La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 8 aprile 2016

Pubblicare i documenti originali, così WikiLeaks cerca la trasparenza

Intervista a Sarah Harrison di Stefania Maurizi
Per anni ha lavorato lontano dai riflettori, ma quando nel giugno del 2013 Julian Assange la spedì a Hong Kong ad assistere Edward Snowden, per farlo fuggire alla ricerca di asilo, l'identità di Sarah Harrison è diventata pubblica. "Non immaginavo che WikiLeaks mi mandasse una ninja", le disse Snowden, appena l'aereo lasciò Hong Kong. Trentaquattro anni, cittadina britannica, brillante e solare, lavoratrice instancabile, Harrison è investigative editor di WikiLeaks e guida la Fondazione "Courage" per proteggere chi rivela informazioni scottanti nel pubblico interesse. 
Cosa l'ha spinta a entrare in un'organizzazione giornalistica come WikiLeaks, perennemente sotto attacco?
"Credo fortemente negli obiettivi di WikiLeaks e anche nei metodi: pubblicare documenti segreti che permettano all'opinione pubblica di acquisire conoscenza su quello che governi e aziende fanno, e non ritirarne la pubblicazione sotto nessuna forma di pressione.
È importante che chiunque abbia accesso ai documenti originali, non solo i giornalisti: quando pubblicammo i cablo della diplomazia Usa, i reporter non avevano notato i file su Khaled el-Masri (un tedesco rapito per errore dalla Cia nelle extraordinary rendition, ndr), e invece, cercando nel database accessibile a tutti, i legali di el-Masri trovarono i cablo relativi al caso, che poterono usare in tribunale. Nessuna redazione pubblica i documenti originali come noi, basta guardare ai Panama Papers, e su Twitter si può constatare la critica dei lettori, che dicono: quando la fonte li invierà a Wiki-Leaks, li leggeremo".
Perché le fonti vengono da voi?
"Sanno che, se inviano file segreti autentici a WikiLeaks verranno pubblicati assolutamente, non abbiamo mai ritirato un documento dal nostro sito. Pubblichiamo i database completi e ricercabili per parole chiave da chiunque, siamo noti per sapere usare sistemi tecnologici avanzati per proteggere chi ci invia i materiali ".
Cosa l'ha convinta a rischiare la testa per un perfetto sconosciuto, una fonte come Snowden?
"Lui ci contattò per chiederci aiuto e noi abbiamo esperienza nel gestire casi molto complessi e politicizzati, che prevedono l'estradizione e l'asilo. Per me la molla iniziale è stata la grande empatia scattata con Snowden, mista al fatto che noi non volevamo assolutamente che gli capitasse quello che era successo a Chelsea Manning (la presunta fonte di WikiLeaks in prigione per aver passato i documenti segreti del governo Usa, ndr). Conosco bene Hong Kong, Julian mi ha addestrato nella sicurezza delle comunicazioni, quindi avevo fiducia nel fatto di sapermi muovere. Assange coordinò le operazioni dall'ambasciata, nonostante tutta la sorveglianza: questo dimostra ancora una volta le sue capacità tecniche".
Per Assange, "l'obiettivo è la Giustizia e il metodo è la trasparenza". Nel suo caso, cosa la motiva?
"Fornire conoscenza alla gente: quando le persone hanno la conoscenza dei fatti possono cercare la verità in modo indipendente, come è successo per Khaled el-Masri. E una delle cose che può venire fuori da un mondo in cui l'opinione pubblica ha la conoscenza dei fatti è la Giustizia".
Ad oggi, c'è mai stato qualcuno che le abbia detto: meglio investire il tuo talento in qualcosa di meno rischioso, perché c'è una sola vita?
"No".
Neppure la sua famiglia?
"Assolutamente no. In particolare, i miei genitori mi supportano molto. Capiscono i rischi, ma mi conoscono bene ( ride fragorosamente).
Non mi piace per niente sentirmi dire cosa devo fare. I miei hanno sempre saputo che non mi terrei alla larga da un lavoro come questo per il pericolo. E non potrei fare altro".

Fonte: La Repubblica 

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