La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 17 maggio 2016

Cosa fu la Rivoluzione Culturale. Intervista a Sidney Rittenberg

Intervista a Sidney Rittenberg di Alessandra Cappelletti
Cinquant’anni fa, il 16 Maggio 1966, Mao Zedong sciolse il “Gruppo dei cinque” e lo sostituì con un “Gruppo della Rivoluzione culturale”, sotto l’autorità del Politburo del Partito comunista cinese (Pcc) e animato da suoi fedelissimi come Jiang Qing e Chen Boda. La circolare di Mao che viene considerata ufficialmente il momento d’inizio della Grande rivoluzione culturale proletaria si scagliava contro “la banda di revisionisti controrivoluzionari” che si sono infiltrati “nel Partito, nel governo, nell’esercito ” e denunciava “gli individui del genere di Krusciov, che dormono accanto a noi”. Del periodo che seguì – fino alla morte di Mao nel 1976 -, uno dei più tormentati della Repubblica popolare cinese e con il quale il Paese non è ancora riuscito a fare i conti, abbiamo discusso con Sidney Rittenberg, 94 anni, 35 dei quali – dal 1944 al 1979 – trascorsi in un’altra Cina, quella dove ha conosciuto e lavorato in stretto contatto con Mao, Zhu De, Zhou Enlai, e gli altri leader del Partito.
Nell’ottobre del 1946 era nella Yan’an rasa al suolo dai bombardamenti giapponesi, insieme a Mao. Rittenberg, primo cittadino americano diventato membro del Pcc, insegna Filosofia cinese alla Pacific Lutheran University di Washington.
Professor Rittenberg, che giudizio complessivo dà della Rivoluzione culturale a 50 anni di distanza dal suo inizio?
"La “Grande rivoluzione culturale proletaria” in effetti non aveva nulla a che fare con questa denominazione. Non c’erano proletari tra i suoi leader principali, distrusse tutta la cultura preesistente, e fu di fatto una controrivoluzione. Come disse al tempo il numero due del Partito, Lin Biao, fu una “rivoluzione” contro la rivoluzione che nel 1949 portò alla fondazione della Repubblica Popolare. Ma, come tutte le cose, la Rivoluzione culturale aveva due facce, e una era positiva. Portando tutto agli estremi più terribili, fino all’assurdo, spazzò via la fede in un leader infallibile (Mao Zedong, ndr), in un Partito che sa tutto (il Pcc, ndr) e in una dottrina politica che aveva tutte le risposte. Oggi i cinesi pensano in modo critico. Non credono più a qualsiasi parola pronunciata dai leader del Partito comunista cinese o dai media ufficiali. Inoltre, il primo anno e mezzo della Rivoluzione culturale si può definire il primo periodo di democrazia aperta nella storia cinese. La gente dava vita liberamente a organizzazioni politiche indipendenti, tanti gruppi pubblicavano i loro giornali, criticavano qualsiasi cosa e chiunque (eccetto Mao Zedong e il suo ristretto entourage), eleggevano e richiamavano i loro leader. Sfortunatamente, questo periodo di permissività totale (si era addirittura dato ordine alla polizia di non interferire) ha lasciato spazio ad atrocità orribili, durante le quali moltissime persone innocenti furono uccise o portate al suicidio. Circa 1.700.000 persone furono uccise, e circa 100 milioni furono perseguitate in diversi modi."
Lei come visse quegli anni a partire dal 1966?
"Quando scoppiò la Rivoluzione culturale, fui subito colpito dall’esaltante fermento democratico che si scatenò, e ne fui un sostenitore entusiasta. Divenni ufficialmente (anche se non di fatto) leader della State Broadcasting Administration (Radio Beijing). Per quanto riguarda le crescenti violenze, protestai con i top leader, riuscendo a tenerle fuori dalla nostra organizzazione radiofonica, in cui lavoravano più di 7.000 persone. Tuttavia accettai l’idea di Mao secondo la quale “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, e quindi, in realtà, non posso non riconoscere di essere responsabile per il fatto di aver accettato erroneamente la violenza. Durante il secondo anno della Rivoluzione culturale, ebbi un diverbio con Jiang Qing, la moglie di Mao, che era la persona che guidava la Rivoluzione dal punto di vista esecutivo, sotto la direzione generale di Mao. Non ero d’accordo con lei, perché sosteneva i leader ribelli non democratici che stavano sopprimendo le rispettive opposizioni. Per questo fui arrestato nel febbraio del 1968 e passai i dieci anni successivi in carcere, in una cella di isolamento. E così trascorsi il periodo della Rivoluzione culturale. Ero già stato messo in isolamento erroneamente per sei anni, dal 1949 al 1955, per volere di Joseph Stalin, che mi aveva accusato di essere una spia americana. La Morte di Stalin mi liberò una prima volta, quella di Mao la seconda."
Perché Mao decise di lanciare la Rivoluzione culturale, quali furono i motivi e gli obiettivi principali?
"La ragione principale che portò Mao a dare il via alla Rivoluzione culturale fu la decisione, presa in base all’esperienza dell’Unione Sovietica, che il Partito comunista cinese sarebbe stato pronto per la vittoria militare, per la riforma dei terreni, ma non era pronto per l’obiettivo di costruire quel tipo di socialismo democratico che lui aveva in mente. Decise che c’era bisogno di rendere i giovani dei rivoluzionari in modo da metterli nelle condizioni di continuare la rivoluzione. Ma l’unico modo per “imparare la rivoluzione”, diceva, era “fare la rivoluzione”. Questo significava che i giovani si dovevano ribellare contro il Partito e contro il governo, dovevano distruggere il Partito, e poi ricostruirlo a sua immagine e somiglianza. I suoi obiettivi erano quei leader di Partito che lui considerava conservatori, come il Presidente e numero due del Pcc, Liu Shaoqi, e i suoi seguaci. Diede mano libera alle Guardie rosse e ai quadri ribelli: potevano distruggere e requisire, conquistare e controllare a loro piacimento. Ma quando il caos degenerò in quella che venne definita “guerra civile totale”, e le Guardie rosse si rifiutarono di obbedirgli, spedì gli studenti nei villaggi rurali per essere rieducati attraverso il lavoro nei campi, e pose le forze armate ai vertici del potere. Aveva fallito, ma non poteva convincersene e ammetterlo. Aveva provato a evitare l’ascesa del capitalismo, come era successo in Unione sovietica. Diceva: “La cosa peggiore che può accadere a un uomo è essere seppellito per due volte”, riferendosi al destino di Stalin. Era preoccupato di essere denunciato dopo la sua morte e che la Cina non avrebbe seguito la sua idea. Il grande problema di Mao fu, a mio avviso, che pensava di avere il diritto di dare il via a esperimenti sociali di massa con un impatto non ponderabile sulle vite di centinaia di milioni di persone, quando lui stesso non era sicuro di quale sarebbe stato il risultato. Questo “giocare a essere dio” si è concretizzato in perdite enormi. Diversamente da Stalin, Mao non dava ordini di esecuzione. Le persone morivano a causa di cattive politiche, di un ego esuberante, e di serie incomprensioni del suo ruolo nella società."
Cosa ha lasciato quell’esperienza storica nella Cina di oggi?
"La Rivoluzione culturale ha avuto un impatto profondo sulla Cina. Prima di tutto, ha fatto sì che l’intero paese, ma specialmente i suoi leader, avessero un timore particolare rispetto a tensioni e caos. Se aggiungiamo tutto ciò al trauma del collasso dell’Unione Sovietica, capiamo perché i leader cinesi sono determinati a controllare l’opinione pubblica in modo da non lasciare spazio a dissidenti popolari o propagandisti stranieri. Hanno costruito una forza armata di polizia enorme, distribuita capillarmente in tutto il paese. È come una gendarmeria, e allo stesso tempo è una parte delle forze armate, sotto il controllo dell’apparato militare. La stabilità è diventata la considerazione numero uno. Le linee guida per la crescita economica parlano di “crescita nella stabilità”. Tutti i tipi di controllo sociale sono esercitati nel nome della “salvaguardia della stabilità”. Durante il periodo maoista era molto diverso. Mao sosteneva che la società socialista è il periodo più instabile nella storia – una lotta mortale costante tra il proletariato rivoluzionario (in realtà, il Partito comunista cinese) e tutte le classi di sfruttatori. Mao rideva dell’enfasi sulla stabilità di Stalin e Krusciov, sosteneva che nella società socialista esistono delle contraddizioni e devono risolversi attraverso la lotta di classe. Ma nella Cina di oggi la gente comune è ancora preoccupata della possibilità di vivere nel caos, poiché tanti hanno sofferto durante la Rivoluzione culturale. Questo è il motivo principale per cui oggi non c’è ancora una discussione reale sulla Rivoluzione culturale, e su quali lezioni si dovrebbero imparare da quell’esperienza."
Oggi – secondo il giudizio comune – “Rivoluzione culturale” è diventata sinonimo di caos e fuga nell’ideologia. Quale fu invece 50 anni fa la sua influenza in Occidente?
"I movimenti studenteschi radicali che si diffusero in paesi come la Francia e anche negli Stati Uniti furono direttamente influenzati dagli studenti radicali e dalle Guardie rosse cinesi. Il gruppo di sinistra statunitense chiamato Revolutionary Communist Party sosteneva “Siamo i figli della Rivoluzione culturale”. D’altra parte, movimenti successivi come Occupy Wall Street, sempre negli Stati Uniti, si sono ben guardati dall’organizzarsi secondo i metodi della Rivoluzione culturale. E questi movimenti sono falliti anzitutto perché giovani con una mentalità anarchica hanno convinto la maggioranza dell’inopportunità di avere leader stabili e preparati, che bisognava esercitare una leadership a turno e che non si potesse assumere alcuna decisione in mancanza dell’assenso anche di un solo membro della folla. Così il movimento è diventato un blob amorfo al quale la mancanza di un’azione collettiva efficace ha portato via entusiasmo ai partecipanti."

Fonte: cinaforum.net

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