La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 29 aprile 2016

Disegnare, prevedere, organizzare le città

di Andrea Villani 
Ritorna sulla scena la città. Dopo che per qualche decennio l'attenzione dei media, delle riviste e delle facoltà di architettura è stata posta soprattutto alle creazioni di strutture edilizie sempre più imponenti, eccezionali, fisicamente rilevanti e anche programmaticamente strabilianti - destinate a stupire come d'altronde i prodotti artistici di successo di questo tempo - ecco che sembra riapparire con forza, nelle riflessioni degli esperti, nelle facoltà e anche nel dibattito pubblico, il tema della città.
Certo, non è - almeno qui da noi - come negli anni Sessanta, quando si sperimentava una crescita impetuosa dell'economia (era il tempo del "miracolo economico") e nel Nord Italia si realizzava un rilevante sviluppo industriale. E in connessione avveniva - con la creazione o l'ampliamento delle fabbriche - una fortissima migrazione dal Sud al Nord, e più in generale dalla campagna delle regioni meno sviluppate soprattutto verso Milano e Torino e le aree contermini. Per fare fronte a questo imponente flusso migratorio le amministrazioni comunali espressero un'immediata risposta in termini di abitazioni popolari e di rafforzamento dei servizi collettivi.
E insieme con l'azione pubblica, ci fu una risposta del mercato, e - quanto meno per l'abitazione - l'azione diretta degli immigrati. Questi, oltre a lavorare per costruire alloggi o altre strutture industriali e di servizio con le imprese edilizie, nel tempo libero costruivano anche personalmente - aiutandosi l'un l'altro - le loro abitazioni: fu il fenomeno delle "coree" che caratterizzò soprattutto l'area metropolitana milanese.
Quello fu un tempo non solo di enorme trasformazione urbana e sociale, ma anche di grande entusiasmo nell'operare pubblico e privato, e anche nell'impegno politico e amministrativo. Pari forse soltanto a quello sperimentato negli anni dell'immediato dopoguerra, quando si trattava di far sparire le rovine della città, e di ridarle vita, anche fisica. E, da fine anni Cinquanta-inizio anni Sessanta, forse in termini ancora più difficili che nei giorni della ricostruzione. Il problema era, per chi guidava l'azione collettiva della città, quello di stabilire in che modo, lungo quali linee indirizzare lo sviluppo perché in quel momento l'impresa che si aveva di fronte appariva enorme. Con un atteggiamento un po' semplicistico e naïf potremmo pensare che sarebbe stato opportuno che le amministrazioni locali, i Comuni, ammettessero che ogni singolo soggetto - impresa industriale, famiglia, operatore immobiliare - potesse realizzare le costruzioni necessarie come e dove desiderava. Di fatto, le regole da seguire in quel tempo erano in sostanza soltanto quelle stabilite dal Codice Civile, tra l'altro nemmeno sempre osservate, come appunto nel caso delle "coree" milanesi. A differenza della quasi totalità dei comuni, infatti, solo le grandi città disponevano di un piano regolatore: quello di Milano costituiva l'unico esempio di piano razionalista elaborato in Italia. In quel contesto l'impegno collettivo, rilevantissimo, non fu soltanto nel realizzare le strutture e le infrastrutture di immediata urgente necessità, ma anche di stimolare tecnici, studiosi e facoltà universitarie a impegnarsi per individuare i modi di procedere più validi per indirizzare lo sviluppo fisico di tutto il territorio, vale a dire del complesso di città nelle quali la crescita stava avvenendo. Impegno che in termini disciplinari venne sviluppato spesso sotto lo stimolo degli assessorati all'Urbanistica: a Milano sotto la guida di Filippo Hazon. Sottolineo questo nome e questa impresa urbanistica non fosse altro perché del tutto dimenticata. Hazon si trovò a guidare lo sviluppo urbano seguendo le prescrizioni del piano regolatore del 1948-1953. Ma lo sforzo di Hazon fu nel senso di seguire le indicazioni di quel piano nella prospettiva che questo fosse esteso ai comuni limitrofi, in vario modo connessi o gravitanti sul polo principale.
Non insisto oltre in questo racconto. Ciò che mi preme mettere in evidenza è in cosa dovesse consistere quella politica urbanistica. Politica che mirava a stabilire - con riferimento al territorio considerato - l'assetto fisico: id est la rete delle strade e delle piazze; le aree edificabili a scopo industriale, residenziale, terziario-direzionale; quelle non edificabili, da destinare a verde agricolo, a parchi o giardini e, in connessione con quelle, le aree da destinare ai fondamentali servizi collettivi: scuole, ospedali, chiese, università, biblioteche, attrezzature sportive. Tutto ciò, a due livelli: uno di piano regolatore generale - a maglie ampie, con indicazioni su infrastrutture, strutture e ambiti fondamentali di destinazione funzionale - e un secondo livello, di piano particolareggiato - che doveva specificare nel dettaglio e definire le forme nel cosiddetto "planivolumetrico" -. 
Questo per stabilire - non solo o tanto con un'ottica di previsione, quanto proprio di "dover essere" - la dimensione complessiva della città, quella delle sue componenti, il rapporto tra il nuovo e l'esistente da conservare e l'esistente da demolire, nonché la forma - del tutto e delle parti - cioè quello che potremmo definire l'aspetto estetico. Su questo modo di procedere, sulla sua concreta realizzabilità, sul rapporto tra le diverse scale di pianificazione e su quello tra piano e progetto, si avviò e sviluppò un grandissimo lavoro di ricerca, studio, approfondimento, dibattito, sia nell'ambito politico-amministrativo che in quello degli istituti di studio e ricerca, a iniziare dal Politecnico di Milano, ma praticamente in tutte le università milanesi, tra cui - particolarmente significativo per impegno di ricerca e risultati - nell'Università Cattolica. L'impegno culturale e politico fu intensissimo almeno per tutto il decennio degli anni Sessanta, in connessione anche con le grandi trasformazioni culturali e politiche che si verificarono in tutto l'Occidente, con una forte tensione tra il momento esplosivo di volontà di autodeterminazione personale e di singoli gruppi e comunità, e l'ideale egualitario che nasceva dall'ispirazione marxista-leninista-maoista di pianificazione totale, che precedeva in senso esattamente contrario e che presupponeva una classe dirigente capace di prefigurare e imporre il piano. Bene: io credo che la sostanza del dilemma che si presentò allora in campo urbanistico (riferibile però a qualsiasi politica a qualsivoglia scala) fosse tra prefigurazione e piano-processo (1). In ogni caso, per quanto riguarda l'evoluzione della disciplina, il nocciolo della vicenda è che comunque l'urbanistica si deve interessare soprattutto della forma fisica della città e del territorio, e questo anche oggi esattamente come mezzo secolo fa. Però in questo mezzo secolo il mondo è cambiato: sono mutate le tecniche, le forze politiche, gli uomini (anzi, oggi si deve dire: le donne e gli uomini); sono cambiate le culture dominanti e ovviamente sono cambiati anche gli obiettivi che queste hanno sulla città e le sue componenti; sono cambiate le dinamiche urbane, il complesso dei progetti, le stesse modalità di progettare. È in questo quadro che si colloca la lettura-interpretazione-proposta di Franco La Cecla contenuta nel suo Contro l'urbanistica. La cultura delle città, edito da Einaudi nel 2015. 
Questa lunga premessa è innanzitutto per mettere in evidenza una costante nella interpretazione che - sia dagli operatori sia dagli studiosi - è stata data quanto meno da un secolo alla disciplina. Vale dire che l'urbanistica è un modo di disegnare, prevedere, organizzare la città e il territorio. Certo, le città non sono soltanto le case, i palazzi, le scuole, le chiese, gli ospedali, etc. etc. Sono anche, inestricabilmente, le persone che non solo le abitano, ma che le hanno create, hanno dato loro vita e forma, ne hanno determinato e ne determinano la continua evoluzione-trasformazione. Questo è ben chiaro. Tanto è vero che le città, come le altre realtà, possono essere studiate da molteplici punti di vista. 
Il punto di vista di Franco La Cecla a dire il vero non è chiarissimo. La Cecla si definisce antropologo. Io ho in mente gli antropologi che si recavano a studiare le popolazioni rimaste primitive in remote isole del Pacifico, quelli che ho studiato per l'esame di filosofia col professor Cantoni, in anni molto lontani. Naturalmente si possono studiare i modi di vita e i comportamenti umani di tutti gli individui e le popolazioni: anche urbane, anche quelli delle civiltà "più avanzate", più sviluppate per ricchezza e disponibilità di tecnologie sofisticate, così come quelli delle popolazioni delle campagne, di civiltà contadina, o quelli delle popolazioni che ancora vivono nelle foreste. Per non dire di quelli di popolazioni che si sono trovate per una molteplicità di motivi a fuggire dai loro luoghi d'origine per confluire ai bordi delle città, negli immensi slum di molte metropoli del pianeta. Ora risulta alla corrente diffusa esperienza - e anche alla nostra diretta esperienza - che esiste una grande varietà di persone che si caratterizza e differenzia per una molteplicità di aspetti. Certo si può andare a osservare, leggere, interpretare chi sono, dove sono, come vivono, che rapporti stabiliscono tra loro queste persone; e anche com'è il loro habitat in senso fisico, sia in termini generali che molto più specifici relativi alle diverse funzioni. Si può andare a leggere tutto questo e cercare di interpretarlo. Analogamente si sarebbe potuto - e si potrebbe ancora con una visione retrospettiva - andare a vedere e interpretare le modalità di insediamento a Milano e dintorni - per fare un esempio a noi ben noto - negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: il fenomeno delle "coree" di cui abbiamo detto oppure il complesso sistema delle case popolari, anche per metterlo a confronto con quello che sono oggi questi medesimi quartieri. Insomma, si può leggere, guardare, interpretare, studiare. Ma si può anche giudicare criticamente e di fronte all'esistente si possono proporre modifiche in vista di un assetto diverso. Per esempio, si potrebbe leggere che in certe zone la maggioranza della popolazione è portatrice di una "cultura analfabeta"; ma anzichè accettare una simile situazione, un governo - espressione della comunità o collettività nel suo complesso - potrebbe ritenere che quella situazione dovrebbe essere modificata, considerando che oggi, nella nostra società, tutti i cittadini dovrebbero saper leggere e scrivere. E quindi questo governo metterà in opera tutti gli strumenti che riterrà opportuni per modificare quella situazione. Allo stesso modo un governo può ritenere che l'assetto fisico di un insediamento umano - dal centro, all'area vasta, fino alla scala locale - debba avere certe caratteristiche; quelle che in Italia, per esempio, venivano tradizionalmente determinate da uno strumento urbanistico definito "piano regolatore".
Il piano regolatore - cioè il piano urbanistico (il physical plan, nella terminologia e concezione anglosassone) - esprime una visione di quella che dovrebbe essere la città nella sua essenza ovvero nella sua struttura fisica. Può stabilire che una città sia compatta oppure diffusa, decidere una forte conservazione del centro storico - vale a dire dell'eredità del passato - oppure prevedere rilevanti innovazioni, rielaborazioni, eliminazioni dell'esistente. E nell'ambito indicato ed elaborato, prevedere quanto meno tutte quelle funzioni che abbiamo elencato all'inizio di questo discorso. Ora, sul possibile modo di essere di un insediamento umano, quale una città o un villaggio, possono essere concepite molte soluzioni: questo dal momento in cui si è iniziato a pensare che anche quelle realtà si potessero o dovessero progettare ex ante, anziché seguire ciò che le singole comunità avevano trasmesso con un modo di procedere che veniva dal passato(e che storici e antropologi hanno cercato di spiegare). Prospettive di piano che potevano essere e sono state elaborate da architetti, urbanisti, artisti, letterati, filosofi, ognuno dei quali ha costruito una sua utopia. Oppure si è trattato di regole che urbanisti, architetti o ingegneri al servizio del principe hanno imperativamente posto in taluni casi per realizzare parti importanti di città, realtà monumentali, destinate a durare nel tempo, e che noi ci troviamo magari a godere e ammirare ancor oggi. Però, nei casi più comuni - nelle migliaia di città, borghi e villaggi d'Italia e d'Europa - il modo di determinare l'ampliamento urbano spesso non è stato compiuto attraverso indicazioni coercitive - ovvero prescrizioni difformi dal sentire della popolazione del posto - ma l'autorità locale, il potere politico ha seguito i desideri prevalenti della comunità. 
Ora credo veramente importante sottolineare alcune cose dietro lo stimolo del pensiero di La Cecla espresso in questo libro. Non c'è il minimo dubbio che la città concreta, quella che si vede, che è qui davanti ai nostri occhi, non è soltanto la realtà fisica. E d'altronde noi, anche di questa realtà fisica, vediamo e conosciamo solo piccole parti, quelle con cui abbiamo consuetudine. La città - è stato sottolineato tante volte - è un organismo vivente, ed è vivente innanzitutto per la presenza degli esseri umani che ivi sono presenti e operano. Ma è vivente anche perché persino nella realtà fisica la città è in continua trasformazione, quanto meno per quanto riguarda taluni aspetti più o meno rilevanti. Se penso anche soltanto a Milano, a come questa è passata dall'essere una città industriale del tempo della mia giovinezza alla città terziario-direzionale-commerciale di oggi, non posso fare a meno di rilevare che è cambiata la dimensione fisica, la sua struttura, il modo di praticare le varie attività, quelle antiche e ovviamente le nuove. E con queste cose è cambiata la popolazione, il suo stile, il suo comportamento, il modo di vivere nella città e - last but not least - il modo di gestire la città da parte di coloro che - pubblico e privato - prendono le decisioni collettive. In questa città c'è un centro e una periferia, che è quella ai bordi del perimetro amministrativo, ma in un certo senso è costituita anche dalle piccole città confinanti che fanno da costellazione in tutta l'area metropolitana e che, secondo un certo modo di dire, fanno parte della "città infinita" o, più semplicemente e realisticamente, di quella "città diffusa" che caratterizza l'area metropolitana. Proprio su questi aspetti - cui qui faccio solo un accenno - si pone immediatamente un confronto dialettico con talune tesi di La Cecla. 
Nelle città c'è una periferia. La Cecla odia le periferie. Ma le periferie sono un fatto naturale. Tutte le volte che in qualche struttura c'è un centro, inevitabilmente e necessariamente c'è anche una periferia. E una periferia, in un assetto fisico, un assetto urbano, può essere decente, gradevole da viverci, magari molto bella, oppure può essere degradata, sgradevole, priva di servizi e di ogni qualità urbana (id est di quello che qualcuno definisce "urbanità", ovvero - come si diceva un tempo - priva di "quello che rende città una città"). A Milano ci sono periferie del tutto decorose, come Lambrate e il Quartiere degli Olmi. A Città del Capo la periferia a sud della down-town (cioè del cuore direzionale-politico-amministrativo-culturale-commerciale della città) è costituita dalle ville lussuose dei più ricchi, mentre a nord vi è la shanty-town, dove vivono almeno un paio di milioni di cittadini di colore. Il problema non è il fatto che si tratti di periferia, ma di cosa e come è la periferia. E non solo dal punto di vista della qualità dell'edilizia. Si pensi, per restare al contesto milanese, alla qualità urbana di San Donato Milanese: qui le case sono quasi totalmente di buona qualità, ma la dotazione di servizi culturali, commerciali e di intrattenimento è a livelli assolutamente bassi. A fare la differenza, rispetto ad altri contesti in situazioni analoghe, c'è il fatto che San Donato è fortemente collegato dalmetrò al cuore di Milano dove sono presenti una molteplicità di funzioni urbane di alta qualità. Dunque, da una parte si tratta di fare in modo che in qualsiasi tipo di periferia siano presenti i servizi essenziali al livello attuale di civiltà (vale a dire in quello che in Occidente consideriamo comunemente come caratterizzante la nostra civiltà). Dall'altra si tratta di fare in modo - anche proprio mediante una elaborazione di piano fisico, di progettazione architettonico-urbanistica - di cercare di creare in ogni ambito periferico "punti focali urbani". 
E qui siamo a un punto molto importante nella riflessione-confronto con La Cecla. Uno degli elementi su cui si avviò la grande trasformazione di tutti i nostri centri urbani grandi, medi e piccoli, degli ottomila e più comuni italiani, è stato il fatto che grosso modo dagli anni Cinquanta agli anni Settanta vennero realizzate dove ancora non c'erano o dove questi crescevano rapidamente le reti di acqua potabile, di fognature, di metano (mentre le reti dell'energia elettrica e telefonica erano diffuse dappertutto da molto tempo). Questa fu un'importante realizzazione che ci fa tornare con la mente a quello che avvenne in Gran Bretagna al tempo della rivoluzione industriale, quando - proprio attraverso politiche e azioni igienico-sanitarie - nacque l'urbanistica moderna. Che non è, per intenderci, solo quella dei luoghi eminenti che conosciamo, quella che caratterizzò il cuore delle città capitali o comunque dominanti nel passato.
Nella nostra prospettiva questo è un punto fondamentale. La politica urbanistica avviata in Sudafrica da Nelson Mandela e dai suoi successori fu innanzitutto volta a creare reti per l'acqua potabile e l'energia elettrica nelle shanty-towns. Per comprendere cosa questo significhi, in termini di civiltà, basti pensare, per fare un solo esempio tra tanti, a cosa accade ogni estate nelle maggiori città della Sicilia in tema di acqua, ai disagi che la popolazione deve sopportare. La stessa cosa, in misura estremamente più grave, accade nei giganteschi insediamenti umani costituiti da slum, bidonville, villas miserias, favelas, poblaciones, etc. del mondo, dove decine di milioni di persone si affollano in baracche alla periferia delle grandi città in condizioni igieniche precarie. È chiaro che, se guardiamo a quelle realtà, ci troviamo come esperti di città e di urbanistica di fronte a realtà e problemi enormi, per molti aspetti incomprensibili e per altri - ho fatto qui una pausa prima di scrivere questa parola - irresolubili allo stato attuale delle conoscenze. Irresolubili soprattutto se l'idea, la concezione di fondo, è quella di portare quelle realtà - così come quelle della stragrande maggioranza dei paesi del Sud America, dell'Asia e soprattutto dell'Africa - a quello che noi consideriamo un livello di decente condizione di vita: non necessariamente quello del cuore opulento delle nostre città ma quello della stragrande maggioranza dei nostri borghi e villaggi. Prima di pensare a cosa fare per dare un assetto urbanistico minimamente civile paragonabile ai nostri standard, si dovrebbe quindi pensare a come fermare l'afflusso ulteriore della popolazione dalle campagne verso le grandi città. Afflusso che inevitabilmente avverrebbe in condizioni come le attuali se non ulteriormente aggravate. E su questo sono sempre stato pienamente d'accordo con le tesi espresse da Ivan Illich fin dal 1970, su cui si trova in sintonia anche La Cecla: sul tema del governo delle innovazioni tecnologiche sono in gioco politiche economiche e sociali alla scala mondiale così come lo sono sulle politiche commerciali e sulla regolamentazione che ogni paese potrebbe o dovrebbe poter stabilire senza necessariamente dover seguire e applicare pedissequamente ciò che è stato stabilito da qualche comitato di affari o da forma di governo alla scala globale. Temi che, tuttavia, esulano dall'urbanistica, come esula il discorso sulle politiche demografiche e sociali: temi ai quali La Cecla non dedica neppure una riga ma che certamente rappresentano elementi cruciali di ciò che accade nei paesi meno sviluppati e senza dubbio sono una concausa del disastro urbanistico di quei paesi. 
C'è un aspetto della tesi di La Cecla che trovo particolarmente interessante, quello che riguarda la "valutazione di impatto sociale". La Cecla enfatizza l'importanza di questa valutazione. Questo significa che ritiene che lo sviluppo urbano debba essere pianificato e determinato non solo dalle proprietà immobiliari, magari di grande potere e dominanti sul territorio, ma dalle comunità, da tutti i cittadini, in vista - dico io, usando parole che egli non usa - del bene comune. È certo un problema, che tra l'altro non riguarda solo gli assetti fisici e funzionali della città, ma il modo con cui una collettività compie scelte che realizzino qualcosa definibile "bene comune". Una questione che pone non pochi interrogativi. Bene comune proprio di tutti i cittadini? Di tutti al medesimo modo? Su questo tema La Cecla esprime opinioni su cui si dovrà tornare, ma quello che intendo dire ora riguarda la tesi della necessità di una valutazione dell'impatto sociale di ogni misura o provvedimento che possa avere ripercussioni sul modo di essere della città, non soltanto in senso fisico, ma anche sociale. Ritengo che in una corretta e accettabile pianificazione - come d'altronde in ogni scelta politica -, oltre allo stabilire obiettivi e al mirare al loro perseguimento, si debba cercare sempre di valutare anche le conseguenze. E - a dire il vero - nella mia prospettiva il tener conto delle probabili, ragionevoli conseguenze dovrebbe costituire un elemento-guida fondamentale in ogni scelta: individuale, oltre che collettiva. Accanto, ovviamente, ai principi-guida, ai criteri di valore e alle regole di comportamento preliminarmente stabilite. Questo se si vuole che le scelte non siano cervellotiche, arbitrarie e casuali, ma rispondano a criteri di razionalità e moralità.
Anche questo modo di procedere, tuttavia, come ogni azione umana non è privo di possibili difficoltà e contraddizioni. Rispetto agli obiettivi, per esempio, i problemi sono almeno due. Ogni valutazione di impatto sociale - come d'altronde quella di impatto ambientale - dovrebbe tener conto delle ripercussioni di un certo intervento su realtà esistenti o che si presenteranno in futuro. Per fare ciò criteri e gli elementi da prendere in considerazione possono essere stabiliti alla scala di ogni singola azione o intervento, oppure a un livello molto più alto, tenendo conto di principi astratti. Per esempio, potrebbero essere stabiliti a livello centrale dai tecnici dell'Unesco a livello mondiale, oppure dell'Unione Europea, e poi interpretati e tradotti a livello nazionale e, ulteriormente, alla scala regionale e locale. In ogni caso una valutazione di impatto ambientale o sociale non si configura come un'azione neutrale, né può essere frutto di un giudizio certo, oggettivo, indiscutibile. Dipende da chi lo compie e da chi ha stabilito i criteri su cui si fonda questo giudizio. Si pensi, per rimanere all'impatto ambientale, al caso di Villa Barbaro a Maser costruita da Andrea Palladio o alla Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright. Se a queste opere fossero stati applicati odierni criteri paesistico-ambientali, probabilmente non si sarebbero potute realizzare o quanto meno non si sarebbero potute realizzare in quelle località. Questo per dire, e sottolineare, che i criteri (o l'interpretazione dei criteri) di giudizio della qualità di un qualsiasi intervento in gioco, e quindi anche delle sue conseguenze, sono legati a valutazioni in ampia misura qualitative, quindi soggettive, opinabili, certamente non incontrovertibili perché dipendenti da coloro che li formulano, da loro valori, finalità, obiettivi personali e sociali. 
Questa difficoltà si presenta per ogni tipo di valutazione di presumibili conseguenze, siano esse relative alla struttura fisica della città, alle implicazioni sulle singole persone e sulle società nel loro complesso o su specifici gruppi componenti la società. Qui - per inciso - si ripresenta proprio la difficoltà relativa al concetto di bene comune e a chi deve definirlo. Se infatti una valutazione non è espressione univoca e omogenea di tutti i componenti della collettività, il giudizio, la valutazione delle conseguenze sarà frutto di un giudizio pseudo-tecnico neutrale, magari imposto dal governo su tutta la comunità; oppure tale valutazione sarà stabilita e imposta - attraverso uno specifico processo di decisione politica - da una maggioranza su tutti, il che significa una concezione di bene individuato e reso comune attraverso la coercizione.
Per non parlare di un'altra difficoltà, cui pure La Cecla pone attenzione ma ritenendo ottimisticamente di poterla superare. L'attuazione di procedure come la valutazione di impatto ambientale o quella di impatto sociale sarebbero compiute da un apparato burocratico-tecnico. Questo da un lato complicherebbe ulteriormente la vita dei cittadini rendendola difficoltosa, costosa e intralciata anche la realizzazione di opere o lo svolgimento di attività decisamente positive; dall'altra, come in ogni situazione in cui esista la necessità di un'autorizzazione, comporterebbe la possibilità (non oso dire la probabilità o la certezza) di pratiche corruttive per modificare un giudizio o anche solo per rendere più celere lo svolgimento di una pratica.
Fin qui questo commento ha fatto prevalentemente riferimento a quanto La Cecla scrive sull'urbanistica, su come oggi questa disciplina viene praticata e su quanto possa essere - secondo l'Autore - inadeguata a comprendere e indirizzare a soluzione i problemi della città nel suo complesso. Però il volume di La Cecla non contiene soltanto questo. Un merito dell'Autore è quello di costituire uno stimolo potente a riflettere sulla città oggi.Il libro è infatti di particolare interesse perché si stacca dalla letteratura urbanistica corrente. Letteratura prodotta spesso dalle grandi istituzioni pubbliche, diffusa nelle università e nei luoghi eminenti del potere, globalizzata a livello politico e culturale. Forse per questo appare ancor più suggestivo il riferimento di La Cecla al Diritto alla città di Lefebvre e alla produzione culturale di una fase storica, quella della contestazione a tutto da parte di tutti. Certamente sarà mio impegno - proprio prendendo spunto da questa letteratura e dalle riflessioni di La Cecla - affrontare e approfondire quel tema e quelle posizioni. Da ultimo, va pure sottolineato come titolo di merito rilevante dell'Autore la "lettura" di città esotiche (e anche meno esotiche, come Milano) che La Cecla interpreta e descrive con appassionata partecipazione e sentimento, in modo vivo, letterariamente apprezzabile. Certo, sulle città, e su cosa le renda particolarmente degne di nota, La Cecla sembra avere gusti piuttosto diversi dai miei, oltre che convincimenti politici, culturali e lato sensu sociali. Io non ho apprezzamenti positivi da esprimere per la sporcizia, il disordine, il non-rispetto delle regole, quelle che in una società consentono una civile e ordinata convivenza. Nella mia visione gli slum non dovrebbero crescere, ma dovrebbero man mano scomparire. E non ho in mente una Heavenly City e nemmeno un Paradiso Terrestre. Non mi illudo che una società nuova e perfetta possa realizzarsi alla scala universale, né penso che - come diceva il mio amico Gìo Vercelloni - si possa e debba "mettere le brache al mondo". Piuttosto rifiuto decisamente l'idea che tutti al mondo debbano avere i medesimi valori, la medesima religione, i medesimi stili di vita. Questo d'altronde è un dato, come è un dato che questa pluralità di modi di essere si manifesti (necessariamente) nelle città. Mi sembra invece che La Cecla, come molti altri con il suo orientamento politico-culturale, abbia in mente di realizzare nella città una sorta di mixité artificiale, cioè un'integrazione di tutte le persone, quale che sia la loro etnia, la loro nazionalità, il colore della loro pelle, la loro religione, il loro stile di vita. Io non ho un simile atteggiamento. Credo piuttosto che la diversità sia accettabile, anzi, sia un bene, quando non eccessiva. Sono un discepolo e seguace di John Stuart Mill. Ma secondo me Stuart Mill aveva piacere che ogni cittadino potesse esprimere la sua diversità dagli altri, ad esempio mettendosi una cravatta diversa, purché - questo è il punto - ne indossasse una. 

Fonte: casadellacultura.it

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