La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 15 luglio 2016

L’Ue deve sostenere i perdenti della globalizzazione

di Paul De Grauwe
Come dovrebbe reagire l’Unione europea alla decisione del popolo britannico di ritirarsi dall’Unione? Oggi questa domanda è al centro del dibattito politico in Europa. Il punto di partenza per cercare di rispondere alla domanda è la constatazione che oggi l’Unione europea ha un’immagine assai negativa, non soltanto nel Regno Unito ma anche in altre parti dell’Unione, riconducibile al malcontento generato dal progetto europeo. Sostengo che questo malcontento ha a che vedere con l’incapacità dell’Unione europea di creare un meccanismo che protegga i perdenti della globalizzazione. Non soltanto l’Ue ha fatto ben poco per creare un simile meccanismo di protezione a livello comunitario ma, peggio ancora, ha ridotto la capacità dei governi nazionali di assumere il ruolo dei protettori.
Il libero scambio genera un’incredibile dinamica di innovazione e prosperità materiale. Quella prosperità non va però a beneficio di tutti: tanti stanno meglio grazie alla globalizzazione, ma tanti altri non ne hanno tratto alcun beneficio. E vi è chi ha visto svanire il benessere di cui godeva, a causa della perdita del lavoro o della caduta del reddito.
Dato che la globalizzazione crea ricchezza materiale nei Paesi che vi partecipano, in teoria è possibile compensare le perdite che provoca. In genere gli economisti trovano questo argomento tanto forte da giustificare la globalizzazione. Ma l’idea di organizzare la redistribuzione a favore dei perdenti della globalizzazione si scontra con potenti ostacoli politici. Questo problema si pone in quasi tutti i Paesi industrializzati, ma nell’Ue è reso ancora più acuto.
Le istituzioni europee sono fra i grandi promotori della globalizzazione. Il mercato unico e gli accordi commerciali conclusi dalla Commissione europea hanno spalancato la porta dell’Europa alla globalizzazione. Il che, in sé, non sarebbe un male, se non fosse che l’organizzazione della necessaria compensazione dei perdenti della globalizzazione è un totale fallimento. Le istituzioni europee non hanno alcun potere sulla politica sociale, che è stata lasciata nelle mani delle autorità nazionali. Quelle autorità hanno però le mani legate dalle regole di bilancio che sono state imposte dalle stesse istituzioni europee.
Le regole di bilancio europee non soltanto rendono estremamente difficile compensare i perdenti della globalizzazione, ma, quel che è peggio, ne hanno aggravato ulteriormente le condizioni. Da almeno cinque anni la Commissione europea ha costretto tutti i Paesi membri dell’Eurozona in una camicia di forza che ha provocato stagnazione economica e un continuo aumento della disoccupazione, soprattutto ai danni di coloro che erano già stati colpiti duramente dalla globalizzazione. Non sorprende che tanti voltino le spalle alle istituzioni europee, che sono considerate insensibili e pronte a punire, proprio quando milioni di persone vivono in gravi ristrettezze.
Il rifiuto dell’Unione europea da parte di milioni di persone è da imputare non soltanto alle regole di bilancio, ma anche alle riforme strutturali che le stesse istituzioni europee hanno imposto. I responsabili delle politiche europee hanno abbracciato il discorso neoliberale, secondo il quale i lavoratori devono essere flessibili (ossia: dovrebbero essere felici se i salari scendono, rallegrarsi se possono venire licenziati sui due piedi e se l’indennità di disoccupazione scende). I responsabili neoliberali delle politiche che oggi dominano l’Unione europea predicano che i sistemi di sicurezza sociale sono improduttivi e occorre tagliarli. Queste politiche, definite eufemisticamente riforme strutturali, sono imposte a milioni di persone - in gran parte i perdenti della globalizzazione - tanto dalle istituzioni europee quanto dai governi nazionali.
Oggi il problema dell’Unione europea è che invece di aiutare coloro che soffrono a causa della globalizzazione, ha imposto politiche che ne accrescono le sofferenze. Non sorprende che i perdenti si rivoltino. Se l’Ue insiste a imporre politiche di austerità e riforme strutturali, la rivolta si estenderà e assumerà la forma di tentativi di uscire dall’Unione. È ora che l’UE prenda le parti dei perdenti della globalizzazione, invece di restare legata a politiche che favoriscono soprattutto i vincitori. 
Per raggiungere questo risultato si devono introdurre due cambiamenti nelle politiche dell’Ue. Il primo: smettere di imporre riforme strutturali agli Stati membri. Quelle riforme erano state giustificate affermando che esse promuovono per loro natura la crescita economica e sarebbero dunque andate a beneficio di tutti. Ma l’evidenza empirica di una relazione positiva fra riforme strutturali e crescita economica è assai debole. Recenti analisi econometriche relative ai paesi Ocse non hanno riscontrato alcun elemento a conferma dell’assunto che le riforme dei mercati del lavoro e dei prodotti stimolino la crescita economica. Tali studi mostrano però che gli investimenti, sia pubblici che privati, hanno un forte effetto positivo sulla crescita economica.
Quest’ultimo risultato ci indica il secondo cambiamento delle politiche economiche che le autorità europee dovrebbero avviare: promuovere gli investimenti pubblici, quegli investimenti che hanno sofferto gravi danni collaterali dagli sconsiderati programmi di austerità imposti dalle istituzioni europee. 
Non è possibile promuovere gli investimenti pubblici se non si modifica il patto di bilancio (fiscal compact) che impone un saldo strutturale di bilancio negli stati membri dell’Eurozona. Purtroppo questo patto comporta che gli investimenti pubblici possono essere finanziati soltanto mediante entrate correnti. È difficile immaginare una regola più distruttiva per la crescita economica: se si dice ai politici che il costo degli investimenti pubblici deve essere sostenuto interamente dai contribuenti (dagli elettori) attuali, mentre i benefici futuri andranno ai contribuenti (agli elettori) futuri, non sorprende che gli incentivi politici a impegnarsi in investimenti pubblici siano tanto scarsi. Questo è quanto accade oggi. Grazie a una regola sconsiderata, gli investimenti pubblici in Europa sono caduti ai minimi storici.
Si sente dire spesso che se si lascia crescere il debito pubblico, si accollerà ai nostri figli l’onere di un debito insostenibile. Questa critica confonde debito lordo e debito netto. Se si finanziano investimenti pubblici emettendo titoli di Stato, i nostri figli erediteranno sia attivi produttivi che titoli di stato. Oggi il costo dell’emissione di titoli di stato è vicino a zero in molti Paesi dell’Eurozona. Se i governi fanno in modo di investire in attivi produttivi che danno un rendimento maggiore di zero, i nostri figli erediteranno degli attivi che danno entrate maggiori del costo del prestito. L’onere del loro debito netto sarà dunque diminuito. Essi non capiranno perché non abbiamo investito di più nel settore pubblico quando il costo del prestito era così basso.
Personalmente sono un fautore di una maggiore integrazione politica in Europa, Ma oggi i grandi progetti che vagheggiano “più Europa” devono essere mandati in soffitta. I politici dovrebbero invece cambiare le loro politiche economiche, in modo da dimostrare nei fatti che l’Unione europea può produrre benessere, anche per i perdenti della globalizzazione.

Traduzione di Nanni Negro
Articolo pubblicato su Ivory Tower
Fonte: Rivista Il Mulino

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