di Adriano Manna
Si è concluso anche il terzo giro di consultazioni con un nulla di fatto, così al re di Spagna Felipe VI non è rimasto da fare altro che gettare la spugna: “Non esiste un candidato che abbia il sostegno necessario per avere la fiducia in Parlamento” ha comunicato in una nota. La data più probabile per il ritorno alle urne è quella del 26 giugno, anche se tecnicamente c’è tempo ancora fino a lunedì prossimo per trovare un accordo in extremis, ma i margini di manovra per trattare ormai sono pari a zero.
Il PSOE di Sánchez ha avuto il mandato di formare un governo circa due mesi fa, dopo il fallimento delle trattative portate avanti dal Premier uscente Mariano Rajoy, esponente di quel Partito Popolare in costante calo ma ancora prima forza del paese, che aveva dovuto declinare l’invito a formare un nuovo governo data l’indisponibilità degli stessi socialisti a formare una maggioranza sul modello “Krosse Koalition” tedesca.
Il socialista Sánchez ha principalmente una responsabilità: quella di aver chiuso la porta all’ipotesi di un governo di sinistra formato da PSOE, Podemos e Izquierda Unida (le due formazioni di sinistra si erano dichiarate disponibili) per puntare sull’accordo già raggiunto con la formazione centrista di Ciudadanos. Podemos, nei piani socialisti, avrebbe poi dovuto cedere all’idea di entrare in maggioranza di fronte alle forti pressioni per far uscire il paese da uno stallo politico senza precedenti. La componente moderata del partito socialista aveva in questi mesi paventato addirittura l’ipotesi di una scissione nel caso di una generale apertura a sinistra sul modello portoghese, scaricando nei fatti sulla formazione guidata da Pablo Iglesias il peso di una scelta molto delicata.
Podemos ha imboccato la via della consultazione interna per sciogliere il nodo politico. Tra il 14 e il 16 aprile i militanti del movimento sono stati chiamati ad una votazione online a cui hanno partecipato 149.449 iscritti, avente carattere vincolante, che poneva due quesiti: il primo, riguardante l’accettazione o meno di un accordo per la formazione di un governo insieme ai socialisti del PSOE e ai liberali di Ciudadanos è stata rigettata da oltre l’88% dei votanti. Il secondo quesito, che proponeva il tentativo di costruzione di un governo con socialisti, Izquierda Unida e nazionalisti di sinistra baschi e catalani ha invece incassato il voto favorevole di circa il 91% dei partecipanti. Più chiaro di così non si poteva.
La Spagna si prepara quindi a riandare alle urne, mentre i sondaggi sembrano paventare il rischio che neanche nuove consultazioni possano consegnare al paese una maggioranza parlamentare con relativo nuovo governo. La fine del bipartitismo sostanziale che ha caratterizzato tutta la fase democratica post-franchista, con il tramonto del dualismo PSOE-PPE, potrebbe aver consegnato strutturalmente il paese alla pratica delle trattative parlamentari post-elettorali, che ben conosciamo in Italia.
L’elemento di novità, rispetto alle ultime consultazioni, potrebbe essere la costituzione di una coalizione elettorale tra Izquierda Unida e Podemos, per cui sarebbero già in corso trattative serrate, che punterebbe a diventare la seconda forza del paese (i sondaggi gli attribuiscono oltre il 20% delle preferenze), scavalcando così il PSOE e diventando la prima forza di sinistra.
Il rischio del quadro odierno è per la sinistra spagnola, nel caso di nuovo stallo politico dopo le consultazioni di giugno, quello di aprire la strada ad un “governo tecnico” chiamato magari a rivedere la legge elettorale in senso maggioritario. Ma anche in questo caso la palla potrebbe tornare nelle mani dei socialisti, che avrebbero un’altra occasione per optare verso una soluzione alla portoghese, con un governo comprendente tutte le forze di sinistra. Sempre che in vi siano ancora i numeri in parlamento per costituire tale maggioranza.
Fonte: Sinistra in Europa

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