La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Dopo il referendum

di Giuliano Cappellini
La reazione amara ed ingenua della base renziana del PD all’esito del referendum del 4 dicembre si rivolge sì agli esponenti ed ai militanti del partito che hanno votato NO ma riflette, anche, il rassegnato qualunquismo di chi legge tra le causa della sconfitta il persistere di una profonda cultura conservatrice nel popolo italiano. Il ristretto gruppo dirigente del PD, cavalca questo sentimento e lo rielabora politicamente. Per Renzi ed i suoi fidi, infatti, il Paese è afflitto da un eccesso di democrazia che favorisce l’anacronistico attaccamento del popolo alle sue istituzioni garantiste.
Ciò ritarda o compromette le scelte fondamentali per affermare l’Italia nel consesso delle nazioni europee e occidentali più avanzate. Ma tali scelte, sono ineludibili. Il PD ha fallito nel presentarsi come partito pigliatutto, garante unico ed indispensabile di una svolta anticostituzionale, tuttavia la sconfitta referendaria sancisce solo l’esito di una battaglia in una guerra ancora in corso. Dunque è necessario preparare la rivincita.
I problemi non mancano e sono più di prima. Bisogna mantenere le posizioni di comando locali e centrali minate dal calo di consensi popolari e, soprattutto, bisogna ricostruire una strategia. Si devono riconsiderare gli obiettivi, abbandonarne alcuni e mantenerne altri distinguendo le priorità. Ma il fulcro centrale deve rimanere quello di ancorare le classi dirigenti italiane al progetto di integrazione del Paese in un’Europa sempre più liberista, revanscista nei confronti della Russia, imperialista nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Un’integrazione che presuppone la cessione incondizionata della sovranità nazionale ad un’entità sovranazionale a guida tedesca. Peraltro la finanza internazionale e la NATO, infastidite dal permanere in Europa di una Costituzione democratica avanzata, non liberista e forte del sostegno popolare, non mancheranno di premere sull’Italia per riaprire la questione di una radicale revisione costituzionale. Se Renzi ha fallito nell’approccio, la si ripresenterà come indispensabile per l’omologazione dei diversi sistemi politici dei 27 paesi dell’Unione.
Tuttavia il percorso del PD appare sempre più arduo, quasi solamente legato alla promessa che il nodo gordiano degli interessi delle classi dominanti – parola di ladroni – non si scioglierà. Intanto la crisi economica permane, colpisce in varia misura molti paesi dell’Unione e si aggrava nel nostro. Se nel breve periodo, la crisi rafforza l’egemonia della Germania, indebolisce, anche, la residua autorevolezza delle classi dirigenti nazionali vassalle creando pericolose instabilità politiche nel continente.
C’è poi l’incognita americana. L’abbandono dell’unilateralismo, che ha ispirato gli indirizzi strategici della pluridecennale politica estera degli Stati Uniti, discende dalla sua evidente perdita di prestigio nel mondo. La politica di intervento in tanti paesi nei diversi continenti del mondo sembra proseguire senza vittorie sia sul piano militare che politico. A suo modo Trump si accorge dell’impasse della politica americana e, contrapponendosi all’unilateralismo obamiano declinato su scala mondiale, riconosce la realtà di un insieme di contraddizioni “locali” di interesse non primario per gli Stati Uniti [1]. Anzi, la loro soluzione autonoma non potrà che favorire gli interessi a lungo termine di un paese come gli Stati Uniti che rafforza i suoi enormi potenziali. 
L’establishement europeo non comprende tali cambiamenti ma ne è scosso. Intuisce che l’Europa potrebbe rimanere sola a sostenere il confronto con la Russia, ma non è pronta ad accettare una condizione che sancirebbe una vergognosa sconfitta morale alimentando la crescente perdita di consenso popolare sul quel progetto europeo che ormai diventa una questione centrale nelle campagne elettorali delle prossime elezioni politiche in Francia, Austria, Germania, Olanda e Romania. Altri pericolosi referendum! Per ora sostiene pervicacemente la campagna anti Trump del non rassegnato Partito democratico americano.
Si comincia a capire, allora, lo stato della paralisi politica nazionale e dell’asfissia programmatica del governo e del PD. Bisogna prendere tempo, ma in ballo, c’è la riconquista della leadership politica su classi dirigenti nazionali pronte ad adattarsi ad ogni soluzione della crisi internazionale ed europea. Il “sine qua non” per essere reale forza di governo. Il PD da solo non può farcela, lo capisce così come capisce che l’unica soluzione che gli resta è il varo di una coalizione organica tra PD e Forza Italia che pur sempre è stata vincente nella Germania della Merkel (a scapito, beninteso, dei socialdemocratici tedeschi). Presto tratterà per definirne i contorni di una alleanza non episodica ma strategica.
Il varo di un governo a tempo e la diatriba sulla legge elettorale sono le schermaglie iniziali che introducono il progetto. In trasparenza c’è il tratteggio di uno stato marcatamente autoritario che, ormai, non si ripropone più sotto l’egida esclusiva del PD. Gli auspici alla concordia nazionale negli indirizzi di fine anno del Capo dello Stato non sono formali e anche il richiamo ad abbandonare l’eccesso di asprezza nella polemica politica non è generico ma ha precisi referenti. Altrettanto si può dire del discorso del Capo del Governo, così proteso a ribadire la scelta di conservazione sociale e politica del precedente governo. 
Il processo di adeguamento del PD incontra qualche difficoltà, ma il suo segretario, Renzi, ha ben “riformato” ideologicamente il partito convertendolo a quella visione della politica e del mondo semplicistica e populista che gli consente di mantenere una base maggioritaria di fedeli pronta a sostenerlo a qualsiasi prezzo. Tuttavia la determinazione del gruppo dirigente del PD esce chiaramente alla luce con la promozione di Marco Minniti a Ministro degli Interni. 
I Servizi Segreti sono, probabilmente, l’unico strumento della politica che Minniti conosce. Se ne occupa almeno da 30 anni come Sottosegretario nei governi D’Alema e Amato, come Presidente nazionale del Forum Sicurezza del PD, come fondatore, nel 2009 del centro di analisi sui temi della sicurezza, della difesa e dell'intelligence, ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis). Poi Letta gli assegna la delega ai Servizi Segreti e l’incarico gli viene confermato nel Governo Renzi [2]. Sulla scorta di queste esperienze egli ricava prestigio e significativi agganci internazionali. Oggi, dal Ministero degli Interni sembra controllare anche il Ministro degli Esteri, retto da un incolore Angelino Alfano. L'Huffington post lo descrive in questo modo: “Finalmente un ministro da paese normale”. Minniti già riceve, dunque, dall’importante blog americano, l’endorsement come l’uomo forte di un auspicabile governo di coalizione! 
Intanto in preparazione delle elezioni politiche che si terranno entro quest’anno o sicuramente nel prossimo, PD e FI sono impegnati allo stesso modo nella campagna per screditare le ambizioni governative del Movimento 5 Stelle e per mettere nell’angolo le rispettive ali, la sinistra del PD e la lega di Matteo Salvini. Ogni mezzo è lecito ed è in questo clima che si articola quella stretta sull’informazione che assume la forma di una sorta di “Ministero della Verità”, come lo chiama Vladimiro Giacché con riferimento al romanzo “1984” di George Orwell.
Insomma, pur se la vittoria del NO è un fatto di enorme valore – che qualcuno a sinistra si attarda a ridurre a mero esito di un voto di protesta degli strati sociali e delle regioni più colpite dalle politiche neoliberiste del governo Renzi –, i problemi non risolti su scala nazionale e le incertezze del “mondo occidentale” insistono per sbocchi politici ancor più pericolosi di quelli che speravamo di esserci lasciati alle spalle. Intanto, però, i Comitati per il NO, l’anima portante della vittoriosa campagna referendaria, non si sciolgono e sono pronti a riprendere un altro significativo impegno con i referendum proposti dalla CGIL. Segnali importanti di una coscienza articolata e profonda che può sostenere la lotta di una nuova Resistenza per una svolta democratica e popolare del Paese.

NOTE

1. Altrimenti, invece, declina il confronto con la Cina, la potenza asiatica crescente, che considera una minaccia ad una politica protezionistica, forse demagogicamente giocata per rinsaldare l’unità interna del paese mentre la nuova dirigenza americana è impegnata a cambiare la rotta dalla precedente amministrazione
2. Stralcio incompleto del suo curriculum

Fonte: Marx21.it 

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