La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 20 aprile 2016

L’analisi del conflitto. Per un agire dotato di senso

di Andrea Sormano
La mediazione del conflitto personale: un percorso a tre tempi.
Posto che i conflitti personali, come ogni altro tipo di interazione, siano osservabili nella prospettiva di identificarne il senso, e che il punto di partenza sia a tal fine l’analisi dei discorsi in cui si esprimono i motivi del configgere, l’analisi del proprio discorso potrà essere la via d’uscita dal conflitto che i confliggenti potranno imboccare.
Non sarà un tribunale ad aiutarli in questa impresa, perché non è compito dei tribunali identificare il senso dell’agire, innanzitutto (Mosconi 2000), e anche perché gli stessivocabolari culturali di chi confligge sono tanto ricchi di imputazioni di colpa quanto poveri di attribuzioni di senso.
Ad aiutarli potrà forse essere un mediatore la cui identità professionale sia quella di analista del discorso: del discorso conflittuale in questo caso. Il modello di mediazione che, a titolo di analista del senso dell’agire mediante la parola, avanzo ad un ideale mediatore, riguarda un percorso di mediazione scandito da tre tempi: Azione, Osservazione, Conversione.
Azione:
Ai due litiganti che ricorrano al suo aiuto, il mediatore proporrà innanzitutto di realizzare il punto di partenza di tale percorso: darà loro la parola perché insieme gli presentino, in piena libertà, il loro vissuto conflittuale. Suo compito, in questa prima fase, sarà quello di favorire, mediante un ascolto attivo – ma non valutativo – la realizzazione del loro discorso. Due considerazioni vanno fatte al riguardo.
E’ molto poco probabile, innanzitutto, che due litiganti, anche quando abbiano deciso di comune accordo di ricorrere all’aiuto di un mediatore, dismettano anche e al tempo stesso le consuete pratiche conflittuali.
E’ dunque ragionevole supporre che, quantomeno nei loro primi incontri con il mediatore, il loro discorso non si limiti a rappresentare le loro idee sul conflitto, ma che al suo interno le loro consuete pratiche conflittuali si ri-presentino. Perché tale possibilità si dia nella maniera più diretta è peraltro necessario che la libertà di parola che il mediatore offre loro sia senza riserve.
Ciò vuol dire che si guarderà bene dal richiamarli all’ordine delle “regole fondamentali” che certa manualistica prescrittiva avanza come “irrinunciabili” – parlare senza interrompere, senza offendere, e così via – proprio perché nell’infrazione di tali regole il conflitto consiste, e nella identificazione di tali infrazioni sta la possibilità di analizzarlo. La mossa iniziale del mediatore sarà pertanto la mossa d’apertura alla testualità del conflitto: “Parlatemi del vostro conflitto, a partire da dove volete e per quanto volete.
Io vi ascolterò con la massima attenzione, ma non interverrò su nulla di quanto soltanto voi direte.” Proporrà però anche loro di registrare il loro discorso, quale condizione per disporre, nella fase successiva, della documentazione testuale del conflitto, necessaria alla realizzazione di una varietà di pratiche osservative.
Osservazione:
E’ la fase dedicata all’ascolto, da parte dei configgenti, della registrazione del proprio discorso conflittuale. Disporre di tale registrazione è la condizione per identificare le marche discorsive del conflitto: parole e silenzi, anticipazioni e sovrapposizioni, cadute ed esplosioni.
Il mediatore ascolterà a propria volta il testo registrato, ma suo compito sarà anche ascoltare tutto quanto i due autori di quel testo diranno nell’ascoltarlo – commenti, chiose, precisazioni, aggiunte, rilanci e così via – nella prospettiva di identificare il senso del loro ascolto.
E potrà anche realizzare e proporre ai suoi interlocutori una varietà di mosse, interne a due prospettive complementari, costituite l’una dalla testualità della registrazione, l’altra dallepotenzialità presenti al suo interno.
Nella prima il mediatore potrà mettere interlocutivamente in gioco la propria lettura di quel testo – e i criteri seguiti nel realizzarla – e confrontarla con quella dei suoi due interlocutori; nella seconda potrà segnalare alla loro attenzione la presenza di una varietà di ulteriori vie del senso che, a partire dall’ascolto di quel testo, si possono aprire.
Posto che il retroterra culturale del conflitto sia popolato da vocabolari improntati allanecessità – “chiunque al posto mio avrebbe agito allo stesso modo” -, sarà questo un esercizio condotto all’insegna della possibilità.
Analisi della testualità:
Nell’ascoltare la registrazione del discorso iniziale dei suoi interlocutori il mediatore offrirà loro la propria chiave di lettura, e con quella li inviterà a costituirsi quali analisti delle loro pratiche interlocutive.
La “stessa” registrazione sarà osservata da tre differenti punti di vista e questa stessa differenza potrà essere posta al centro del nuovo “gioco a tre” che in quel modo si sarà aperto. Il punto di vista del mediatore su quel testo potrà identificare al suo interno una varietà di regole dell’interloquire che, con buone probabilità, saranno differentemente presenti o assenti nella lettura dei suoi due produttori. Quanto al punto di vista di costoro, anche quando diverga da quello del mediatore, sarà pur sempre tale: un punto di vista su una pratica trasformata in oggetto di osservazione.
Identificazione di potenzialità:
Posto al centro di tale confronto, il testo del conflitto potrà anche essere l’occasione per la ricostruzione di possibili alternative. Il discorso conflittuale in esame potrà essere interrogato, oltre che analizzato, e potrà esserlo percorrendo due distinte vie del senso. La prima è quella che porta alla ricostruzione delle parole non dette allora, ciò che può consentire di identificare in quelle dette il carattere dell’urgenza. La seconda è quella che porta alla costruzione di parole dicibili ora, in questa fase del percorso.
Necessità e possibilità del dire:
Le parole riascoltate ora dai tre osservatori del discorso conflittuale sono le parole realmente dette allora dai due attori del conflitto; divenuti osservatori, con l’aiuto del mediatore costoro potranno identificare la varietà delle relazioni che le parole possono stabilire con le immagini, con la possibilità e la necessità. Le parole realmente dette allora erano l’espressione di una possibilità o di una necessità?
Quali pensieri si esprimevano in parole e quali, nel caso, sottratti alla prova della parola operavano a titolo di pure immagini? Ad entrare in gioco per questa via sono le reali possibilità del dire e le immaginarie necessità che vi si oppongono. Entrano in gioco, con le parole non dette, le parole dette di getto.
Quando, nell’ascoltare quanto in passato abbiamo detto, non ci venga in mente alcuna possibile alternativa, è l’urgenza del dire – la sua presunta necessità – che si impone alla nostra osservazione. E’ come se le nostre parole fossero uscite dalla nostra bocca indipendentemente dalla nostra volontà, non esprimessero la ponderatezza di un nostro studium ma l’avvento di un punctum involontario, potremmo dire adattando alla analisi del parlare la distinzione elaborata da Barthes nell’analisi dell’osservare immagini fotografiche (Barthes 1980). Quali immagini non si realizzano in parole, e quali parole si impongono all’insegna di una immaginaria necessità?
Il dicibile ulteriore:
L’identificazione del dicibile e dell’indicibile presenti nell’azione conflittuale può anche consentire, nella fase della sua osservazione, l’identificazione di un dicibile ulteriore: può suscitare nuove parole, favorire nuove associazioni, pensieri, idee. Anche questa, come le precedenti, è una possibilità che interviene a tutto vantaggio di una ricostruzione del senso intertestuale del discorso conflittuale. Così come nessun uomo è Adamo che per primo rompa “il silenzio dell’universo” (Bachtin, 1963), nessun confliggente pratica in solitudine il conflitto: è sempre in buona compagnia con molti altri che condividono lo stesso genere di vocabolari culturali: quelli che all’insegna di immaginarie necessità si oppongono a reali possibilità.
L’attore e l’osservatore:
Si consideri cosa succede quanto, tra i molti casi possibili di osservazione di una propria azione, osserviamo la nostra immagine fissata in una fotografia: succede che prendiamo innanzitutto atto di una distanza di tempi, luoghi e identità. Colui che osserva la propria fotografia e colui che compare in quella fotografia sono “la stessa persona” soltanto dal punto di vista anagrafico, non anche pragmatico.
Da questo secondo punto di vista sono due identità spazio-temporali differenti, sono l’uno una persona che si mette in posa davanti a un fotografo, l’altro una persona che osserva la documentazione di quella azione.
Sono due identità locali – Ipse – che entrano problematicamente – riflessivamente – in gioco proprio in quanto hanno in comune la stessa identità Idem, quella della continuità anagrafica. Osservare l’immagine fotografica di un estraneo non è la stessa cosa che osservare in fotografia la propria immagine: si tratta in entrambi i casi di spettri (Barthes 1980), ma alla nostra immagine, benché spettrale, siamo legati da un più intenso legame.
E proprio perché delle nostre immagini si tratta, le facciamo immaginariamente rivivere, mediante giudizi più spesso negativi che positivi: “Ma guarda come sono riuscito male! Non è la mia vera espressione, quella! Chissà a cosa stavo pensando, in quel momento!”.
In quel momento, molto semplicemente, non mi stavo osservando: mi stavo mettendo in posa, stavo cercando di conformare la mia immagine a una mia immagine ideale, quella che in quel momento mi sarebbe piaciuto venisse fissata – sorridente o seriosa, severa o svagata – dal clic che di lì a qualche istante mi avrebbe colpito a morte.
Considerazioni analoghe valgono quando rileggiamo un nostro scritto, o rileggendo un libro incappiamo in una nostra sottolineatura. Anche in questi casi si produce un distanziamento auto-riflessivo e, con quello, si realizza un punto di connessione tra passato e futuro.
Ogni nostro presente è connesso al nostro passato esperienziale e al nostro orizzonte di attese, ma di tale connessione ci rendiamo conto soltanto quando un qualche intoppo interrompa riflessivamente il flusso delle nostre azioni, altrimenti automatiche.
Incappare in una nostra fotografia, in un nostro scritto, in una nostra sottolineatura, può costituire un intoppo del nostro automatismo irriflessivo, l’occasione di un distanziamento osservativo.
Così come può costituire l’intoppo di un nostro conflitto incappare nella registrazione delle sue forme discorsive. Anche quando, come nel nostro caso, l’ascolto di tale registrazione ci sia stato programmaticamente anticipato da un mediatore, possiamo stare certi che ci coinvolgerà in vari modi.
Conversione:
Quale la potenzialità di una mediazione assunta quale istanza formativa, tra le altre, di uno stile di osservazione, e di azione, incentrato sul senso dell’agire, dell’agire conflittuale in questo caso?
A me pare possa essere quella di consentire un particolare tipo di conversione: la conversione del conflitto personale nel dissenso, se non anche nel consenso, qual è dato realizzare condividendo l’ordine impersonale del gioco, in questo caso, del confronto di opinioni. Due avversari hanno preso il posto di due nemici.
Quale che sia l’esito di tale confronto – la convergenza o la divergenza su interessi, valori, finalità, vantaggi, responsabilità… – a renderlo possibile sarà stato il reciproco dono della parola dei suoi giocatori.
Se la negazione del dono della parola è la condizione d’esistenza discorsiva del conflitto, deivocabolari culturali che lo alimentano e degli stati di malessere che vi corrispondono, l’identificazione delle forme in cui tale negazione si presenta nel discorso corrisponderà all’acquisizione dello stato proprio di chi sia passato dalla guerra al gioco.
La guerra sarà in tal modo definitivamente sconfitta? Forse no, ma avendola i due belligeranti in quel modo conosciuta, come tale la potranno anche in seguito riconoscere, quando si ripresentasse. E potranno scegliere cosa farne, in alternativa all’essere costretti a farla.

Fonte: Caratteri Liberi 

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