La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 9 aprile 2016

Referendum trivelle: i motivi del sì

di Cristina Da Rold 
È il referendum dell’anno, quello del 17 aprile, voluto da 9 regioni italiane (Veneto, Liguria, Marche, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna) per abrogare la norma che permette alle società petrolifere di trivellare entro i primi 22 km di costa, senza limiti di tempo, cioè in altri termini fino all’esaurimento dei giacimenti. Votare sì al referendum significa quindi chiedere di far sì che, una volta scadute, le concessioni alle aziende petrolifere non vengano più rinnovate. Fissare insomma una scadenza temporale allo sfruttamento dei giacimenti vicini alla costa, cosa che al momento non esiste. Oggi la norma prevede che le compagnie possano continuare a trivellare fino a esaurire i giacimenti.
I numeri del petrolio italiano
È evidente che a essere in gioco è la politica energetica del nostro paese e il referendum ci pone di fronte a un bivio: scegliere di continuare a investire anche sul petrolio oppure no. Secondo i dati di Eurostat, in Italia il 15,9% dell’energia elettrica viene prodotta grazie al petrolio, una delle percentuali più alte fra i Paesi considerati e appena inferiore rispetto al peso del gas naturale, anche se la maggior parte del petrolio è importato, principalmente daRussia, Medio Oriente e Africa.
Vale ovviamente anche il contrario: anche se estratto al largo del nostro paese, solo una piccola parte di questo petrolio rimane in Italia: le risorse sono di proprietà di chi le estrae, cioè delle compagnie petrolifere, che le vendono a chi desiderano, certamente sul mercato internazionale. Come sottolinea Greenpeace (forte sostenitrice del fronte del sì) a guadagnarci dalla possibilità di trivellare in Italia sarebbero principalmente le aziende petrolifere stesse, che detengono oggi importanti agevolazioni in Italia. Rimane il fatto però che il nostro paese è comunque dipendente dalle importazioni internazionali, sia per quanto riguarda il petrolio che il gas naturale. In altri termini, non sono le trivellazioni intorno alle coste italiane a fare la differenza in termini di energia.
Bisogna puntare sulle rinnovabili
Inoltre, nonostante la forte impronta di petrolio e gas naturale molta energia in Italia viene prodotta attraversofonti rinnovabili. Ragione per cui – sostiene il fronte del sì – quella dovrebbe essere la strada da percorrere. Attualmente in Italia le fonti rinnovabili garantiscono intorno al 30% dei consumi elettrici (dato Istat 2013), una crescita di circa 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. In questo siamo uno dei Paesi più virtuosi in Europa.

È l’Europa stessa a chiedere di virare verso fonti di energia pulita. Secondo quanto stabilito dalla direttiva 2009/28/CE, nel 2020 l’Italia dovrà coprire il 17% dei consumi finali di energia mediante fonti rinnovabili, considerando nel computo tre settori: elettricità, riscaldamento e raffreddamento, e il settore dei trasporti. Sempre secondo quanto riporta Istat, nel solo settore elettrico, dal 2010 al 2013 non solo è aumentata la produzione lorda elettrica da fonti rinnovabili, ma anche la sua incidenza sul consumo interno lordo di energia elettrica.
Gli effetti sull’ambiente
La principale paura dei sostenitori del fronte del sì riguarda la possibilità di disastri ambientali, come quelloche è accaduto nel Golfo del Messico nella primavera del 2010, quello che in gergo tecnico si chiama “spillamento”, cioè la fuoriuscita di petrolio nel mare. Non si tratta di casi sporadici: se ci limitiamo a considerare gli incidenti dove le quantità di greggio disperso superano le 100 tonnellate, contiamo 19 disastri in soli 10 anni. Non si può negare che quando accade un incidente di questo tipo le conseguenze sugliecosistemi possono essere enormi, a partire dal deposito di catrame che inquina enormemente i nostri fondali marini.
Secondo quanto riporta il Parlamento Europeo si parla di 38 milligrammi di catrame per metro cubo nel Mediterraneo, una delle concentrazioni più alte al mondo. Oltre alla fauna e alla flora marine, inoltre, il petrolio rende per esempio gli uccelli vulnerabili e incapaci di volare e procacciarsi il cibo o fuggire dai predatori. Il petrolio si accumula poi nell’apparato digerente degli animali, uccelli, pesci e mammiferi, provocando danni ingenti agli organismi. Oltre a portare con sé potenziali conseguenze sull’equilibrio economico di chi vive di pesca.
Il problema però non sono soltanto i possibili incidenti. È l’attività estrattiva stessa – affermano i sostenitori del fronte del sì – a nuocere all’ambiente, sia intervenendo come fattore di stress per gli ecosistemi, sia aumentando il rischio di subsidenza del terreno, cioè il movimento di abbassamento verticale della superficie terrestre, che è già un problema serio in alcune regioni italiane.

Fonte: oggiscienza.it

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