabile” di compressione dei salari, guadagnando competitività nei confronti delle “cicale” della periferia. A prima vista sembrerebbe una lettura corretta degli eventi: nella prima decade dell’euro, salari nominali e costi unitari del lavoro sono effettivamente cresciuti notevolmente di più nei paesi della periferia (e in Francia) che in Germania. Ma un’analisi più attenta rivela un quadro dei “colpevoli” e delle “responsabilità” molto diverso da quello che siamo soliti sentire. In primo luogo, prima di addossare la colpa ai lavoratori, di qualunque nazionalità, è opportuno ricordare che la quota salari sul PIL è in calo da trent’anni, ed è continuata generalmente a calare in quasi tutti i paesi europei anche dopo l’introduzione dell’euro, garantendo alle imprese europee una fetta crescente del reddito prodotto (e una maggiore “competitività”).
Detto questo, nel valutare i meriti e le responsabilità dei singoli paesi, occorre guardare a chi si è comportato bene e chi no relativamente agli altri. Se prendiamo per un attimo il punto di vista dei prezzi relativi – che, come vedremo, è un punto di vista limitato – in un sistema di cambi fissi l’ideale sarebbe che il costo unitario del lavoro e il tasso di inflazione dei vari paesi tendano a convergere, prevenendo le divergenze di competitività; data la stretta correlazione tra costo unitario del lavoro e tasso inflazionistico, la maniera più semplice per favorire tale convergenza è far sì che in tutti i paesi membri il costo unitario del lavoro aumenti di pari passo con il tasso di produttività nazionale sommato all’obiettivo inflazionistico che si sono date le autorità monetarie dei paesi o dell’unione in questione, che nel caso dell’eurozona è del 2 per cento, come è noto. In altre parole, per evitare l’insorgere di divergenze in termini di competitività (e dunque di squilibri nelle bilance dei pagamenti), è importante che nei vari paesi i salari non crescano troppo – ma neanche troppo poco – rispetto all’obiettivo inflazionistico prefissato. Da questo punto di vista, è senz’altro vero che i paesi della periferia sono “andati lunghi”, nel senso che in questi paesi la crescita dei salari nominali è stata superiore alla crescita del tasso di produttività sommato all’obiettivo inflazionistico del 2 per cento – e dunque hanno vissuto per certi versi “al di sopra delle loro possibilità” –, ma è altrettanto vero che la Germania è “andata corta”, e di molto, tenendo i propri salari nominali nettamente al di sotto dell’obiettivo inflazionistico, mancando il target del 2 per cento e discostandosi dalla media europea in misura molto più significativa dei paesi della periferia.
In altre parole, chi non si è comportato bene, adottando una politica di “svalutazione interna” – o beggar- thy-neighbour (‘affama il tuo vicino’) – nei confronti degli altri paesi dell’eurozona, attraverso la compressione dei salari, è proprio la Germania. Quanto i leader politici tedeschi fossero coscienti di questo – e quanto questo esito sia stato il risultato di una strategia intenzionale – non ci è dato sapere.
Come abbiamo detto, però, il punto di vista dei prezzi e dei costi non dice molto di per sé. Le divergenze del costo del lavoro e dell’inflazione, infatti, non sono abbastanza grandi da spiegare l’indebitamento delle periferie dell’eurozona. Il fattore più importante, quello trascurato dalla maggior parte degli economisti, è che la compressione salariale tedesca ha costituito un freno ai consumi – la cui crescita si è quasi appiattita dai primi anni Duemila – e quindi alle importazioni dai paesi periferici, mentre dall’altro lato ha creato vaste eccedenze produttive, assorbite dai paesi meridionali soprattutto grazie al credito concesso dai paesi centrali dell’eurozona. Anche in base a questa considerazione, cioè alla prevalenza dei fattori legati alla domanda su quelli legati ai prezzi quale spiegazione degli squilibri interni all’eurozona, sarebbe illusorio pensare che l’uscita dall’euro e la svalutazione delle monete dei paesi meridionali siano un’opzione risolutiva, anche qualora fosse praticabile, visto peraltro che la Germania ha ancora ampi margini per comprimere i salari e la domanda interna e spiazzare l’effetto competitivo della svalutazione del cambio da parte dei paesi che dovessero tornare alle monete nazionali. L’errore che commettono i cosiddetti “no-euro” è quello di ragionare quasi esclusivamente in termini di prezzi invece che di quantità. Questo errore li porta a non comprendere, tra l’altro, come mai le svalutazioni degli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati sulla bilancia commerciale di paesi anche diversissimi tra loro, dal Giappone alla Gran Bretagna [1].
Come è noto, il contenimento dei salari in Germania è in parte il risultato della celebre riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta dal cancelliere social-democratico Gerhard Schröder nel 2003-05, a cui, secondo la narrazione ufficiale del “miracolo tedesco”, andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e di aver reso l’economia tedesca più “produttiva” ed “efficiente”. Trattasi però di una narrazione che ha poco a che vedere con la realtà. Lo sostiene Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, in un libro intitolato Die Deutschland-Illusion. Tanto per cominciare, dice Fratzscher, bisogna sfatare il mito della Germania come “locomotiva d’Europa”: a ben vedere, dal 2000 a oggi il tasso di crescita del paese è stato un misero 1,1 per cento, ponendo la Germania al tredicesimo posto tra i 19 membri dell’eurozona. È anche da notare, poi, come sia del tutto infondato il mito secondo cui i tedeschi sono più competitivi perché “lavorano di più”, così come è falso un maggiore aumento della produttività in Germania rispetto alla periferia dall’introduzione dell’euro a oggi: la crescita della produttività in Germania è stata appena superiore a quella registrata in Spagna ma nettamente inferiore a quella di Portogallo, Irlanda o Grecia. La riforma Hartz, poi, ha sì diminuito la disoccupazione ma lo ha fatto allargando enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (alla riforma va il merito di aver introdotto i cosiddetti mini-job e midi-job), col risultato che il monte ore totale è rimasto praticamente invariato. A causa della riforma, sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini.
La “disciplina” imposta ai lavoratori tedeschi dalla riforma è uno dei fattori che ha permesso alle imprese del paese – col beneplacito dei sindacati – di “congelare” di fatto i salari reali, riducendo in maniera significativa la quota salari sul PIL (a vantaggio soprattutto delle industrie esportatrici del paese, che hanno visto aumentare i loro profitti) e comprimendo pesantemente la domanda interna, permettendo così al paese di ottenere un notevole vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi europei.
In definitiva, è innegabile che la politica tedesca di compressione dei salari sia uno dei fattori alla base degli squilibri sviluppatisi in Europa in seguito all’introduzione dell’euro. Allo stesso tempo, ricondurre questi squilibri unicamente a una questione di competitività di costo (e in particolare di costo del lavoro) sarebbe riduttivo. È evidente che la competitività della Germania dipende anche da un insieme di altri fattori che potremmo definire qualitativi: la dimensione delle sue imprese, l’alto livello tecnologico della sua produzione, la rete infrastrutturale del paese, la difesa della propria industria dell’export, anche per mezzo di politiche industriali attive, ecc. In questo senso, da un punto di vista di competitività internazionale, i paesi periferici dell’eurozona presentavano dei ritardi strutturali riconducibili a fattori estranei al costo ben prima dell’introduzione della moneta unica. E tuttavia è altrettanto innegabile che la politica economica tedesca non sia stata “coordinata” con l’intera eurozona, come auspicano gli stessi trattati.
C’è poi un altro fattore centrale da tenere in considerazione: ossia che il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile dal fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno invece mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche (accumulando dunque un disavanzo commerciale). Questo è perfettamente normale: il surplus di certi paesi corrisponde naturalmente al deficit di altri. La competitività, in altre parole, è un concetto relativo: dipende anche dalla (relativa) prodigalità altrui. Ma c’è di più: se è vero che l’alto livello della domanda in alcuni di questi paesi era in parte il risultato di bolle speculative (soprattutto nel settore immobiliare) – il risultato di una naturale tendenza all’eccesso dei paesi periferici, da espiare per mezzo dell’austerità, secondo la lettura moralistica che i tedeschi danno della crisi –, è altrettanto vero che il settore finanziario tedesco (insieme a quello francese) ha attivamente contributo alla creazione di queste bolle.
Se da un lato i paesi che registrano un deficit della bilancia dei pagamenti – ossia che spendono più di quanto producono – devono necessariamente ricorrere a capitali esteri per finanziare i propri deficit, dall’altro i paesi che registrano un surplus – ossia che consumano e investono meno di quanto producono – non possono che accumulare attività finanziarie nei confronti dei paesi importatori, finanziando così la possibilità di quei paesi di spendere più di quanto producono e di acquistare la produzione eccedente del loro finanziatore. Questo è tanto più vero all’interno di un’unione monetaria con un alto livello di scambi interni e un cambio fisso che elimina il rischio di cambio. E infatti, tra il 2000 e il 2007, le banche dei paesi core, soprattutto Francia e Germania, hanno accumulato un’enorme esposizione nei confronti delle banche dei paesi della periferia – e nel caso della Grecia anche nei confronti del governo –, permettendo così ai consumatori di questi paesi di continuare a importare prodotti tedeschi. E dividendo progressivamente il continente in paesi creditori e paesi debitori. È quello che gli americani chiamano vendor financing: ti vendo qualcosa ma te ne finanzio l’acquisto.
Questo è un punto importante, perché evidenza un concetto di cui spesso ci si dimentica: ossia che per ogni paese (banca, individuo) che si indebita troppo, ce n’è sempre un altro che presta troppo; creditori e debitori, insomma, condividono le stesse responsabilità. Sarebbe a dire che surplus e deficit (crediti e debiti) sono sempre due facce della stessa medaglia; senza gli uni non potrebbero esistere gli altri (e vice versa). O, detto ancora più chiaramente, che “colpa” può avere un paese debitore se qualcuno gli presta denaro a buon mercato? Cosa dovrebbe fare, rifiutare l’ingresso dei capitali esteri? Sarebbe una richiesta assurda se provenisse proprio da quanti propendono per la massima libertà dei movimenti di capitali!
L’esito di questo enorme afflusso di capitale nei paesi della periferia era inevitabile; come scrive Michael Pettis, professore di finanza all’università di Pechino: «La storia dimostra che afflussi di capitale di queste entità sono sempre accompagnati da bolle speculative e crisi finanziarie»[2]. Così come era inevitabile che questi afflussi di capitale peggiorassero la bilancia dei pagamenti dei paesi della periferia, a vantaggio della bilancia commerciale tedesca, soprattutto se consideriamo che queste dinamiche centro-periferia tendono ad essere auto-rinforzanti: maggiori i surplus del paese esportatore, maggiori i capitali che quel paese avrà da “riciclare” nei paesi in deficit, che continueranno quindi ad acquistare sempre più prodotti dal paese in surplus, e così via, in una spirale molto difficile da spezzare in assenza di un intervento politico o di uno shock esterno (come la crisi finanziaria del 2008, appunto).
Da questo si evince quanto sia fallace l’idea che il “modello tedesco” possa rappresentare un esempio per l’eurozona o per l’Europa nel suo complesso. Eppure uno degli scopi delle misure di austerità imposte ai paesi della periferia in questi anni – che non hanno agito solo sul fronte della domanda pubblica per mezzo di tagli alla spesa statale ma anche sul fronte della domanda privata per mezzo di politiche di flessibilizzazione del lavoro e compressione dei salari reali – è stato proprio quello di imporre a tutta l’Unione, e in particolare all’eurozona, un modello strettamente neomercantilista in cui la crescita è trainata in primo luogo dalle esportazioni (sulla base, appunto, del modello tedesco).
[1] Questa rivista ho sviluppato un ampio dibattito sul tema dell’uscita dall’euro, a cominciare da uno studio di Realfonzo e Viscione sugli effetti che essa comporterebbe alla luce delle esperienze recenti di abbandoni di accordi di cambio seguiti da ampie svalutazioni (ndr).
[2] Michael Pettis, “Syriza and the French Indemnity of 1871-73”, Carnegie Endowment for International Peace, 4 febbraio 2015.
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Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri.
Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo. La vulgata del dopo crisi ha addossato la colpa di questi squilibri tutta sui paesi in deficit, rei di aver fatto lievitare troppo gli stipendi dei propri lavoratori – o, come spesso si sente dire, di aver “vissuto al di sopra delle loro possibilità” –, perdendo competitività nei confronti della Germania, che invece avrebbe seguito una politica lodevole e “responsabile” di compressione dei salari, guadagnando competitività nei confronti delle “cicale” della periferia. A prima vista sembrerebbe una lettura corretta degli eventi: nella prima decade dell’euro, salari nominali e costi unitari del lavoro sono effettivamente cresciuti notevolmente di più nei paesi della periferia (e in Francia) che in Germania. Ma un’analisi più attenta rivela un quadro dei “colpevoli” e delle “responsabilità” molto diverso da quello che siamo soliti sentire. In primo luogo, prima di addossare la colpa ai lavoratori, di qualunque nazionalità, è opportuno ricordare che la quota salari sul PIL è in calo da trent’anni, ed è continuata generalmente a calare in quasi tutti i paesi europei anche dopo l’introduzione dell’euro, garantendo alle imprese europee una fetta crescente del reddito prodotto (e una maggiore “competitività”).
Detto questo, nel valutare i meriti e le responsabilità dei singoli paesi, occorre guardare a chi si è comportato bene e chi no relativamente agli altri. Se prendiamo per un attimo il punto di vista dei prezzi relativi – che, come vedremo, è un punto di vista limitato – in un sistema di cambi fissi l’ideale sarebbe che il costo unitario del lavoro e il tasso di inflazione dei vari paesi tendano a convergere, prevenendo le divergenze di competitività; data la stretta correlazione tra costo unitario del lavoro e tasso inflazionistico, la maniera più semplice per favorire tale convergenza è far sì che in tutti i paesi membri il costo unitario del lavoro aumenti di pari passo con il tasso di produttività nazionale sommato all’obiettivo inflazionistico che si sono date le autorità monetarie dei paesi o dell’unione in questione, che nel caso dell’eurozona è del 2 per cento, come è noto. In altre parole, per evitare l’insorgere di divergenze in termini di competitività (e dunque di squilibri nelle bilance dei pagamenti), è importante che nei vari paesi i salari non crescano troppo – ma neanche troppo poco – rispetto all’obiettivo inflazionistico prefissato. Da questo punto di vista, è senz’altro vero che i paesi della periferia sono “andati lunghi”, nel senso che in questi paesi la crescita dei salari nominali è stata superiore alla crescita del tasso di produttività sommato all’obiettivo inflazionistico del 2 per cento – e dunque hanno vissuto per certi versi “al di sopra delle loro possibilità” –, ma è altrettanto vero che la Germania è “andata corta”, e di molto, tenendo i propri salari nominali nettamente al di sotto dell’obiettivo inflazionistico, mancando il target del 2 per cento e discostandosi dalla media europea in misura molto più significativa dei paesi della periferia.
In altre parole, chi non si è comportato bene, adottando una politica di “svalutazione interna” – o beggar- thy-neighbour (‘affama il tuo vicino’) – nei confronti degli altri paesi dell’eurozona, attraverso la compressione dei salari, è proprio la Germania. Quanto i leader politici tedeschi fossero coscienti di questo – e quanto questo esito sia stato il risultato di una strategia intenzionale – non ci è dato sapere.
Come abbiamo detto, però, il punto di vista dei prezzi e dei costi non dice molto di per sé. Le divergenze del costo del lavoro e dell’inflazione, infatti, non sono abbastanza grandi da spiegare l’indebitamento delle periferie dell’eurozona. Il fattore più importante, quello trascurato dalla maggior parte degli economisti, è che la compressione salariale tedesca ha costituito un freno ai consumi – la cui crescita si è quasi appiattita dai primi anni Duemila – e quindi alle importazioni dai paesi periferici, mentre dall’altro lato ha creato vaste eccedenze produttive, assorbite dai paesi meridionali soprattutto grazie al credito concesso dai paesi centrali dell’eurozona. Anche in base a questa considerazione, cioè alla prevalenza dei fattori legati alla domanda su quelli legati ai prezzi quale spiegazione degli squilibri interni all’eurozona, sarebbe illusorio pensare che l’uscita dall’euro e la svalutazione delle monete dei paesi meridionali siano un’opzione risolutiva, anche qualora fosse praticabile, visto peraltro che la Germania ha ancora ampi margini per comprimere i salari e la domanda interna e spiazzare l’effetto competitivo della svalutazione del cambio da parte dei paesi che dovessero tornare alle monete nazionali. L’errore che commettono i cosiddetti “no-euro” è quello di ragionare quasi esclusivamente in termini di prezzi invece che di quantità. Questo errore li porta a non comprendere, tra l’altro, come mai le svalutazioni degli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati sulla bilancia commerciale di paesi anche diversissimi tra loro, dal Giappone alla Gran Bretagna [1].
Come è noto, il contenimento dei salari in Germania è in parte il risultato della celebre riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta dal cancelliere social-democratico Gerhard Schröder nel 2003-05, a cui, secondo la narrazione ufficiale del “miracolo tedesco”, andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e di aver reso l’economia tedesca più “produttiva” ed “efficiente”. Trattasi però di una narrazione che ha poco a che vedere con la realtà. Lo sostiene Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, in un libro intitolato Die Deutschland-Illusion. Tanto per cominciare, dice Fratzscher, bisogna sfatare il mito della Germania come “locomotiva d’Europa”: a ben vedere, dal 2000 a oggi il tasso di crescita del paese è stato un misero 1,1 per cento, ponendo la Germania al tredicesimo posto tra i 19 membri dell’eurozona. È anche da notare, poi, come sia del tutto infondato il mito secondo cui i tedeschi sono più competitivi perché “lavorano di più”, così come è falso un maggiore aumento della produttività in Germania rispetto alla periferia dall’introduzione dell’euro a oggi: la crescita della produttività in Germania è stata appena superiore a quella registrata in Spagna ma nettamente inferiore a quella di Portogallo, Irlanda o Grecia. La riforma Hartz, poi, ha sì diminuito la disoccupazione ma lo ha fatto allargando enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (alla riforma va il merito di aver introdotto i cosiddetti mini-job e midi-job), col risultato che il monte ore totale è rimasto praticamente invariato. A causa della riforma, sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini.
La “disciplina” imposta ai lavoratori tedeschi dalla riforma è uno dei fattori che ha permesso alle imprese del paese – col beneplacito dei sindacati – di “congelare” di fatto i salari reali, riducendo in maniera significativa la quota salari sul PIL (a vantaggio soprattutto delle industrie esportatrici del paese, che hanno visto aumentare i loro profitti) e comprimendo pesantemente la domanda interna, permettendo così al paese di ottenere un notevole vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi europei.
In definitiva, è innegabile che la politica tedesca di compressione dei salari sia uno dei fattori alla base degli squilibri sviluppatisi in Europa in seguito all’introduzione dell’euro. Allo stesso tempo, ricondurre questi squilibri unicamente a una questione di competitività di costo (e in particolare di costo del lavoro) sarebbe riduttivo. È evidente che la competitività della Germania dipende anche da un insieme di altri fattori che potremmo definire qualitativi: la dimensione delle sue imprese, l’alto livello tecnologico della sua produzione, la rete infrastrutturale del paese, la difesa della propria industria dell’export, anche per mezzo di politiche industriali attive, ecc. In questo senso, da un punto di vista di competitività internazionale, i paesi periferici dell’eurozona presentavano dei ritardi strutturali riconducibili a fattori estranei al costo ben prima dell’introduzione della moneta unica. E tuttavia è altrettanto innegabile che la politica economica tedesca non sia stata “coordinata” con l’intera eurozona, come auspicano gli stessi trattati.
C’è poi un altro fattore centrale da tenere in considerazione: ossia che il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile dal fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno invece mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche (accumulando dunque un disavanzo commerciale). Questo è perfettamente normale: il surplus di certi paesi corrisponde naturalmente al deficit di altri. La competitività, in altre parole, è un concetto relativo: dipende anche dalla (relativa) prodigalità altrui. Ma c’è di più: se è vero che l’alto livello della domanda in alcuni di questi paesi era in parte il risultato di bolle speculative (soprattutto nel settore immobiliare) – il risultato di una naturale tendenza all’eccesso dei paesi periferici, da espiare per mezzo dell’austerità, secondo la lettura moralistica che i tedeschi danno della crisi –, è altrettanto vero che il settore finanziario tedesco (insieme a quello francese) ha attivamente contributo alla creazione di queste bolle.
Se da un lato i paesi che registrano un deficit della bilancia dei pagamenti – ossia che spendono più di quanto producono – devono necessariamente ricorrere a capitali esteri per finanziare i propri deficit, dall’altro i paesi che registrano un surplus – ossia che consumano e investono meno di quanto producono – non possono che accumulare attività finanziarie nei confronti dei paesi importatori, finanziando così la possibilità di quei paesi di spendere più di quanto producono e di acquistare la produzione eccedente del loro finanziatore. Questo è tanto più vero all’interno di un’unione monetaria con un alto livello di scambi interni e un cambio fisso che elimina il rischio di cambio. E infatti, tra il 2000 e il 2007, le banche dei paesi core, soprattutto Francia e Germania, hanno accumulato un’enorme esposizione nei confronti delle banche dei paesi della periferia – e nel caso della Grecia anche nei confronti del governo –, permettendo così ai consumatori di questi paesi di continuare a importare prodotti tedeschi. E dividendo progressivamente il continente in paesi creditori e paesi debitori. È quello che gli americani chiamano vendor financing: ti vendo qualcosa ma te ne finanzio l’acquisto.
Questo è un punto importante, perché evidenza un concetto di cui spesso ci si dimentica: ossia che per ogni paese (banca, individuo) che si indebita troppo, ce n’è sempre un altro che presta troppo; creditori e debitori, insomma, condividono le stesse responsabilità. Sarebbe a dire che surplus e deficit (crediti e debiti) sono sempre due facce della stessa medaglia; senza gli uni non potrebbero esistere gli altri (e vice versa). O, detto ancora più chiaramente, che “colpa” può avere un paese debitore se qualcuno gli presta denaro a buon mercato? Cosa dovrebbe fare, rifiutare l’ingresso dei capitali esteri? Sarebbe una richiesta assurda se provenisse proprio da quanti propendono per la massima libertà dei movimenti di capitali!
L’esito di questo enorme afflusso di capitale nei paesi della periferia era inevitabile; come scrive Michael Pettis, professore di finanza all’università di Pechino: «La storia dimostra che afflussi di capitale di queste entità sono sempre accompagnati da bolle speculative e crisi finanziarie»[2]. Così come era inevitabile che questi afflussi di capitale peggiorassero la bilancia dei pagamenti dei paesi della periferia, a vantaggio della bilancia commerciale tedesca, soprattutto se consideriamo che queste dinamiche centro-periferia tendono ad essere auto-rinforzanti: maggiori i surplus del paese esportatore, maggiori i capitali che quel paese avrà da “riciclare” nei paesi in deficit, che continueranno quindi ad acquistare sempre più prodotti dal paese in surplus, e così via, in una spirale molto difficile da spezzare in assenza di un intervento politico o di uno shock esterno (come la crisi finanziaria del 2008, appunto).
Da questo si evince quanto sia fallace l’idea che il “modello tedesco” possa rappresentare un esempio per l’eurozona o per l’Europa nel suo complesso. Eppure uno degli scopi delle misure di austerità imposte ai paesi della periferia in questi anni – che non hanno agito solo sul fronte della domanda pubblica per mezzo di tagli alla spesa statale ma anche sul fronte della domanda privata per mezzo di politiche di flessibilizzazione del lavoro e compressione dei salari reali – è stato proprio quello di imporre a tutta l’Unione, e in particolare all’eurozona, un modello strettamente neomercantilista in cui la crescita è trainata in primo luogo dalle esportazioni (sulla base, appunto, del modello tedesco).
[1] Questa rivista ho sviluppato un ampio dibattito sul tema dell’uscita dall’euro, a cominciare da uno studio di Realfonzo e Viscione sugli effetti che essa comporterebbe alla luce delle esperienze recenti di abbandoni di accordi di cambio seguiti da ampie svalutazioni (ndr).
[2] Michael Pettis, “Syriza and the French Indemnity of 1871-73”, Carnegie Endowment for International Peace, 4 febbraio 2015.
- See more at: http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/divergenze-in-europa-questione-di-prezzi-o-di-quantita/#sthash.H1sIsf0C.dpuf
Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri.
Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo. La vulgata del dopo crisi ha addossato la colpa di questi squilibri tutta sui paesi in deficit, rei di aver fatto lievitare troppo gli stipendi dei propri lavoratori – o, come spesso si sente dire, di aver “vissuto al di sopra delle loro possibilità” –, perdendo competitività nei confronti della Germania, che invece avrebbe seguito una politica lodevole e “responsabile” di compressione dei salari, guadagnando competitività nei confronti delle “cicale” della periferia. A prima vista sembrerebbe una lettura corretta degli eventi: nella prima decade dell’euro, salari nominali e costi unitari del lavoro sono effettivamente cresciuti notevolmente di più nei paesi della periferia (e in Francia) che in Germania. Ma un’analisi più attenta rivela un quadro dei “colpevoli” e delle “responsabilità” molto diverso da quello che siamo soliti sentire. In primo luogo, prima di addossare la colpa ai lavoratori, di qualunque nazionalità, è opportuno ricordare che la quota salari sul PIL è in calo da trent’anni, ed è continuata generalmente a calare in quasi tutti i paesi europei anche dopo l’introduzione dell’euro, garantendo alle imprese europee una fetta crescente del reddito prodotto (e una maggiore “competitività”).
Detto questo, nel valutare i meriti e le responsabilità dei singoli paesi, occorre guardare a chi si è comportato bene e chi no relativamente agli altri. Se prendiamo per un attimo il punto di vista dei prezzi relativi – che, come vedremo, è un punto di vista limitato – in un sistema di cambi fissi l’ideale sarebbe che il costo unitario del lavoro e il tasso di inflazione dei vari paesi tendano a convergere, prevenendo le divergenze di competitività; data la stretta correlazione tra costo unitario del lavoro e tasso inflazionistico, la maniera più semplice per favorire tale convergenza è far sì che in tutti i paesi membri il costo unitario del lavoro aumenti di pari passo con il tasso di produttività nazionale sommato all’obiettivo inflazionistico che si sono date le autorità monetarie dei paesi o dell’unione in questione, che nel caso dell’eurozona è del 2 per cento, come è noto. In altre parole, per evitare l’insorgere di divergenze in termini di competitività (e dunque di squilibri nelle bilance dei pagamenti), è importante che nei vari paesi i salari non crescano troppo – ma neanche troppo poco – rispetto all’obiettivo inflazionistico prefissato. Da questo punto di vista, è senz’altro vero che i paesi della periferia sono “andati lunghi”, nel senso che in questi paesi la crescita dei salari nominali è stata superiore alla crescita del tasso di produttività sommato all’obiettivo inflazionistico del 2 per cento – e dunque hanno vissuto per certi versi “al di sopra delle loro possibilità” –, ma è altrettanto vero che la Germania è “andata corta”, e di molto, tenendo i propri salari nominali nettamente al di sotto dell’obiettivo inflazionistico, mancando il target del 2 per cento e discostandosi dalla media europea in misura molto più significativa dei paesi della periferia.
In altre parole, chi non si è comportato bene, adottando una politica di “svalutazione interna” – o beggar- thy-neighbour (‘affama il tuo vicino’) – nei confronti degli altri paesi dell’eurozona, attraverso la compressione dei salari, è proprio la Germania. Quanto i leader politici tedeschi fossero coscienti di questo – e quanto questo esito sia stato il risultato di una strategia intenzionale – non ci è dato sapere.
Come abbiamo detto, però, il punto di vista dei prezzi e dei costi non dice molto di per sé. Le divergenze del costo del lavoro e dell’inflazione, infatti, non sono abbastanza grandi da spiegare l’indebitamento delle periferie dell’eurozona. Il fattore più importante, quello trascurato dalla maggior parte degli economisti, è che la compressione salariale tedesca ha costituito un freno ai consumi – la cui crescita si è quasi appiattita dai primi anni Duemila – e quindi alle importazioni dai paesi periferici, mentre dall’altro lato ha creato vaste eccedenze produttive, assorbite dai paesi meridionali soprattutto grazie al credito concesso dai paesi centrali dell’eurozona. Anche in base a questa considerazione, cioè alla prevalenza dei fattori legati alla domanda su quelli legati ai prezzi quale spiegazione degli squilibri interni all’eurozona, sarebbe illusorio pensare che l’uscita dall’euro e la svalutazione delle monete dei paesi meridionali siano un’opzione risolutiva, anche qualora fosse praticabile, visto peraltro che la Germania ha ancora ampi margini per comprimere i salari e la domanda interna e spiazzare l’effetto competitivo della svalutazione del cambio da parte dei paesi che dovessero tornare alle monete nazionali. L’errore che commettono i cosiddetti “no-euro” è quello di ragionare quasi esclusivamente in termini di prezzi invece che di quantità. Questo errore li porta a non comprendere, tra l’altro, come mai le svalutazioni degli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati sulla bilancia commerciale di paesi anche diversissimi tra loro, dal Giappone alla Gran Bretagna [1].
Come è noto, il contenimento dei salari in Germania è in parte il risultato della celebre riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta dal cancelliere social-democratico Gerhard Schröder nel 2003-05, a cui, secondo la narrazione ufficiale del “miracolo tedesco”, andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e di aver reso l’economia tedesca più “produttiva” ed “efficiente”. Trattasi però di una narrazione che ha poco a che vedere con la realtà. Lo sostiene Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, in un libro intitolato Die Deutschland-Illusion. Tanto per cominciare, dice Fratzscher, bisogna sfatare il mito della Germania come “locomotiva d’Europa”: a ben vedere, dal 2000 a oggi il tasso di crescita del paese è stato un misero 1,1 per cento, ponendo la Germania al tredicesimo posto tra i 19 membri dell’eurozona. È anche da notare, poi, come sia del tutto infondato il mito secondo cui i tedeschi sono più competitivi perché “lavorano di più”, così come è falso un maggiore aumento della produttività in Germania rispetto alla periferia dall’introduzione dell’euro a oggi: la crescita della produttività in Germania è stata appena superiore a quella registrata in Spagna ma nettamente inferiore a quella di Portogallo, Irlanda o Grecia. La riforma Hartz, poi, ha sì diminuito la disoccupazione ma lo ha fatto allargando enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (alla riforma va il merito di aver introdotto i cosiddetti mini-job e midi-job), col risultato che il monte ore totale è rimasto praticamente invariato. A causa della riforma, sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini.
La “disciplina” imposta ai lavoratori tedeschi dalla riforma è uno dei fattori che ha permesso alle imprese del paese – col beneplacito dei sindacati – di “congelare” di fatto i salari reali, riducendo in maniera significativa la quota salari sul PIL (a vantaggio soprattutto delle industrie esportatrici del paese, che hanno visto aumentare i loro profitti) e comprimendo pesantemente la domanda interna, permettendo così al paese di ottenere un notevole vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi europei.
In definitiva, è innegabile che la politica tedesca di compressione dei salari sia uno dei fattori alla base degli squilibri sviluppatisi in Europa in seguito all’introduzione dell’euro. Allo stesso tempo, ricondurre questi squilibri unicamente a una questione di competitività di costo (e in particolare di costo del lavoro) sarebbe riduttivo. È evidente che la competitività della Germania dipende anche da un insieme di altri fattori che potremmo definire qualitativi: la dimensione delle sue imprese, l’alto livello tecnologico della sua produzione, la rete infrastrutturale del paese, la difesa della propria industria dell’export, anche per mezzo di politiche industriali attive, ecc. In questo senso, da un punto di vista di competitività internazionale, i paesi periferici dell’eurozona presentavano dei ritardi strutturali riconducibili a fattori estranei al costo ben prima dell’introduzione della moneta unica. E tuttavia è altrettanto innegabile che la politica economica tedesca non sia stata “coordinata” con l’intera eurozona, come auspicano gli stessi trattati.
C’è poi un altro fattore centrale da tenere in considerazione: ossia che il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile dal fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno invece mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche (accumulando dunque un disavanzo commerciale). Questo è perfettamente normale: il surplus di certi paesi corrisponde naturalmente al deficit di altri. La competitività, in altre parole, è un concetto relativo: dipende anche dalla (relativa) prodigalità altrui. Ma c’è di più: se è vero che l’alto livello della domanda in alcuni di questi paesi era in parte il risultato di bolle speculative (soprattutto nel settore immobiliare) – il risultato di una naturale tendenza all’eccesso dei paesi periferici, da espiare per mezzo dell’austerità, secondo la lettura moralistica che i tedeschi danno della crisi –, è altrettanto vero che il settore finanziario tedesco (insieme a quello francese) ha attivamente contributo alla creazione di queste bolle.
Se da un lato i paesi che registrano un deficit della bilancia dei pagamenti – ossia che spendono più di quanto producono – devono necessariamente ricorrere a capitali esteri per finanziare i propri deficit, dall’altro i paesi che registrano un surplus – ossia che consumano e investono meno di quanto producono – non possono che accumulare attività finanziarie nei confronti dei paesi importatori, finanziando così la possibilità di quei paesi di spendere più di quanto producono e di acquistare la produzione eccedente del loro finanziatore. Questo è tanto più vero all’interno di un’unione monetaria con un alto livello di scambi interni e un cambio fisso che elimina il rischio di cambio. E infatti, tra il 2000 e il 2007, le banche dei paesi core, soprattutto Francia e Germania, hanno accumulato un’enorme esposizione nei confronti delle banche dei paesi della periferia – e nel caso della Grecia anche nei confronti del governo –, permettendo così ai consumatori di questi paesi di continuare a importare prodotti tedeschi. E dividendo progressivamente il continente in paesi creditori e paesi debitori. È quello che gli americani chiamano vendor financing: ti vendo qualcosa ma te ne finanzio l’acquisto.
Questo è un punto importante, perché evidenza un concetto di cui spesso ci si dimentica: ossia che per ogni paese (banca, individuo) che si indebita troppo, ce n’è sempre un altro che presta troppo; creditori e debitori, insomma, condividono le stesse responsabilità. Sarebbe a dire che surplus e deficit (crediti e debiti) sono sempre due facce della stessa medaglia; senza gli uni non potrebbero esistere gli altri (e vice versa). O, detto ancora più chiaramente, che “colpa” può avere un paese debitore se qualcuno gli presta denaro a buon mercato? Cosa dovrebbe fare, rifiutare l’ingresso dei capitali esteri? Sarebbe una richiesta assurda se provenisse proprio da quanti propendono per la massima libertà dei movimenti di capitali!
L’esito di questo enorme afflusso di capitale nei paesi della periferia era inevitabile; come scrive Michael Pettis, professore di finanza all’università di Pechino: «La storia dimostra che afflussi di capitale di queste entità sono sempre accompagnati da bolle speculative e crisi finanziarie»[2]. Così come era inevitabile che questi afflussi di capitale peggiorassero la bilancia dei pagamenti dei paesi della periferia, a vantaggio della bilancia commerciale tedesca, soprattutto se consideriamo che queste dinamiche centro-periferia tendono ad essere auto-rinforzanti: maggiori i surplus del paese esportatore, maggiori i capitali che quel paese avrà da “riciclare” nei paesi in deficit, che continueranno quindi ad acquistare sempre più prodotti dal paese in surplus, e così via, in una spirale molto difficile da spezzare in assenza di un intervento politico o di uno shock esterno (come la crisi finanziaria del 2008, appunto).
Da questo si evince quanto sia fallace l’idea che il “modello tedesco” possa rappresentare un esempio per l’eurozona o per l’Europa nel suo complesso. Eppure uno degli scopi delle misure di austerità imposte ai paesi della periferia in questi anni – che non hanno agito solo sul fronte della domanda pubblica per mezzo di tagli alla spesa statale ma anche sul fronte della domanda privata per mezzo di politiche di flessibilizzazione del lavoro e compressione dei salari reali – è stato proprio quello di imporre a tutta l’Unione, e in particolare all’eurozona, un modello strettamente neomercantilista in cui la crescita è trainata in primo luogo dalle esportazioni (sulla base, appunto, del modello tedesco).
[1] Questa rivista ho sviluppato un ampio dibattito sul tema dell’uscita dall’euro, a cominciare da uno studio di Realfonzo e Viscione sugli effetti che essa comporterebbe alla luce delle esperienze recenti di abbandoni di accordi di cambio seguiti da ampie svalutazioni (ndr).
[2] Michael Pettis, “Syriza and the French Indemnity of 1871-73”, Carnegie Endowment for International Peace, 4 febbraio 2015.
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