La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 8 gennaio 2018

Gramsci, da ciò che perdura: per riprenderci la storia e la lotta per cambiare lo stato di cose presente













di Mario Quattrucci
Il Secolo Breve moriva. Nel 1991, precisamente. Quando l'alternativa storica cedeva e anzi ignominiosamente crollava. Dopo la caduta del Muro il dissolvimento dell'URSS. E lì, e in tutto l'Est, la restaurazione feroce del più selvaggio capitalismo finanziario.
Chi, dal 1956 in poi, rimanendo nell'alveo della Rivoluzione d'Ottobre, e in Italia nel Partito Comunista, aveva sperato in, e lottato per, una nuova rivoluzione democratica e socialista la quale, abbattuto lo stalinismo, ne superasse in un tempo non secolare, un tempo di decenni, le conseguenze storiche sociali e politiche; chi aveva sperato in, e lottato per, la ripresa del cammino verso quella nuova organizzazione della società e quel nuovo mondo di libertà e di giustizia di cui erano le premesse nel grande evento del '17; chi aveva sperato in, e lottato perché la storia potesse ricevere una nuova spinta propulsiva; quegli ostinati marxisti gramsciani (benché sempre animati brechtianamente dal dubbio) che noi eravamo stati e ancora eravamo, apprendevano (senza più dubbi) non essere il loro che un sogno. O, se si preferisce, un'eroica disperata speranza.
Complice il tempo, l'umano tempo della vita personale che scorre e volge al suo compimento, alla generazione che aveva retto con tenaci certezze ai tragici marosi e alle feroci ragioni di fedi feroci del secolo grande e terribile, non restava che prendere atto della catastrofe e darsi ragione, una qualche lancinante ragione, di come sparisse nel vortice aperto dalla sconfitta il sogno di una cosa e l'attesa di una vigilia... e perfino l'apprendersi di un pur fioco barlume.
Ripensare Gramsci, o meglio andare di nuovo all'incontro con Gramsci, diveniva allora il modo per rivelare a se stessi l'errore, il vizio assurdo, le ragioni della sconfitta storica che si stava compiendo. E, allo stesso tempo, rivalutare e rivendicare a ragione la propria non insignificante esistenza. Fatta, com'essa fu, di lotta ideale e sociale e di prassi politica, nel segno di Marx e di Gramsci. E, forse, mutato ciò che andava mutato, il perdurante valore di quella filosofia della prassi.
Per giungere alla necessità ─ posta l'insuperata, anzi smisuratamente maggiore, iniquità del mondo sotto il globale dominio del capitalismo finanziario ─ di riprendere l'analisi e, da ciò che perdura, ricominciare la lotta, ridare vita al movimento. Per abolire lo stato di cose presente? Ma non è questa, fuori da ogni abiura di debole pensiero, secondo il suo fondatore, la sostanza del socialismo e la sua necessità?
Speranza contro ogni speranza? Può darsi. Ma noi per speranza non abbiamo che il fare: né la pur umana paura può indurci a gridare Elì, Elì, lemà sabactàni.
Allora, nel '91, nel momento in cui l'Ottobre giungeva alla sua fine ignominiosa, fu tale il sostrato − politico − di un poemetto in forma di prosa e di dolente meditazione: e al tempo stesso di impervia riflessione su Gramsci come faticoso e sofferto ri-pensamento sulle tragiche nostre aporie: nostre individuali, nostre della nostra storia comune.
Oggi, nel centenario di quell'Ottobre, quando − nonostante la Storia sembri ancora piegarsi alle disragioni delle tenebre, le ragioni e la necessità del socialismo si fanno necessarie e impellenti -, e quando perciò, todavia, quel fantasma si aggira di nuovo per l'Europa e nel mondo, tornare a Gramsci è la via per ripigliarci la Storia: e il cammino: e la lotta per cambiare lo stato di cose presente.
Fonte: http://malacoda4.webnode.it
Originale: http://malacoda4.webnode.it/gramsci-da-cio-che-perdura-per-riprenderci-la-storia-e-la-lotta-per-cambiare-lo-stato-di-cose-presente/

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