La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 4 novembre 2016

La meritocrazia dei saperi

di Paolo Mottana
Il termine “merito” è gorgogliato oggi da tutte le voci del coro che starnazza intorno al feretro universitario, con ugual gaudio. Da sinistra si strepita al merito e da destra risponde uno schiamazzo di gioia. Tutti uniti finalmente all’insegna di una delle categorie del pensiero liberale più gravide di storia – quella del self made man, quella della legge del più forte, quella della “selezione” o, in breve, del darwinismo sociale – che, tutt’a un tratto, diventa, al pari di molte altre, innocente, non ideologica, consensualmente plaudita.
All’idea, evidentemente del tutto obsoleta e tramontata, che un sistema educativo pubblico debba favorire l’accesso di tutti alle molteplici opportunità del sapere e debba sostenere in specie i più deboli in tale percorso, si è finalmente sostituita, o forse è semplicemente ritornata, con festosa unanimità, la legge dell’eccellenza, dei migliori (oi aristoi), dei campioni.
E che diamine! Non vorremo continuare a correre dietro a tutti i pesi morti di questo infernale carrozzone che si pretende di pubblico interesse! O meglio, il pubblico interesse è spianare la via ai già talentuosi e buttare a mare le zavorre.
Finalmente, magari con il reintegro di valutazioni numeriche (anche solo su una scala a tre livelli: forti, mezze tacche, deboli), fuori i fannulloni, i demotivati, i potenziali scarsi e avanti la nuova falange degli HP (High Potential), dei grossi cervelli (prima che facciano le valige per lidi migliori dove regna come è noto la legge del privato anche detta della giungla), degli iperdotati. Tutti d’accordo, una delle categorie più classiche dell’individualismo capitalista ha finalmente risolto ogni controversia: corsie preferenziali ed alti investimenti per i super Q. I. e corsie di decelerazione o diretta espulsione per i bradipi e gli ipodotati. Evviva!
Ma non basta.
Accanto alla meritocrazia indirizzata verso i discenti e verso gli aspiranti docenti, nella quale un po’ da sempre sperano con la bile infiammata tutti i trombati di questa terra (che dio li abbia in gloria, è venuta anche la loro ora), vi è poi una più velenosa forma di meritocrazia (e della tecnocrazia che prefigura), che avanza e ben presto spavaldeggerà. Quella dei saperi. Qui, dove si può far valere l’elemento monetario con maggiore spregiudicatezza, già si avvertono i giannizzeri delle società per azioni pronti a bandire tutti quei giacimenti di cultura che fanno poca rendita. Pochi iscritti, poca produzione, poca audience, dunque sgomberare. Vedo molti indirizzi del sapere umano e dunque corsi di laurea, certo forse un po’ inabili nell’animare l’acclamazione delle folle, forse un po’ di nicchia, persino talora poco spendibili sul mercato del lavoro, e tra i saperi non applicativi ce ne sono molti, sparire letteralmente.
Alla finalità sacroesanta che l’istituzione pubblica dovrebbe incarnare, di custodire e trasmettere anche i saperi meno redditizi e frequentati, ben presto si sostituirà, con tutta evidenza, la logica dei saperi con merito, altamente quotati, fortemente spendibili, significativamente competitivi. E allora, intoniamo anche noi in coro: evviva la meritocrazia!
C’è però una consolazione: se ciò dovesse veramente avvenire, molti dei fuffologi che oggi decantano i meriti della meritocrazia, scomparirebbero insieme al trionfo delle loro idee!
Una battuta per finire sul grande argomento dei meritocratofilici: il nepotismo, specie quello baronale delle gerarchie accademiche, autentica peste della libera concorrenza applicata alla ricerca. Ma qualcuno ha provato a fare qualche illuminata ricerca sul nepotismo degli imprenditori (non me ne viene in mente quasi nessuno che abbia aperto un equo concorso per il suo successore alla gran poltrona), quello dei giornalisti (non si capisce mai chi scrive, della famiglia), degli attori (han sempre gli stessi cognomi), dei politici (non infieriamo per carità), e poi di tutti gli aziendali statali e non che hanno lasciato il proprio posto al figlio andandosene in pensione, e non parliamo degli artigiani, dei commercianti, dei pizzaioli e dei carrozzieri, dei prestinai e dei linotipisti…
Non sarà, confesso un sospetto, che qualcuno ce l’ha particolarmente a morte con il mondo degli accademici?

Fonte: comune-info.net 

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