La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 11 febbraio 2017

Vecchi e nuovi problemi per l’economia tedesca

di Vincenzo Comito
Sono stati da poco pubblicati in Germania i dati economici per il 2016 ed essi appaiono molto positivi. Tra l’altro, il pil è cresciuto rispetto all’anno precedente dell’ 1,9%, cifra che, almeno in Europa, appare di tutto rispetto e comunque tale aumento è superiore a quello del 2015 ed, inoltre, esso si presenta come il più elevato degli ultimi cinque anni. Contribuisce al risultato una bilancia commerciale in forte avanzo: le esportazioni hanno raggiunto nel 2016 i 1,2 trilioni di euro, più di un terzo del pil (Jones, 2017); il saldo export-import si è collocato intorno ai 300 miliardi di euro ed esso ha superato persino quello della Cina di circa 50 miliardi ed ha inoltre raggiunto il 9% del pil.
Si è verificata anche una certa crescita dei consumi interni. Essa è stata indotta dall’introduzione del salario minimo, che aveva invece suscitato, al momento del varo del provvedimento, molti timori tra gli economisti ed i politici più conservatori; inoltre, dall’aumento delle retribuzioni di molte categorie, nonché dalla dinamica positiva prodotta sui consumi dallo stesso arrivo di un’ondata massiccia di immigrati, circa un milione di persone in 18 mesi.
Certo si potrebbe fare molto di più per spingere gli stessi consumi, ma comunque la situazione appare un poco migliorata.
Il bilancio pubblico presenta, come nel 2015, un importante surplus.
Infine l’elevato livello degli ordini all’industria, rilevabile nel dicembre 2016, indica che l’andamento positivo dell’economia continuerà ancora almeno per diversi mesi nel 2017.
Le minacce tradizionali alla crescita dell’economia del paese
Da diversi anni e da molte parti vengono peraltro ricordate le tradizionali minacce potenziali che potrebbero contrastare, almeno nel medio termine, lo sviluppo dell’economia del paese.
Esse vengono individuate, tra l’altro, nel bassissimo tasso di natalità della popolazione; nella concentrazione del sistema economico su pochissimi settori (soprattutto auto, poi meccanica strumentale e chimica); nel povero stato di molte infrastrutture di base in mancanza di investimenti adeguati, in relazione anche alla volontà di mantenere il bilancio pubblico dentro i binari della più stretta ortodossia; nei rischi legati ad uno sviluppo trascinato dalle sole esportazioni, con una rilevante depressione invece della domanda interna; infine dalla debolezza della crescita della produttività, indotta anche dall’andamento non soddisfacente degli investimenti privati, fenomeni questi ultimi comuni peraltro a tutti i paesi occidentali importanti.
Cosa ha portato di nuovo il 2016 su tali fronti?
Per quanto riguarda il primo punto sopra ricordato, il recente, massiccio, ingresso nel paese dei profughi prevalentemente medio-orientali sembrava indicare una via per contribuire a risolvere con il tempo il problema, ma tale ondata si è poi arrestata di fronte all’ostilità anche molto forte di una parte almeno dell’opinione pubblica.
Per quanto riguarda la concentrazione dello sviluppo su pochi settori, niente è cambiato di recente e lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il livello degli investimenti infrastrutturali: il bilancio pubblico è rimasto refrattario ad iniziative significative su tale questione.
In relazione invece al penultimo punto, va considerato che, accanto allo sviluppo delle esportazioni, è aumentato, come già indicato, anche se in misura limitata, il livello dei consumi interni e questa appare una novità rilevante. Infine anche nel 2016 abbiamo assistito ad una riduzione degli investimenti privati e ad un aumento molto basso nei livelli della produttività.
Intanto si vanno addensando piuttosto rapidamente nuove e minacciose nubi all’orizzonte. Ne segnaliamo due veramente di peso.
L’arrivo dell’economia numerica 
In un articolo pubblicato di recente su questo stesso sito ricordavamo le rilevanti minacce portate all’economia del paese dagli sviluppi recenti che toccano il settore dell’auto.
Da una parte, cresce rapidamente la produzione di vetture elettriche, in relazione anche alla stretta sulle norme ambientali registrabile in tutti i principali mercati del mondo, ciò che, vista la semplicità tecnica delle nuove auto, porta ad una sostanziale riduzione del mercato della componentistica, in cui la Germania eccelle, mentre esso comporta anche un aumento del peso delle vetture prodotte in Cina; dall’altra, lo sviluppo dell’auto a guida autonoma e una serie di altre novità (internet delle cose, mutamenti nella cultura e nelle modalità del trasporto) dovrebbero avere tra l’altro come conseguenza una drastica riduzione nel numero delle auto vendute ogni anno.
In parallelo si assiste ad una crescente numerizzazione del prodotto; circa il 50% -60% del valore di una vettura consisterà presto in apparecchiature e strumenti di tipo digitale (Chazan, 2017).
Tali sviluppi stanno contribuendo ad un massiccio ingresso nel settore delle grandi imprese esperte di tecnologie numeriche, sia cinesi che statunitensi, mentre impongono alle aziende tedesche un grande sforzo per recuperare un rilevante ritardo da esse accumulato sulla questione. I rischi di essere lasciati indietro appaiono molto rilevanti.
Ma la numerizzazione non tocca fortemente soltanto il settore dell’auto, ma anche, ad esempio, quello dei macchinari, altra grande eccellenza tedesca (non c’è quasi un’officina cinese che non ne possieda un qualche esemplare).
Così i due pilastri principali del successo industriale tedesco sono sempre di più aggrediti dallo sviluppo delle tecnologie digitali, mentre, più in generale, quasi tutte le grandi società tedesche operano nella vecchia economia (Chazan, 2017).
Ora la Germania è stata negli ultimi due secoli tra i paesi in testa dell’innovazione tecnologica del mondo; ma da qualche tempo essa sembra essersi addormentata, come del resto sta accadendo all’intera Europa, che assiste ormai quasi solo da spettatrice alla gara su tale fronte tra Cina e Stati Uniti. Dove sono le Silicon Valley europee?
Le minacce commerciali statunitensi
Registriamo ormai ogni giorno, come è noto, delle prese di posizione della nuova amministrazione americana che prendono di petto molti paesi, nell’ambito, tra l’altro, di una visione molto protezionistica delle relazioni economiche. In questo quadro non poteva mancare l’apertura da parte di Trump di un importante cahier de doléances nei confronti della Germania.
Il paese teutonico ha registrato nel 2016 un surplus commerciale con gli Stati Uniti di circa 65 miliardi di dollari, collocandosi dopo la Cina e appena dietro il Giappone (Jones, 2017). Il mercato statunitense è ormai per esso il primo mercato, assorbendo circa il 10% del suo export totale (Boutélet, 2017). Alcuni settori, come quello chimico, vendono più del 60% della loro produzione all’estero (Jones, 2017).
Il segretario al commercio statunitense, Peter Navarro, ha affermato che la Germania si sta avvantaggiando di un euro grossolanamente sottovalutato, ciò che danneggerebbe fortemente gli Stati Uniti, mentre Trump ha minacciato, tra le altre cose, di imporre dei dazi del 35% alle vetture della BMW se essa continuerà a vendere negli Stati Uniti quelle prodotte in Messico. Ora ricordiamo, a questo proposito, che l’industria dell’auto tedesca ha collocato nel 2016 oltre Atlantico veicoli e parti di ricambio per circa 32 miliardi di euro (Boutélet, 2017).
E’ stato calcolato che una chiusura totale dei rapporti tra i due paesi comporterebbe una perdita di 1,6 milioni di posti di lavoro diretti nel paese europeo (Boutélet, 2017).
Qualcuno è arrivato a ricordare la situazione tra le due guerre, quando i conflitti commerciali avevano contribuito a far affondare l’economia mondiale.
La reazione di Wolfgang Schauble alle accuse statunitensi è stata sorprendentemente quella di approfittarne per attaccare ancora una volta Draghi. Secondo le dichiarazioni del ministro dell’economia la colpa del surplus commerciale sarebbe da attribuire interamente alla BCE, che con le sue politiche di quantitative easing mantiene l’euro ad un livello molto basso di cambio con il dollaro.
A parte Schauble, comunque, la reazione delle imprese e del governo tedeschi è, per il momento, improntata alla cautela, ma le prime indicazioni mostrano che i vari gruppi industriali appaiono incerti su quanto potenziare gli investimenti in Usa e quanto invece cercare di sviluppare maggiormente nuovi mercati, in particolare in Asia, in Cina e altrove.
Conclusioni
L’economia tedesca è chiaramente soggetta, oltre che alle forte tensioni derivanti dal difficile andamento generale del progetto europeo sul piano economico come su quello politico, a forti difficoltà potenziali e specifiche provenienti da diverse parti.
Le possibili minacce al paese destano preoccupazione anche perché l’economia teutonica appare di gran lunga quella trainante nel nostro continente e un suo arresto, o una sua rilevante frenata, metterebbero in difficoltà in particolare i paesi più deboli come l’Italia.
I due pericoli delineati nel testo imporrebbero ancora di più all’Europa una più stretta integrazione economica e politica e, in dettaglio, l’avvio di grandi programmi comuni anche nel campo dell’economia numerica da una parte, un fronte unito, dall’altra, in un ambiente che sta cambiando velocemente e diventando per molti aspetti meno favorevole, in relazione in particolare alle strategie della nuova amministrazione statunitense, anche se non solo ad esse.

Testi citati nell’articolo

-Boutélet C., L’Allemagne redoute le protectionnisme américain, Le Monde, 31 gennaio 2017

-Chazan G., Why Germany needs to accelerate into the digital fast lane, www.ft.com, 25 gennaio 2017

-Comito V., I licenziamenti alla Volkswagen e il futuro tedesco, www.sbilanciamoci.info, 22 dicembre 2016

-Jones C., Germany’s exporters fear Trump effect on trade, www.ft.com, 1 febbraio 2017

Fonte: sbilanciamoci.info 

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