di Corrado Oddi
È appena stata battezzata la nuova tribù degli
“antibenicomunisti” capitanati dall’Istituto Bruno Leoni
e promossa da Pierluigi Battista sulla grande stampa (il Corriere
della Sera di giovedì scorso). L’obiettivo è imputare al
“benicomunismo” di essere la «solita minestra statalista
e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo la sinistra». Si
tratta di una formidabile mistificazione, ma ancor più significa
non comprendere proprio il carattere innovativo
e contemporaneo che sta alla base della teoria e dei movimenti dei
beni comuni.
Per dirla in estrema sintesi, è evidente che Battista è poco
avvezzo ad un pensiero che si situa dentro la specificità del
capitalismo finanziario e della sua crisi e che si distanzia
proprio da un’idea di pubblico statalista che ha accomunato la
cultura della sinistra novecentesca, sia quella di estrazione
comunista che di quella socialdemocratica.
La vera novità esplicitata dalla teoria e dai movimenti dei beni
comuni, in opposizione al modello neoliberista, sta proprio nel
vedere la generale mercificazione dei beni e dell’attività umana e,
dunque, nell’affermare che i beni ad appartenenza collettiva alla
base dei diritti umani fondamentali non possono essere consegnati
al mercato e che, anzi, vanno gestiti in modo diffuso e partecipato.
Se proprio si vuole trovare un antecedente illustre in
quest’approccio, più che a Proudhon, bisogna guardare a Polanyi che
, non a caso, scrive sulla grande crisi del capitalismo degli anni
’30 del secolo scorso, e che già allora evidenzia che quando si vuol
ridurre lavoro, terra (e cioè beni comuni) e moneta puramente a merce,
essi si prendono la loro rivincita e rivelano come il mercato
autoregolantesi sia, contemporaneamente, una grande
costruzione artificiale e una grande illusione.
Ma quello che mi spinge a prendere in considerazione il
ragionamento di Battista non sta tanto nel misurarsi su questi
temi di fondo, quanto il suo intento dichiarato di voler sferrare
un’offensiva contro l’ “ideologia dei beni comuni”, prendendo atto
che essa ha segnato diversi punti a suo favore, e di chiedere che la
politica si spenda con forza su questa strada. Per fare questo
Battista non esita a ricorrere ad accostamenti perlomeno arditi,
come quando riduce il tema della democrazia partecipativa ad una
sorta di confuso assemblearismo, che poi si traduce nel
rispolverare il vecchio luogo comune — questo sì– per cui piccole
avanguardie militanti si sentono investite della volontà popolare.
Soprattutto arriva a sostenere che i referendum sull’acqua del 2011
sarebbero stati, in buona sostanza, una grandiosa operazione
manipolativa da parte di una piccola schiera di intellettuali che
avrebbero falsamente propinato al popolo che era in campo
l’intenzione di privatizzare l’acqua e il servizio idrico.
A parte qualunque considerazione sul fatto che vivremmo in
un’epoca in cui il “popolo bue” si lascia incantare da qualche
parolaio e, ancor più, il disprezzo che trapela per un istituto, come
quello referendario, che ha visto comunque pronunciarsi in modo
inequivoco la maggioranza assoluta dei cittadini italiani,
è troppo chiedere al nostro di andare semplicemente a rileggersi il
decreto Ronchi, che venne appunto abrogato da quel pronunciamento?
E’ troppo ricordargli che quel provvedimento avrebbe obbligato
tutte le società di proprietà pubblica a far entrare i soggetti
privati, entro la fine del 2011, nel capitale sociale delle stesse, in
una misura non inferiore al 40%?
E che dare la gestione del servizio idrico a soggetti privati,
consentire ad essi di realizzare profitti in quest’attività,
equivale esattamente a privatizzare l’acqua?
Il fatto è che bisogna allineare la grande stampa al nuovo ciclo di privatizzazione promosso direttamente dal governo Renzi e affidato concretamente alle grandi multiutilities quotate in Borsa. E ciò, come dimostra l’esperienza concreta e quella che si realizzerà se questo disegno andrà in porto, non solo comporta le conseguenze negative dei classici processi di privatizzazione, come l’incremento delle tariffe, il calo dell’occupazione, il decremento degli investimenti, il peggioramento della qualità del servizio, ma anche quelle nuove, quando sono promosse da grandi soggetti finanziarizzati, non radicati nei territori e orientati dalla quotazione in Borsa, e cioè in particolare la perdita di qualunque ruolo decisionale degli Enti locali e della possibilità di espressione democratica dei cittadini.
Il fatto è che bisogna allineare la grande stampa al nuovo ciclo di privatizzazione promosso direttamente dal governo Renzi e affidato concretamente alle grandi multiutilities quotate in Borsa. E ciò, come dimostra l’esperienza concreta e quella che si realizzerà se questo disegno andrà in porto, non solo comporta le conseguenze negative dei classici processi di privatizzazione, come l’incremento delle tariffe, il calo dell’occupazione, il decremento degli investimenti, il peggioramento della qualità del servizio, ma anche quelle nuove, quando sono promosse da grandi soggetti finanziarizzati, non radicati nei territori e orientati dalla quotazione in Borsa, e cioè in particolare la perdita di qualunque ruolo decisionale degli Enti locali e della possibilità di espressione democratica dei cittadini.
Del resto, quest’impostazione, che individua nel “socialismo
municipale” uno dei nodi da aggredire nel nostro paese per farlo
avanzare sulla strada della modernizzazione, non a caso incontra
una chiara sintonia con quanto ci spiega il neodirettore dell’Unità
Erasmo De Angelis, dalle colonne del giornale, per cui il nostro
sarebbe rimasto l’unico Paese modellato sull’esperienza del
socialismo reale.
Infine, non si può sottacere come questa spinta ideologica mira
anche ad attaccare l’idea dell’esistenza di diritti fondamentali,
come quello del diritto all’acqua. Come interpretare se non in questa
chiave, ad esempio, alcuni fatti di questi giorni, quello per cui il
sindaco di Bologna viene indagato dalla Procura perché aveva
disposto l’allacciamento all’acqua in alcuni stabili occupati in
quella città o il fermo di alcuni attivisti che si sono opposti al
distacco dell’erogazione dell’acqua ad uno spazio occupato a Roma per
trasformarlo in centro di aggregazione del quartiere?
In ogni caso, Battista può stare tranquillo: non saranno le
interpretazioni di comodo, le mistificazione della realtà,
l’accondiscendenza nei confronti dei poteri forti ad arrestare un
processo che affonda le sue radici, materiali e soggettive, nelle
trasformazioni radicali e regressive che ci consegna non il
socialismo municipale, ma il capitalismo neoliberista.
Soprattutto se, come mi auguro e come esistono le condizioni per
realizzarlo già nei prossimi mesi, le ragioni dei beni comuni, del
lavoro, di un rinnovato Stato sociale, accomunate dall’idea
dell’universalimo dei diritti della persona, sapranno incontrarsi
e rendere credibile l’idea di un modello produttivo e sociale
alternativo a quello che le élites dominanti, in Europa come nel
nostro Paese, continuano a proporci come l’unico possibile.
*Forum italiano movimenti per l’acqua
Fonte: il manifesto

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.