di Fernando Martinez de Carnero
I militanti di Podemos sono abituati alle consultazioni. Come sostiene Pablo Iglesias, quando la direzione ha dei dubbi è necessario che sia la base del partito ad indicare la strada. L’ultimo mese è stato particolarmente fertile da questo punto di vista: Madrid ha eletto Ramón Espinar come Segretario regionale. Con la nuova assemblea nazionale all’orizzonte (Vistalegre 2), nella quale si dovranno eleggere i nuovi rappresentanti del partito, si è deciso di consultare la base di nuovo per definire il sistema di votazione da utilizzare in futuro, e ha vinto la proposta presentata dal segretario di organizzazione, Pablo Echenique, sostenuta dallo stesso Iglesias.
99.162 voti per una consulta interna, dove c’era in palio soltanto la definizione del sistema di votazione per la futura assemblea nazionale, non è poco considerando il totale di 436.311 inscritti. Se confrontiamo questa cifra coi 144.569 che andarono alle urne per sigillare il patto con Izquierda Unida e coi 149.513 che decisero di non volere il patto di governo col PSOE e C’s, i numeri iniziano ad acquistare un valore. Va anche detto che il dato è da ridimensionare in funzione della militanza attiva, intorno ai 251.742, sicuramente il vero punto di riferimento da considerare in quanto la facile iscrizione al partito, senza nessun impegno economico, sfuma molto i limiti fra simpatizzanti e veri militanti. Avere più del 30% dell’elettorato attivo interessato alle modifiche del sistema Borda, col quale hanno giocato le principali proposte, ha più rilevanza di quanto si potrebbe supporre. Qui non si trattava di un SI o un NO. Bisognava leggere ed analizzare diversi documenti informativi, nei quali emergeva la vera pluralità fondante di questo giovane partito.
Le campagne di stampa contro il successo di Podemos
È vero che tutti gli avversari giocano da tempo col confronto delle correnti interne radunate a partire dal movimento degli indignados (15-M). La persecuzione mediatica di Podemos in Spagna è stata unanime. La destra del Partito Popolare, che inizialmente aveva sorriso coi dati dell’emergente formazione nelle europee del 2014, si è subito spaventata quando a gennaio dello scorso anno vedevano come i sondaggi non mostravano più una frammentazione dei suoi avversari della sinistra, ma indicavano una crescita esponenziale di Podemos, che incrementava la tendenza diretta di voto e si situava con circa un 30% dei consensi come il primo partito.
In quell’occasione, saltarono subito gli “allarmi del sistema” e venne avviato l’ingranaggio della “macchina del fango” verso i leader del nuovo partito. Anche se in tutti i casi le denunce erano infondate, come puntualmente si è dimostrato, in un “paese delle meraviglie” abituato a vivere questa profonda crisi dal 2008 facendo finta che niente fosse accaduto, l’establishment si difendeva. E lo faceva anche con l’aiuto delle istituzioni europee, che misero in scena esemplarmente la punizione a Syriza come avviso agli spagnoli. Anche i media affini ai socialisti, principalmente rappresentati dal gruppo PRISA (El País, Cadena SER), temevano la crescita di Podemos, che minacciava il sorpasso, ed iniziarono a costruire un discorso orientato a difendere la loro egemonia come alternativa vera. Un’egemonia ereditata dalle ceneri del franchismo per evitare il pericolo di un “comunismo democratico” che, a partire dalle esperienze del Cile e della Svezia, radunava molti consensi nei paesi dell’area mediterranea, con l’Italia ed il Portogallo come esempi da evitare.
La vita democratica di un partito antisistema
Tenendo conto di quanto detto finora, bisogna fare molta attenzione alle informazioni che arrivano. Podemos non sta vivendo una lotta interna fra le diverse correnti, poiché la pluralità di visioni costituisce una parte fondamentale del suo DNA fin dall’inizio. Sicuramente la brutta notizia per chi guarda con interesse l’attività politica di questo giovane partito sarebbe stata proprio la descrizione di una pace e di una convivenza idilliaca.
Podemos è stato sempre trasparente nei suoi dibattiti, a volte in un modo che si potrebbe reputare persino eccessivo dal punto di vista strategico. La sua creazione nella prima assemblea nazionale di Vistalegre aveva supposto l’organizzazione di un apparato elettorale che doveva affrontare un fitto calendario pieno di ostacoli. Questa consapevolezza determinò l’uso di strategie populiste, destinate ad un necessario consolidamento identitario, che erano strumentali alla disputa per l’egemonia. Tuttavia queste non erano l’unica misura e tanto meno la prima. Bisogna ricordare che, già a partire dall’inserimento mediatico col canale La Tuerka, Podemos aveva puntato verso il dibattito e la riflessione dotta, raccogliendo parallelamente la protesta sociale che tutti i partiti tradizionali avevano voluto ignorare. Il confronto fra Podemos è il M5S è stato sempre un miraggio voluto e banalizzato dalla stampa italiana.
Questo processo iniziale aveva lasciato in sospeso lo sviluppo della struttura del partito, ancora privo da un vero impianto nazionale e delle regole di organizzazione che potessero permettere il tipo di azione politica più corale e di partecipazione cittadina e democrazia diretta a cui si aspirava. Si riparte verso Vistalegre 2 con questo scopo nel mirino. In parte frutto di quanto già pianificato in precedenza, in parte determinato dagli ostacoli riscontrati durante questa lunga sequenza di elezioni.
Il fatto di non aver consolidato a giugno la soglia potenziale dei voti di IU e di Podemos a dicembre aveva messo in crisi le tesi del populismo di sinistra di Errejón, dando più forza alle correnti di base marxista di Iglesias e di Izquierda Anticapitalista. Con populismo di sinistra si intende la linea che difende la ricerca di uno spazio più trasversale, moderando il discorso ideologico ed aprendosi al centro. Questo comporta anche l’uso di strategie comunicative fedeli alle teorie di Laclau.
Finora la linea errejonista ha perso progressivamente dei pezzi importanti[1]. I risultati delle elezioni nazionali di giugno, in cui sicuramente Podemos ha pagato il fatto di moderare il suo discorso, lasciando a casa tanti votanti abituali della sinistra, hanno reso meno forte questa corrente, che ha perso le recenti elezioni interne a cui ci siamo riferiti.
Sicuramente gli obbiettivi di medio termini sono condivisi tra le correnti del partito. Nessuno discute il traguardo di dare più potere ai circoli o di fare politica non soltanto attraverso le istituzioni, bensì avvicinandosi di nuovo alla protesta sociale. Le differenze fondamentali risiedono nel modo in cui dialogare coi poteri esistenti – istituzioni e partiti tradizionali: la scelta è tra stabilire dei ponti con la politica tradizionale, col rischio di offrire un aperto contributo al suo tentativo di rigenerazione, oppure sbilanciarsi verso un’alternativa di rottura in grado di trasformare in una nuova transizione lo Stato spagnolo.
La scelta del sistema di voto era, in questo contesto, un’occasione per avere il polso della situazione, delle diverse correnti che convivono all’interno di Podemos. Questo comporta l’emergenza di discussioni accese che sovente oltrepassano i limiti della vita interna del partito e diventano l’asse degli attacchi dei media verso Podemos, desiderosi di trasformare questa pluralità interna in un’immagine di mancanza di coesione da offrire come pasto all’opinione pubblica. Questa è stata anche la constante nelle recenti elezioni dell’assemblea di Madrid.
La necessità di sostenere i consensi e difendere le decisioni democraticamente votate ha fatto intervenire il segretario di organizzazione, Pablo Echenique, chiedendo alla militanza di non delegittimare i processi in cui si partecipa quando la propria opzione diventa perdente. D’altro canto, Juan Carlos Monedero segnalava che il tentativo di Errejón di svincolare la votazione delle proposte da quella dei rappresentanti fosse un tentativo di condizionare le politiche di Iglesias, pur senza contenderne la leadership.
Si è soffermato invece sul ruolo dell’opinione pubblica nei processi elettorali del partito Manolo Monereo, il quale ha evidenziato come molte operazioni mediatiche dell’opposizione diventino un tentativo di normalizzare il ruolo del partito. In questo senso, afferma, la persecuzione giornalistica tenta d’indebolire il ruolo di Pablo Iglesias proprio perché non sono riusciti a ricattarlo, ad integrarlo nelle logiche di dialogo con l’establishment che regola l’attuale attività politica.
Le prospettive di un “percorso democratico antisistema”
Possiamo affermare che finora si assiste a l’espressione dei contrasti ideologici che esistevano fin dalle origini. In Vistalegre 2 la posta in gioco è alta. Avere i riflettori puntati verso questo processo ha avuto finora un effetto apparentemente negativo perché ha consentito alla stampa di dipingere un partito diviso; contrariamente, se di nuovo si raggiungeranno gli accordi interni, l’immagine di Podemos uscirebbe rafforzata, diventando l’esempio di sistema di organizzazione alternativa che tutti desideriamo, in contrasto con il verticismo degli apparati di partito che hanno contraddistinto la cosiddetta “vecchia politica”.
Questo processo d’istituzionalizzazione è comunque delicato. Le correzioni che si inaugurano riflettono molto i sistemi adottati per le candidature municipali. Hanno il vantaggio dell’integrazione, ma renderanno più aspre le lotte interne per ottenere una maggiore presenza. Bisognerà abituarsi. Come si suggeriva in precedenza, la calma sarebbe stata la peggiore notizia.
C’è, senza dubbio, uno spazio all’interno di Podemos per la sinistra populista, ma bisognerà tener sempre presenti due questioni basilari. La prima, che ideologicamente si gioca sempre nel campo dell’avversario: i discorsi alternativi tendono ad essere sempre normalizzati, ma rinunciare alla sperimentazione democratica sarebbe la fine degli ideali per i quali Podemos è nato. La seconda, che come succede coi significanti vuoti, le identità sono labili se non sono accompagnate dalla coerenza dei principi che le generano. Si lotta contro il neoliberismo e sono poche le armi che abbiamo a disposizione; questa è la certezza.
[1] Ci sono state tre destituzioni note. La prima riguardava Luis Alegre, membro della direzione nazionale e vicino alle tesi di Pablo Iglesias. Dopo, invece, è toccato il turno a Sergio Pascual, Segretario di organizzazione e di recente a José Manuel López, portavoce del gruppo parlamentare regionale di Madrid. In entrambi i casi erano dei sostenitori della linea errejonista.
Fonte: sinistraineuropa.it
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