La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Un sistema fragile che neanche la Consulta può salvare

di Dante Barontini 
Non ci sarà referendum per ripristinare l'articolo 18. E probabilmente neppure sui voucher e gli appalti. La sentenza della Corte Costituzionale non ha in realtà sorpreso nessuno, forse neppure gli estensori dei tre quesiti proposti dalla Cgil. Com'è ormai noto, il quesito sull'art. 18 non si limitava a proporre la cancellazione di quella parte del Jobs Act che ha liberalizzato i licenziamenti disciplinari illegittimi, ossia pretestuosi e ricattatori, nelle imprese con più di quindici lavoratori, ma di fatto trasferiva alle imprese industriali e dei servizi la normativa prima applicata alle imprese agricole; in cui l'art. 18 copriva i dipendenti delle aziende con più di cinque dipendenti.
Facile dunque immaginare che la Consulta avrebbe dovuto decidere se questa formula rispettava il dettato costituzionale (il referendum popolare può soloabrogare delle norme esistenti), oppure si configurava come propositivo di una nuova norma. Nel secondo caso, come poi deciso ieri dalla Consulta, il quesito diventa “inammissibile”.
In ogni caso, queste cose, gli avvocati della Cgil le sanno meglio di noi. Impossibile dunque pensare a un “errore” o un'ingenuità degli estensori materiali e della segreteria confederale (che ha dato l'ok finale). Ma è difficile anche pensare a una “forzatura” furbesca, perché su questi argomenti la letteratura costituzionale è piena di precedenti e sentenze pressoché univoche. L'unica eccezione – come ricordato anche oggi da alcuni commentatori – risale al 2003, quando fu ammesso il quesito referendario per estendere proprio l'art. 18 – allora pienamente vigente, anche se attaccato dal governo Berlusconi – alle imprese più piccole, ma comunque con più di cinque dipendenti. In quell'occasione, poi, si votò ma non si raggiunse il quorum e dunque la norma rimase intatta.
Tutte cose risapute e su cui un'organizzazione seria – che vuole insommaraggiungere l'obiettivo del ripristino delle tutele garantite dall'ordinamento precedente – non può decidere di correre rischi inutili. E invece proprio questo è stato fatto, ripetiamo, da professionisti del diritto.
C'è poi la valutazione strettamente politica, che avrebbe dovuto sconsigliare l'ennesimo ricorso allo strumento referendario in materia di diritti del lavoro. Per il buon motivo che tutti i referendum di questo tipo sono stati persi. Al contrario di quanto accade per i cosiddetti diritti civili, obbiettivamente universali (divorzio, aborto, ecc), sui temi del lavoro vengono chiamati a dare il voto figure sociali opposte (gli “imprenditori” di ogni ordine e grado, che in Italia sono circa 3 milioni) o soltanto non interessate direttamente al tema (per esempio i pensionati e gli “inattivi”). Ne consegue che il rischio di non raggiungimento del quorum è in questi casi decisamente più alto; quindi si va a giocare in un territorio infido.
Vero è che l'esperienza del 4 dicembre può indicare una diversa fase politica, in cui la popolazione è in buona misura stanca di essere massacrata da decisioni governative criminali e impoverenti, dunque più disposta a dar segnali negativi all'establishment. Ma un sindacato – e la Cgil, formalmente, lo è ancora – sa benissimo che la modifica dei rapporti di forza sociali e politici, tali da imporre una cambio di marcia alla legislazione, si impone solo grazie alla mobilitazione sociale (non solo con gli scioperi generali). Affidarsi al referendum, insomma, è un gesto di sfiducia in primo luogo verso i propri rappresentati: i lavoratori di ogni tipologia contrattuale.
Resta dunque la domanda: gli estensori del quesito, gli “esperti” della Cgil, hanno “rischiato” di proposito? Hanno cioè scelto di farsi rigettare dalla Consulta proprio il tema principale, l'art. 18? Non possiamo ovviamente rispondere con certezza assoluta, ma solo ricordare che in questa tenzone tra Cgil e Corte Costituzionale si affrontavano due vecchie volpi del craxismo: Giuliano Amato e Susanna Camusso. A sospettare la combine si fa sempre peccato, ma come diceva il Belzebù democristiano, “purtroppo ci si azzecca quasi sempre…”.
Si, va bene, ma ora che succede?
In teoria, il governo dovrebbe fissare le date – nella tarda primavera – per la consultazione referendaria su due quesiti ormai “orfani” dell'argomento trainante; dunque quasi innocui. Una tentazione potrebbe essere dunque quella di mandarci al voto nella consapevolezza che molto probabilmente non ci sarebbe il quorum, trasformando la nuova consultazione in una vendetta per il 4 dicembre.
Ma anche a prescindere da valutazioni diverse – qualsiasi voto è sempre un rischio, quando la popolazione ti odia – ci sono forti controindicazioni. Scegliere di fare il referendum, infatti, implica la decisione di non andare ad elezioni politiche anticipate in tempi brevi; e rinviare a dopo l'estate non ha senso, visto che la scadenza naturale della legislatura è fissata al febbraio 2018.
Al contrario, se riuscissero a fare una legge elettorale “omogenea” per Camera e Senato (dopo la sentenza della Consulta sull'Italicum, il 24 gennaio), si potrebbe andare al voto politico entro giugno. In questo caso il referendum su voucher e appalti verrebbe rinviato al prossimo anno, dando tutto il tempo al Parlamento – attuale o rinnovato – di modificare il Jobs Act nei due punti critici, senza nemmeno allontanarsi troppo dal testo attuale. E quindi evitarlo.
Le incognite sono altrettanto conosciute: ogni giorno di rinvio delle elezioni politiche sono decimi di punto in meno per la residua popolarità di Renzi. Il voto a febbraio equivale quasi a una condanna a fargli fare per sempre la spesa alla Coop di Rignano…. Ma a votare subito non ci pensa davvero quasi nessun altro. Non i grillini alle prese con la prima vera crisi politica interna, dopo i pasticci della giunta Raggi a Roma e le figure barbine rimediate “in Europa”. Non i leghisti, che non sanno neppure quali alleati potranno trovare. Non Berlusconi, che attende la “riabilitazione” da Starasburgo per potersi eventualmente ricandidare, pur con sondaggi deprimenti, ma che appare anche il più deciso a salvare il governo in carica. Non il Pd, che sta ancora elaborando il fallimento furioso della stagione renziana, distrutta dal voto didicembre. Non "la sinistrina" risultante da aggregazioni tra disperati, ennesimo contenitore senza alcun progetto.
Soprattutto non lo vuole l'Unione Europea, che sta già preparandosi agli tsunami elettorali in Olanda, Francia e Germania, col rischio di risultati che indebolirebbe pesantemente la credibilità della governance fin qui egemone.
Non ridete. Ma molto dipende dal fragile sistema circolatorio di Gentiloni…

Fonte: Contropiano.org 

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