La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 16 maggio 2016

Ora in Brasile la battaglia per la democrazia si combatte nelle strade

di Carlos Aznárez
Il golpe è stato consumato. Il Brasile entra ora con l’Honduras e il Paraguay nella lista di paesi che l’imperialismo ha usato come gigantesco laboratorio per testare, con indubbio successo, la sua tecnica di destituire governi favorevoli a un nuovo sviluppo. Questa ricetta è etichettata come “moderata” da alcuni analisti che non stanno sperimentando i suoi risultati sulla loro pelle e da coloro che la paragonano alle dittature disumane che questi paesi hanno sofferto pochi decenni fa. Infatti sono brutali, come lo è, in sostanza, il capitalismo. In Argentina, per esempio, soltanto in pochi mesi, sono stati licenziati 120.000 lavoratori, dato che l’inflazione è aumentata drammaticamente, distruggendo le speranze di un futuro migliore. Questa offensiva in America Latina deve essere analizzata in un contesto più ampio: fa parte della stessa strategia che i capi di Washington, D.C. hanno messo in atto in Medio Oriente, distruggendo un paese dopo l’altro, fino a quando hanno scoperto che potevano raggiungere gli stessi risultato con più facilità in America Latina.
Ciò che hanno in comune questi colpi di stato, è che sono stati spinti da una reazione contro le riforme più essenziali a favore della gente. Ciascuno dei capi di stato destituiti in seguito a un golpe è stato preso di mira soltanto perché aveva iniziato a progettare alcune riforme sociali per i settori che il neoliberalismo degli anni ’90 aveva, apertamente e semplicemente escluso. Le loro misure non erano neanche rivoluzionarie, come nazionalizzare il commercio estero o fare le riforma agraria. Al contrario, il caso del Brasile dimostra in modo patetico che a loro non importava che Dilma facesse tutti i tipi di concessioni e che facesse alleanza con la sua parte che produceva politiche di austerità che erano chiaramente in linea con il progetto neoliberale. La borghesia continuò ad attaccare da ogni parte e ha eroso, giorno dopo giorno, il Partito dei Lavoratori (PT).
Al contrario della destra e dei media dell’Argentina, che sono riusciti a far eleggere democraticamente Mauricio Macri, i loro colleghi brasiliani hanno energicamente riguadagnato la loro strada verso il palazzo presidenziale usando come armi le istituzioni. Il loro candidato, Michel Temer ha una fedina penale sufficiente a farlo entrare nella prigione di Itai, invece che al Palazzo del Planalto. Ma la democrazia borghese sempre più screditata, gli permetterà di tentare un piano di adeguamento che è stato progettato da gruppi di esperti dell’opposizione.
Infatti è stato annunciata che le persone infami che erano al potere con l’ex presidente neoliberale Henrique Cardoso, torneranno, e che i funzionari e gli alleati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, arriveranno nel paese mano nella mano con il leader locale della destra, Aécio Neves. Di tutti questi ritorni sulla scena, il più inquietante è quello di Henrique Meirelles che era stato presidente della Banca Centrale durante le presidenze di Lula, tra il 2003 e il 2011, quando l’economia era arrivata all’apice al contrario che in questi giorni. Meirelles, un liberale le cui tendenze venivano “censurate” sotto l’amministrazione di Lula, attualmente è un dirigente di grosse compagnie multinazionali e ha la fiducia dei membri del Partito Repubblicano degli Stati Uniti e promuoverà, al Ministero delle Finanze, una politica diausterità e di indebitamento, seguendo i passi che il suo collega Joaquim Levi aveva iniziato durante l’amministrazione di Dilma.
Incoraggiata dalla sua “vittoria” nei prossimi sei mesi senza Dilma al potere, la destra brasiliana cercherà di evitare che lei ritorni (cosa che a questo punto sembra improbabile), e di evitare anche che Lula da Silva, l’unico leader carismatico della classe operaia, abbia una qualunque occasione di vincere future elezioni.
Tuttavia, anche se la destra pensa che i loro sogni di privatizzazioni, di licenziamenti, di svalutazione, presto si avvereranno, c’è un fattore che devono tenere in considerazione: è l’enorme opposizione popolare che per mesi si è impadronita delle strade del Brasile. Quegli operai e contadini si sono opposti con determinazione alle politiche di austerità dell’ex ministro Levy e alle politiche per il settore agroalimentare dell’ex ministro Katia Abreu – entrambi membri del governo di Dilma. Bloccano le strade, presidiano le barricate, si illuminano quando sentono i loro compagni che scandiscono slogan per la terra, gli alloggi, il lavoro”!, marciano per chilometri per denunciare che i brasiliani hanno aspettato per anni promesse non mantenute. Sono lavoratori che hanno scelto di essere contro l’occupare le “poltrone” e contro la difesa dell’autonomia di classe, proprio per non far annegare le idee rivoluzionarie che essi possiedono, nelle fogne della burocrazia e della politica fatta per vantaggio personale. Questo è il vero Brasile, con i suoi Senza terra e i suoi Senzatetto, con i suoi metalmeccanici del sindacato ABC, o con i suoi combattivi operai della Mercedes Benz che hanno gridato ad alta voce che “non ci sarà nessun colpo di stato”. Essi sono le radici da cui nascerà la resistenza da oggi in poi, contro questo tragico 12 maggio, tenteranno di contrastare la volontà di Temer e dei suoi soci di governare il paese.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: The Dawn
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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