La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 4 novembre 2016

Lo zapatismo del ventunesimo secolo

di Federico Larsen
La decisione del Congresso Nazionale Indigena del Messico (CNI), che include organizzazioni come l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), di indire una consultazione della propria base per definire la sua partecipazione nell’elezione presidenziale del 2018, ha generato negli ultimi giorni ogni sorta di diffidenza. In Messico, come in tutta l’America Latina, non sono mancate le voci, comprese quelle provenienti da sinistra, che hanno criticato tale decisione e considerata contraddittoria o tardiva.
Tuttavia, la sua elaborazione e il peso che può arrivare a tenere nello sviluppo dei movimenti sociali e nei partiti di sinistra della regione, meritano un’analisi più dettagliata, del quale questo articolo è una semplice bozza.
La possibile partecipazione elettorale è solo uno dei temi di ciò che parla il comunicato del CNI. Se ci soffermiamo esclusivamente ai titoli mediatici, come hanno fatto la maggioranza dei giornali di tutto il mondo, potremmo ridurre questa definizione a un cambio di marcia nella strategia zapatista, storicamente antitetica all’idea che il potere si conquisti, e ancora meno attraverso la democrazia rappresentativa. Tuttavia nella dichiarazione del 14 ottobre scorso c’è dell’altro. La decisione di sottoporre prima alle comunità lì rappresentate la possibilità che una rappresentante indigena competa nell’elezione presidenziale, si è espressa solo dopo aver enumerato 27 casi di attacchi causati da agenti che rappresentano lo Stato e il sistema capitalista in generale. Cioè, in una prima analisi si può concludere che la necessità di avanzare fino alla disputa su un terreno come quello della politica elettorale deriva da una minaccia, concreta e reale, di sparizione nell’attuale tappa di costruzione autonoma nei territori zapatisti. Forse l’accumulo politico che deriva da questa scommessa, può servire sia per proteggere, sia per far crescere il movimento, accettando l’arena elettorale come uno dei tanti spazi validi per lottare contro il sistema. Da qui la riaffermazione esplicita del disinteresse per il potere statale in questo posizionamento.
La notizia che arriva da San Cristobal ha risuonato in forma di dubbi e e domande in buona parte degli spazi di dibattito dei movimenti sociali del mondo. In molti di essi, la discussione sulla disputa istituzionale, l'accumulazione del potere a partire dalla rappresentazione in corporazioni, federazioni e perfino in Stato, è stata furibonda.
L'EZLN e la sua Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona del 2006, è stata sbandierata in tutti i dibattiti come la dimostrazione empirica del fatto che è possibile cambiare il mondo senza prendere il potere. Buona parte dei movimenti piqueteros in Argentina, campesinos senza terra in Brasile, carpetos in Paraguay, indigeni boliviani e molti altri hanno mantenuto intatta questa tesi dalla fine degli anni '90. Ma il ventunesimo secolo ha visto anche la crescita di una di un'alternativa politica di sinistra sorta nella lotta contro il neoliberismo e che ha visto nella disputa per la conduzione delle istituzioni una via legittima per la crescita di questi movimenti. Il progetto bolivariano e comunale in Venezuela, il governo dell'indigeno e cocalero Evo Morales in Bolivia, hanno dimostrato che è possibile costruire potere dai movimenti popolari affrontando la tensione che chiaramente dimostrano con le forme della democrazia rappresentativa formale. E una volta radicata, sono anche riusciti a cambiare quelle strutture, non senza negoziare con le forze sociali più conservatrici contro la sostenibilità del sistema.
Questa tappa, quella della costruzione di un'alternativa, facendo proprie le regole del sistema per modificarle, si sta esaurendo. Il processo di ottenimento del potere ha rappresentato una primavera che ancora non ha trovato stabilità, alimentando la reazione dei suoi detrattori. Martín Caparrós, nel suo articolo nel New York Times, sostiene che buona parte di ciò che succede nel nostro continente di sicuro non può definirsi “di sinistra”, ma piuttosto come un opportunismo demagogico che ha approfittato della crisi di inizio secolo per prendere il potere e soddisfare i propri interessi più impuri. Una tesi sostenuta dai media egemonici e molto di moda di questi tempi.
Ma i processi di costruzione di potere a partire dalla sincronia di differenti movimenti di base e la sua consolidazione nelle più alte strutture statali, se tuttavia non hanno potuto – ancora – girare la storia del continente, hanno ottenuto un cambio di epoca fondamentale per la sinistra latinoamericana. Il dibattito sulla proiezione istituzionale delle nuove forme di intendere il potere è permeato in profondità nei movimenti sociali di tutta l'America Latina, e la parola elezioni ha smesso di essere, nella maggioranza dei casi, una brutta parola. A tal punto che non appare più diffamata nelle parole di un comunicato dell'EZLN così importante. Oggi, in quasi tutti i paesi del nostro continente esistono movimenti che si riconoscono nelle tradizioni dell'autogestione e la costruzione di potere popolare, e che sono presenti nelle camere oscure di università, sindacati e municipi.
Se il chavismo o il socialismo del ventunesimo secolo non hanno ottenuto di consolidarsi come ricetta a lungo termine per l'emancipazione dell'America Latina, hanno senza dubbio contribuito a ricostruire un dibattito che nella sinistra del continente è costato molto affrontare, quello della disputa per le istituzioni e della democrazia rappresentativa. Non solo come un modo per avanzare verso il potere, ma anche come uno spazio in cui praticare il cambiamento, nonostante la costruzione politica accumulata, e guardare ancora più avanti. Questo non significa che esista una relazione diretta tra l'esperienza venezuelana e la decisione presa in Chiapas la settimana scorsa. Lo zapatismo è sempre stato abbastanza critico di processi rivoluzionari come quello venezuelano o quello cubano. Esiste tuttavia una sottile linea rossa, un dibattito aperto, che ha attraversato la sinistra latinoamericana dalla rivoluzione cubana del 1959, passando per il trionfo di Allende in Chile, l'esperienza delle insorgenze degli anni '70, i movimenti sociali degli anni '90 e i governi rivoluzionari del ventunesimo secolo. E questa ha a che fare con la graduale accettazione degli spazi istituzionali come possibili spazi di accumulazione politica, gli stessi ai quali aspirano sommarsi gli eserciti smobilitati delle FARC e dell'ELN in Colombia. Le principali domande che tuttavia rimangono sono due: questi movimenti mantengono i propri principi antisistemici per i quali sono nati? E, il sistema tradizionale come reagirà? Il rischio alla cooptazione, burocratizzazione o alla repressione e annichilimento sono alti. Gli esempi nella storia sono molti per giustificare il timore a qualsiasi di questa opzione. Tutto sta negli anticorpi che i movimenti han potuto elaborare durante la propria costruzione sociale nei territori. E lo zapatismo, per lo meno a prima vista, ne tiene a sufficienza.

Fonte: globalproject.info 

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