La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 11 ottobre 2015

Donne nella ricerca: a quando una vera parità?

di Paolo Rossi
Le limitazioni alla presenza femminile nel mondo della ricerca scientifica ormai non sono più dovute se non in misura limitata a una carenza di motivazioni dovuta a un pregiudizio culturale. Dati statistici, indagini ed esperienze dirette dimostrano che il “soffitto di vetro” è oggi la causa più importante e più evidente della scarso accesso delle donne alle posizioni di maggior responsabilità nel mondo accademico e scientifico. La dinamica in corso, per quanto positiva, è ancora troppo lenta per poter produrre risultati realmente rilevanti entro i prossimi decenni. Questo fenomeno non è purtroppo una peculiarità nazionale: la situazione a livello europeo è quasi ovunque molto simile a quella italiana.
L’esperienza diretta, prima ancora di qualunque statistica, ci mostra la permanente esistenza di profonde barriere culturali che hanno indirizzato e continuano a indirizzare e condizionare le scelte di studio di molte donne, pur motivate all’acquisizione di competenze avanzate ed eventualmente interessate a un inserimento in professioni legate al mondo della ricerca teorica e applicata.

Lo stato di cose presente e la comunicazione

di Tiziana Terranova
Durante la giornata dedicata ai temi sulla comunicazione della scuola estiva 2015 di euronomade è stato un ‘nuovo’ focus sulla televisione, che si è espresso anche nella centralità di due interventi ‘esterni’ alla rete uninomade quali quelli di Juan Carlos Monederos (fino a poco tempo fa un esponente centrale di Podemos, il partito radicale spagnolo che ha fatto della comunicazione politica televisiva una componente fondamentale della sua strategia elettorale) e Carlo Freccero (ex direttore di Italia 1, Rai 2, Rai 4 e attuale membro della commissione vigilanza della RAI, una figura importante del panorama televisivo italiano, che ha attraversato negli anni in modo geniale, innovativo e dissacrante).
Come Uninomade prima, Euronomade ha sempre preferito parlare di ‘reti’ piuttosto che comunicazione o anche meno di ‘televisione’, di cui praticamente non ci si è quasi mai occupati. Di questo Carlo Freccero aveva accusato la sinistra nel suo intervento scritto per e pubblicato sul sito nei giorni precedenti alla scuola estiva di settembre 2015 (http://www.euronomade.info/?p=4981).

Il dispiacere dell’onestà

di Anna Lombroso
Abbiamo avuto modo di apprendere ancora una volta – qualora ve ne fosse stato bisogno – che l’onestà è un’indole o un comportamento soggetto a interpretazioni quanto meno arbitrarie, a umori, criteri e unità di misura perlopiù partigiane e discrezionali. Di volta in volta può essere un marchio doc utile a orientare le scelta dei consumatori, o mutandona da indossare per coprire vergogne proprio come quelle imposte alle impudiche gambe delle sedie vittoriane, provvidenziale foglia aggiunta a quadri spudorati nello studio di leader peraltro sporcaccioni. Può essere istinto irrinunciabile che ormai condanna a emarginazione e isolamento, ma anche etichetta, tenacemente adesiva soprattutto in fase pre elettorale, requisito propagandistico da spendere indissolubilmente legato all’esuberante irruzione sullo scenario pubblico di soggetti “nuovi”, giovani e non ancora contaminati da vizi e degenerazioni del potere. Può essere accreditata e convalidata tramite loden al posto di pomposi doppiopetto gessato di Caraceni, sgargianti quanto informi giacchette fucsia o pistacchio indossate sopra la divisa da gaulaiter, grazie al permanere almeno formale in lisi e angusti vincoli matrimoniali contrapposti all’organizzazione coattiva di cene eleganti, o anche in virtù di abitudini di vita segnate da una morigerata moderazione esibita anche a scopo pedagogico e garantita nella sua continuità dinastica da profittevoli azionariati e da uno sfruttamento pieno di discrezione e bon ton rispetto a sgangherate, esibizionistiche e recenti fortune, peraltro accumulate con le stesse modalità.

L’Emilia Romagna tra storia e futuro

di Vittorio Capecchi
1. Obiettivi e metodologia della ricerca
Si tratta di una ricerca sulle trasformazioni dell’economia in Emilia Romagna realizzata dalla Associazione Valore Lavoro di Bologna (il cui presidente è Angiolo Tavanti)con il finanziamento dell’Assessorato alle attività produttive della Regione Emilia Romagna basata un campione di interviste qualitative per realizzare una ricerca azione avente due obiettivi: (a) Capire quale può essere una adeguata politica regionale per realizzare in Emilia Romagna una regione “intelligente, ecocompatibile e inclusiva”; (b) Individuare i nuovi cluster di imprese che si aggiungono a quelli che da più anni hanno successo in questa regione e capire come questi cluster stanno affrontando la più grave crisi economica dal dopoguerra.
Per raggiungere i due obiettivi della ricerca sono state fatte: (a) Interviste a protagonisti di politiche regionali considerando tre gruppi di attori: attori che hanno risposto alla crisi dal basso (come i Fab Lab, aggregazioni di imprese per territorio o per specializzazione…); attori intermedi(associazioni imprenditoriali e sindacali, enti locali, centri di ricerca e formazione… ); attori regionali (Assessorati regionali, Ervet, Aster, responsabili regionali di associazioni imprenditoriali e sindacali..); (b) Interviste a imprese che rappresentano l’intreccio tra storia e futuro nelle diverse direzioni della innovazione tecnologica.

C’erano una volta gli intellettuali

di Angelo d'Orsi
Gli Anni Settanta sono stati periodizzanti nella nostra storia. E il mondo intellettuale ne fu interprete, talvolta protagonista. Un seminario della Fondazione Gramsci a Roma (“Gli intellettuali nella crisi della Repubblica fra radicalizzazione e disincanto”) ha provato a fare il punto, con una stimolante indagine a più voci affidata a giovani, partendo dall’aureo insegnamento gramsciano che ammonisce a non trasformare i problemi politici in problemi culturali se li si vuole risolvere. Ci si è rivolti verso singole figure, ma anche verso giornali (Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, l’Unità), riviste (Quindici o Rinascita, per esempio), e con ampi riferimenti alle forze politiche, particolarmente a sinistra – quella ufficiale e quella “extraparlamentare” a cominciare da Lotta continua. 
In quel decennio si verificò la fine delle illusioni del cambiamento rivoluzionario, ma anche la messa in mora delle attese riformatrici (la parola “riforma” aveva un significato autenticamente progressivo, all’opposto di oggi quando significa il suo opposto): e toccò agli intellettuali interrogarsi sul senso del cambiamento in atto, cercando di darsi spiegazioni; alcuni ambirono a diventare consiglieri del principe, ovvero dettare l’agenda politica.

Kultura

di Vanni Codeluppi
Molti studiosi e molte discipline hanno provato a definire sinteticamente il termine «cultura», ma tale operazione presenta notevoli difficoltà. L’ambito in cui la cultura opera è infatti estremamente vasto e articolato. E negli ultimi anni si è fatto ancora più ampio. La cultura, perciò, dev’essere considerata non un semplice insieme organizzato di forme espressive, norme e valori, ma un vero e proprio mondo. Un mondo concreto e fisicamente sperimentabile, dove operano soprattutto i fenomeni di consumo, la moda, i media e l’industria culturale. Un mondo che dunque è sempre più globale e dominato dal capitale delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica propria del Web e dello spettacolo mediatico. Un mondo comunque che non è più secondario e periferico, ma è riuscito a conquistare una posizione centrale nell’immaginario collettivo e individuale. E pertanto, proprio per questo motivo, è in grado di trasformare radicalmente la vita quotidiana delle persone e ambiti primari della società come la politica e i mercati.
È evidente inoltre che in tale mondo si stanno sempre più sviluppando due processi: la mercificazione della cultura e la culturalizzazione della merce.

Crisi neo-liberista e disgregazione del soggetto: due volti del potere post-comunitario

di Claudio Valerio Vettraino
La crisi che stiamo vivendo ormai da quasi un decennio e che rappresenta solo una forma determinata di una crisi generale che attraversa tutto il sistema capitalista-finanziario globale, non è solo indice di una ristrutturazione economica, per dirla in termini marxiani, ma ci parla di una mutazione profonda che investe la soggettività e la sua dialettica quotidiana con i processi storici in cui è immersa e che è chiamata a vivere o a sopportare a seconda dei casi e della posizione che questa stessa soggettività ricopre all’interno dei rapporti attraverso cui si produce e si riproduce la ricchezza complessiva della società.
Una ristrutturazione di una soggettività potremmo dire “orfana” di idee e valori, estromessa da qualsivoglia spinta utopista e di concreta appartenenza ad un tutto o ad una comunità che lotta – attraverso identità e riconoscimento reciproco (da e nella società) – per imporre gramscianamente una nuova egemonia e un’alternativa di sistema, che tenta a fatica di costruirsi come soggetto cosciente, figlia di quella soggettività umanistica che ha marcato la differenza – nei secoli – tra l’Occidente e l’Oriente, tra un approccio attivo, in questo precipuo senso critico-filosofico al mondo e alle cose e, viceversa, un approccio naturalistico nei confronti del tutto, in quanto eterno mutamento in cui il soggetto era “istintivamente” immerso.

Ci sono molti modi per evadere dalle nostre prigioni

di Arianna Gravina
Per la prima volta leggo un premio Strega. Provo una repulsione, innata e immotivata, per tutti i fenomeni di massa in tutti i campi, ma sopra ogni cosa in musica e letteratura.
La Ferocia di Nicola Lagioia è entrato tra i miei desiderataancor prima di essere candidato al tanto discusso Premio. Vivevo ancora a Trani; nel gennaio scorso i miei amici Alessandro e Alice, della Libreria Luna di Sabbia, hanno ospitato lo scrittore barese per presentare il suo ultimo lavoro editoriale pubblicato da Einaudi. È stata una bellissima presentazione ma non ho letto né acquistato il suo libro in quel momento: avevo deciso di aspettare che lo ripubblicassero in edizione economica.
Per farvela breve, a settembre era giunto il momento di leggere La Ferocia; non potevo più aspettare e mi sembrava anche che fosse la circostanza più adatta: abbastanza riposata grazie alla pausa estiva e non ancora immersa nella routine della vita lavorativa. In barba alla tirchieria, sono entrata in libreria e l’ho acquistato, anche con una certa euforia – devo ammetterlo.

Il Grande Rifiuto

di Giovanna Cracco
In L’uomo a una dimensione Marcuse riprende il concetto filosofico di ‘pensiero negativo’ come pensiero critico: è la capacità individuale di sviluppare un discorso che si oppone all’esistente (il ‘pensiero positivo’ della società), che immagina, progetta, crea un’alternativa; che utilizza il potere critico della Ragione, la logica dialettica bidimensionale, per giudicare la realtà, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è da ciò che dovrebbe essere, l’Essere dal Non-Essere.
Per il pensatore della Scuola di Francoforte, perdere la capacità di elaborare il pensiero negativo è inevitabile nella società industriale tecnologica, che crea ‘falsi bisogni’ per sostenere la costante crescita di produzione e consumo di merci; una produzione e distribuzione di mas-sa che reclamano l’individuo intero, e annullano quella dimensione interiore della mente nella quale un tempo prendeva forma il pensiero di opposizione a una realtà che imprigiona l’uomo anziché liberarlo, che lo mercifica, dal processo di sfruttamento lavorativo alla sua trasformazione in consumatore. “I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità.

La favola del Marx superato

di Domenico Laise
Pierino e il Lupo [1] è un libro di teoria economica, scritto nello stile di una "Favola Economica", che ha per oggetto "una critica a Sraffa dopo Marx".
Per inquadrare ed apprezzare il contenuto della "Favola", occorre considerare che essa è stata scritta, come osserva l'autore, trentaquattro anni fa, quando, specie in Italia, era vivo il dibattito sul tentato "scippo" del marxismo da parte della tendenza sraffiana.
Il volume raccoglie sistematicamente tutte le considerazioni che Gianfranco Pala è andato elaborando per anni sui temi sollevati da tale dibattito.
Siccome è passato da allora molto tempo, per dare al potenziale lettore la possibilità di stimare il "valore attuale della Favola", può essere di qualche utilità richiamare i termini essenziali di quella disputa.

La filosofia della religione di Lapo Elkann e Ronald Dworkin

di Pierpaolo Marrone
Lo confesso senza vergogna alcuna: ho cercato di seguire con costanza ogni dichiarazione pubblica di Lapo Elkann nel corso degli anni. All’inizio lo facevo perché ero attratto dall’inevitabile risvolto comico che le sue prese di posizione pubbliche suscitavano sui social e perché era argomento di conversazione con amici che, come me, lo ritengono un gigante dell’umorismo involontario.
È di qualche tempo fa, ad esempio, una sua dichiarazione video nella quale invocava per l’Italia il merito, anziché le carriere basate sulla discendenza familiare. È questo solo uno dei numerosi esempi che lasciano stupefatti per la enormità delle argomentazioni e l’ipocrisia apparente che le anima. Sono, però, dichiarazioni che, almeno a me, muovono anche alla meraviglia; a una meraviglia sorella minore, forse, di quella che Aristotele celebrava all’inizio della Metafisica e che sarebbe all’origine di ogni indagine intellettuale spregiudicata. Queste dichiarazioni lo fanno non soltanto per la vastità di quella che mi pare difficile non pensare sia malafede, che è quanto poi genera l’effetto comico, ma, talvolta, anche per altri motivi.

I corruttori del bene comune

Intervista Franco Ferrarotti di Marco Dotti
Decano dei sociologi italiani, storico dell’industrializzazione e del sindacato, tra il 1958 e il 1963 Franco Ferrarotti ricoprì l’incarico di parlamentare nelle file di un movimento da sempre dimenticato dai manuali e anzitempo rimosso dalla memoria collettiva: Comunità di Adriano Olivetti.
«Già da alcuni anni – ci racconta Ferrarotti, oggi professore emerito alla Sapienza, che abbiamo incontrato nella sua casa romana – frequentavo Olivetti, del quale ero segretario particolare. Un giorno gli mostrai un testo tanto breve, ma ludico ed esemplare di un’autrice allora per nulla nota in Italia, Simone Weil. Il testo era apparso su una rivista francese di vago orientamento cattolico, La Table Ronde e quando glielo feci leggere, Olivetti ne fu entusiasta e mi chiese di tradurlo subito per il suo mensile, Comunità.

Chiesa, morale e omosessualità

di Piergiorgio Paterlini
Quando Doppiozero mi ha chiesto un pezzo su chiesa e omosessualità, mi sono improvvisamente ricordato di essere stato fra i primi – se non il primo, su una rivista – a scrivere di questo argomento. A partire dal 1979 (avevo scritto “patire”, refuso, ma molto opportuno e molto freudiano se mai ce n’è stato uno). Quattro pagine sul settimanale Com-Nuovi tempi, poi un minisaggio addirittura sulla rivista Il Regno (dei Dehoniani di Bologna, gloriosa e strana testata cattoprogressista che proprio in questi giorni ha chiuso, trenta dipendenti in “stato d’agitazione” per la perdita del lavoro), perfino sulla prima pagina dell’Avanti! (dio mi perdoni, ma ci lavorava un carissimo amico, e in ogni caso non era l’Avanti di Lavitola, bello scioglilingua, eh?). Ero stato anche fra i promotori e gli organizzatori del primo convegno del Centro Ecumenico di Agape sempre su fede e omosessualità (1980). Chi se ne frega, nonnetto, direte voi. Eh no. Perché c’entra. Perché il cuore di ciò che posso scrivere oggi è che oggi dovrei e potrei scrivere solo ciò che scrivevo già quarant’anni fa. Nulla è cambiato.

TTIP e CETA, il NO della società civile tedesca


di Reto Thumiger
Con lo slogan “Stop TTIP e CETA! Per un commercio mondiale equo”, circa 250.000 persone hanno manifestato contro l’accordo di libero scambio tra l’UE e gli Stati Uniti d’America (TTIP) e il Canada (CETA). Mai prima d’ora un tale numero di persone era sceso in piazza in Europa su questo argomento. Gli organizzatori si aspettavano un 50.000 persone; il quarto di milione di presenze ha superato le loro più rosee aspettative.
Un’alleanza che riunisce oltre 170 organizzazioni da quasi tutti i settori della società aveva lanciato l’appello a favore di questo evento: ambiente, sviluppo e politica sociale, democrazia, diritti culturali, civili, dei consumatori e dei sindacati. Questo dimostra che la società civile ha capito che questi accordi di libero scambio, se fossero firmati, inciderebbe fortemente su ogni settore della società. Si dovrebbero quasi ringraziare TTIP and Co, visto che hanno permesso di raccogliere in piazza un così gran numero di organizzazioni.

È guerra alla pace

di Gianmarco Pisa
La tragedia che si è consumata ad Ankara, capitale della Turchia, sabato scorso, 10 ottobre, è una tragedia di proporzioni gigantesche: per la portata della strage e per la gravità delle sue implicazioni. Il corteo dei dimostranti, in quella che intendeva assumere i contorni di una festa della democrazia e della pace, con un corteo ampio e colorato, aveva appena mosso i primi passi, dato corpo alle prime coreografie, intonato i primi canti, i cori e gli slogan: quando la manifestazione, in quanto tale, è stata fatta oggetto di un devastante attacco terroristico, con due bombe che sono esplose nel cuore del corteo, provocando, secondo gli ultimi dati ufficiali, ben 95 morti e 250 feriti. Lo si è detto all’inizio, una strage brutale di proporzioni colossali.
Il corteo doveva rappresentare il momento saliente di una protesta, nella quale si intrecciano tre grandi rivendicazioni: per la pace, contro la nuova escalation di violenza e la nuova aggressione militare di cui il governo turco si sta rendendo responsabile contro il popolo curdo e le sue legittime rappresentanze politiche; per la giustizia sociale e per il lavoro, per migliori condizioni salariali e contrattuali per tutti i lavoratori nel Paese, a partire dalle categorie più apertamente minacciate dalla crisi e della stretta economica, oltre che dalla riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità sindacale, che anche la Turchia sta attraversando; per la libertà sindacale e per la democrazia, alla vigilia di una scadenza elettorale tanto importante quanto gravida di tensioni, quella del prossimo 1 novembre, quando si tornerà al voto per nuove elezioni politiche nel Paese.

Attentato di Ankara: una continua strage di Stato?

di Fabio Marcelli
Chissà se i miei lettori malpensanti, che si scandalizzano e si stracciano le vesti per il fatto che un paio di manager dell’Air France sono stati strattonati da centinaia di lavoratori infuriati perché li stanno mettendo sul lastrico, esprimeranno altrettanta indignazione per l’infame strage di Ankara, nella quale sono morte 97 persone, tra le quali molti bambini. Era in corso una grande manifestazione pacifica: stavano scendendo in piazza, nella capitale turca, decine di migliaia di lavoratori e cittadini, contro la possibilità di una guerra civile che trasformasse anche la Turchia in una nuova Siria o in una nuova Libia.
Si tratta della terza strage in pochi mesi, in Turchia. Sono stato testimone oculare della prima, durante il comizio finale dell’Hdp nella capitale curda di Diyarbakir. La seconda, il mese successivo, si è avuta a Suruc, al confine con la Siria, e ha massacrato una delegazione di giovani socialisti turchi che si recavano a portare soccorsi e aiuti a Kobane. Ed eccoci alla terza. Un crescendo di morte e devastazione.

Così maltrattiamo ogni giorno il pianeta

di Alberto Castagnola
I dati e le stime qui riportati servono solo a dare una idea dell’ordine di grandezza dei fenomeni ambientali e degli interventi necessari nonché del grado di urgenza che caratterizza ogni intervento; le informazioni dovrebbero essere continuamente corrette e aggiornate, mentre non tutte le strategie economiche sottostanti sono sempre immediatamente condivisibili.
1. Gli studiosi sottolineano come gli studi sulle dinamiche degli ecosistemi a piccola scala dimostrano che percentuali da almeno il 50% fino al 90% delle aree stesse risultano alterate e che interi ecosistemi stanno già sorpassando punti critici che li conducono in stati differenti da quelli originali. A scala più ampia, i ricercatori fanno presente che per sostenere una popolazione di più di 7 miliardi di abitanti, ormai il 43% della superficie delle terre emerse è già stato convertito ad agricoltura, infrastrutture, aree urbane, con profonde modificazioni di tanti ecosistemi e con i sistemi stradali che attraversano molte altre di ciò che resta.

La filosofia di Putin

di Pierluigi Fagan
La Russia è un continente culturale, per me, di difficile decifrazione. Ammetto prioritariamente la mia ignoranza sostanziale epperò, proprio questa ignoranza mi muove a cercar di colmare almeno i vuoti più gravi. E’ come sempre, una sollecitazione esterna a muovere la curiosità di comprensione.
Sono stato abbonato a Foreign Affairs, la rivista di geopolitica e relazioni internazionali che fa da riferimento a gli ambienti di Washington. Mi mandano perciò una newsletter ed ho accesso libero ad un articolo a numero. Questa settimana (oggi 26.09.15) mi ha colpito il titolo di un articolo su “Il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn e l’ideologia di Mosca, di A. Barbashin e H.Thoburn. Poiché mi incuriosiva il fatto che Putin avesse un filosofo di riferimento e non conoscendo affatto Ivan Ilyn, ho fatto un po’ di ricerca. Il secondo scatto di curiosità che mi ha spinto poi più in là nella ricerca, ampliandola, è stato un articolo del New York Times del 03.03.14 a firma David Brooks in cui si dava notizia (riprendendo Maria Snegovaya dal Washington Post) del fatto che Putin aveva inviato in dono ai governatori regionali, una trilogia di titoli che comprendeva, oltre al “I nostri compiti” di Ilyn, la “Filosofia della diseguaglianza” di Berdjaev e la “Giustificazione del Bene” di Soloviev (o Solove’v, Solovyov).

NATO per uccidere

di Andrea Fioretti
“Kunduz, non è stato un incidente”, recita così il comunicato di Medici Senza Frontiere che denuncia i bombardamenti USA in ambito NATO contro un suo ospedale in Afghanistan. Durante l’attacco aereo sono morti 12 operatori di ‪MSF e 10 pazienti, tra cui 3 bambini. Più di 50 i feriti.
La presidentessa internazionale di MSF Joanne Liu, in un discorso al Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra, è stata molto dura ed ha dichiarato che quello di Kunduz“Non è stato solo un attacco contro il nostro ospedale, è stato un attacco contro le Convenzioni di Ginevra, stabilite per proteggere i civili nei conflitti, compresi pazienti, operatori e strutture sanitarie. È inaccettabile. Oggi diciamo basta. Anche la guerra ha delle regole”. Delle regole che non sembrano valere per la NATO e per i suoi membri che godono dell’immunità del più forte. Le guerre di aggressione, infatti, da sempre non conoscono regole, al massimo queste vengono imposte dalle potenze imperialiste a chi cerca di difendersi o di resistere. Il Vietnam insegna.

Quel modello Marchionne bocciato anche dagli operai statiunitensi

di Carmine Tomeo
La bocciatura del rinnovo contrattuale dei lavoratori FCA negli Stati Uniti, parla anche a noi, in Italia. L’accordo siglato tra il sindacato Uaw e la FCA avrebbe dovuto soprattutto ridurre drasticamente il divario retributivo tra operai di primo livello e quelli di secondo livello in vigore dal 2007. La proposta di accordo prevedeva, pertanto, di portare la paga oraria per i secondi livelli da 19 a 25,35 dollari e di aumentare fino a 29,76 dollari la paga oraria degli operai di primo livello. Così, mentre sembrava scontata l’approvazione dei lavoratori al nuovo contratto (che si sarebbe verosimilmente esteso a tutto il settore auto Usa), arriva il secco No del 65% dei lavoratori FCA.
In realtà, dietro quella apparente concessione si celava la classica fregatura. I lavoratori, infatti, ritengono superata la situazione di emergenza che aveva caratterizzato il cosiddetto piano di salvataggio della Chrysler e che pareva giustificare il differente trattamento salariale. Inoltre quegli aumenti sarebbero entrati a regime nel corso di qualche anno, ma già oggi avrebbero difficilmente coperto gli aumenti del costo della vita di questi anni.

La guerra contro i Curdi, il popolo sparso che la Storia porta al centro della scena

di Adriano Sofri
Dopo averli dispersi ai quattro venti, Iraq, Iran, Turchia e Siria, oltre che in una diaspora antica, la storia si è divertita a rimettere i curdi al centro della scena: una scena di guerra e terrore. La strage di ieri, per il numero di vittime, il luogo – la stazione- e il contesto elettorale, è famigliare agli italiani che ricordano che cosa volesse dire Strategia della tensione. La guerra civile tra l’esercito turco e il partito comunista e indipendentista curdo, il Pkk di Abdullah Ocalan, ha fatto dal 1984 quarantamila morti. Dopo una tregua nel 2013, e una serie di falsi movimenti negoziali, nel luglio scorso è tornata a divampare. La scintilla è venuta da Suruç, al confine con la Siria: un incontro di giovani socialisti turchi e curdi per Kobane è stato bersaglio di un attentato suicida che ha fatto 32 morti e decine di feriti. Il sedicente Stato Islamico l’ha rivendicato, ma i curdi e gran parte dell’opposizione hanno denunciato la corresponsabilità del governo.

Il partito fuori dallo stato, autonomo e aperto alla società, coerente

di Argiris Panagopoulos
SYRIZA deve conservar la sua autonomia e rimanere fuori dallo stato, essere aperto alla società e ai suoi problemi e prepararsi per la sua riorganizzazione nel suo prossimo congresso tra il febbraio e il marzo del 2016, secondo la relazione introduttiva di Alexis Tsipras alla riunione del Comitato centrale del partito che ha cominciato la sua due giorni la mattina di sabato.
SYRIZA punta finalmente di essere un partito di massa e aperto per diventare uno strumento per la trasformazione della società greca, tenendosi lontano dallo Stato e conservando la sua autonomia. Intanto dovrà aiutare ricostruzione della sua organizzazione giovanile, specialmente dopo la grande fiducia che hanno dimostrato i giovani con il loro voto a SYRIZA.
Il discorso di Tsipras al Comitato centrale del suo partito sembra di prendere il filo interrotto con la scomparsa del PCI dalla scena della sinistra non socialdemocratica in Europa.

Ma stavolta, chi è il nemico?

di Vincenzo Paliotti
E’ accaduto anche in passato che l’Italia abbia scelto un partner sbagliato pagandone poi dure conseguenze perché sconfitta. Non sono bastati due tragici precedenti per farci riflettere. Ci mettiamo sempre in mani sbagliate, salvo poi cambiare schieramento – cosa che gli altri chiamano “tradire” – e passare alla parte opposta. Lo abbiamo fatto nelle due guerre mondiali: un “cambiaverso ante litteram”.
Oggi nella questione della Siria e dell’ISIS, ed il ritorno sullo scenario ormai distrutto dell’Iraq, ci troviamo a “scegliere” tra la politica dei russi di Vladimir Putin e quella americana di Barack Obama e ancora una volta ci mettiamo, a parere mio, con l’alleato sbagliato. Gli USA a differenza dei russi, sono piuttosto restii ad intervenire contro l’ISIS (e vorrebbero solo colpire il governo di Assad) forse perché hanno già degli uomini tra i “ribelli” impegnati su quel territorio e temono per la loro incolumità, come hanno “candidamente” confessato/accusato: “I caccia con la stella rossa «hanno colpito i ribelli dell’Esercito libero siriano, armati e addestrati dalla Cia», ha denunciato il presidente della commissione Difesa al Senato americano, il repubblicano John McCain” (di Si.Spe. – Il Sole 24 Ore).

Svezia, primo paese libero dal petrolio

di Maria Rita D’Orsogna
La Svezia vuole diventare la prima nazione del mondo a diventare totalmente fossil-free. L’ha annunciato il primo ministro Stefan Löfven alle Nazioni Unite.
Sono ambiziosi e ammirevoli: in concomitanza con gli imminenti incontri sul clima di Parigi (Cop21), la Svezia ha annunciato di voler accelerare il suo cammino verso le rinnovabili e contro i cambiamenti climatici. E così per il 2016 hanno stanziato ben 546 miloni di dollari solo per incentivare fonti non fossili nel paese.
In questo momento le fonti fossili generano il venti per cento dell’elettricità del paese, il resto viene da un mix di fonti rinnovabili, in particolare dall’idroelettrico, e dal nucleare. Ma le centrali nucleari chiudono perché ormai obsolete, e datate e gli svedesi hanno deciso di non costruirne più di nuove. Sono le tre centrali di Ringhals 1 e 2 e Oskarshamn 2, la cui chiusura viene anzi anticipata. Ci si aspetta che le rinnovabili rimpiazzeranno il contributo energetico delle centrali chuise.

Un bilancio storico a 25 anni dalla fine della DDR

di Renato Caputo
Come di consueto, il salto qualitativo che ha fatto apparire improvviso il rovesciamento della Repubblica Democratica Tedesca è, invece, il prodotto di un quantitativo e sommerso lavoro dall’interno della controrivoluzione che ha eroso progressivamente il consenso popolare a questo tentativo di transizione al socialismo. Anche in questo caso, però, il successo della reazione borghese è stato reso possibile da un’involuzione interna. Per quanto il rovesciamento della classe dirigente comunista sia stato il prodotto di una congiuntura internazionale e dell’affermazione delle forze controrivoluzionarie in Ungheria, Polonia e nella stessa Unione Sovietica, non si deve dimenticare che ognuno è sempre artefice, in ultima istanza, del proprio tragico destino.
L’esperienza della DDR è particolarmente emblematica in quanto si tratta dell’unico Paese in cui vi erano, almeno in parte, condizioni oggettive favorevoli al superamento dialettico della società capitalista.

Das Auto

di Rafael Poch 
Lo scandalo della Volkswagen con la truffa delle emissioni truccate è l’ultimo raggiro di un’azienda appartenente ad un paese che elargisce lezioni di moralità in Europa. Un ulteriore fatto nella lunga serie degli ultimi anni, una sorta di versione teutonica del XXI secolo di quello strano Celtiberia show di Luis Carandell. Il “Teutonia-show”, potremmo dire: il finanziamento della bolla immobiliare in paesi come Stati Uniti, Spagna e Irlanda, la vicenda dei cetrioli spagnoli falsamente accusati di essere contaminati, l’aeroporto di Berlino, la Filarmonica di Amburgo, il disastro aereo della Germanwings, l’euro-carognata greca… tutti casi abbastanza chiari, ma c’è da chiedersi, questo scandalo è una questione tecnica? Difficile da credere.
Il Credit Suisse stima possa arrivare fino a 78.000 milioni di euro il danno che questo “diesel-gate” potrà causare alla prima azienda automobilistica tedesca. Una bella somma. Supera di per sé del 60% il costo del peggior sversamento di petrolio della storia, la catastrofe Deepwater Horizon della BP nel golfo del Messico avvenuto cinque anni fa. A Parigi, Axa Investment Managers calcola che l’affare costerà alla Germania circa l’1,1% del PIL.

Intervento in Siria: è Gad Lerner a poter parlare per la sinistra?

Se riflettete su tutto quello che è successo a livello geopolitico dal 2001 ad oggi, in politica estera non è mai difficile prendere la posizione corretta. Basta semplicemente allinearsi a quella dei paesi dell'Alba bolivariana (Venezuela, Ecuador, Cuba, Bolivia e Nicaragua) e affermare esattamente il contrario di quello che sostiene il Pd (quindi Nato, Usa). Non si sbaglia mai. Siamo disposti a fare con voi quest’esperimento con tutte le crisi intercorse in questo periodo quando volete. 
L'ultimo esempio? L'intervento russo in Siria iniziato ad ottobre. "Noi dal Venezuela sosteniamo e applaudiamo questa decisione da parte della Federazione russa, perché questo è il modo per salvare la Siria", affermava il presidente venezuelano Nicolas Maduro durante la presentazione di una relazione sulla sua partecipazione all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. E su questa posizione si sono schierati anche i presidenti e i ministri degli affari esteri degli altri paesi dell'Alba.

Giappone: contro le leggi di guerra

di Paolo Rizzi
(I nazisti) l’hanno fatto in modalità “non-dirlo-a-nessuno”, e la Costituzione di Weimar fu cambiata senza che quasi il popolo se ne accorgesse. Perché non usiamo lo stesso metodo? (Taro Aso, ministro delle finanze giapponese).
La Costituzione del Giappone, adottata nel 1945 dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, impone al paese una linea pacifista. Il primo comma dell’Articolo 9 ripudia l’uso della forza per la risoluzione delle dispute internazionali. Il secondo comma si spinge ancora più avanti specificando che nessuna forza potenzialmente bellica (terrestre, marina, aerea o di altra natura) deve essere mantenuta.
Il governo della destra giapponese intende ora dare una spallata definitiva al pacifismo istituzionale con nuove leggi che permettono al Giappone di partecipare a conflitti armati fuori dai propri confini. Sulla sua strada incontra però una forte opposizione da parte della società civile e dei partiti di opposizione, capeggiati per l’occasione del Partito Comunista Giapponese che chiama “leggi di guerra” le riforme approvate tra luglio e settembre.

L'Africa che non ti immagini, perché non sai...

di Federica Orlandi
L'Africa non è propriamente come vorremmo che fosse, non è quella dei turisti e neppure quella che ci presentano alcuni libri o film, i quali idealizzano (appunto per il suo fascino) un continente in cui, troppo spesso, si sopravvive a stento. Esattamente un anno dopo la liberazione dal regime dittatoriale di Blaise Compaoré, il Burkina Faso ha dovuto necessariamente confrontarsi con la dura realtà di un secondo regime dittatoriale: quello di Gilbert Diendéré. Il popolo burkinabé, dunque, rimboccandosi le maniche, ha dovuto nuovamente sostenere la dura lotta di chi si batte affinché la sovranità popolare divenga un diritto. Per la seconda volta consecutiva, tali manifestazioni dei civili, a piedi nudi, hanno avuto l'effetto sperato e, dunque, Diendéré, in un primo momento rifugiatosi presso l'ambasciata vaticana, è stato consegnato al governo burkinabé.
Il Burkina Faso, così rinominato da Thomas Sankara, almeno per il momento, gioisce. E gioisce perché da solo è riuscito a gestire e risolvere uno dei mali che affliggeva il paese. Ed era proprio Thomas Sankara, soprannominato il Che Guevara degli Africani, a insegnare ai Burkinabé (e non solo) quanto fosse importante divenire autonomi, poiché gli occidentali – che pretendono essere gli angeli custodi dell'Africa – sono parte del problema più che della sua soluzione: rappresentano, infatti, la malattia e al contempo la "cura" per chi, per disperazione, finisce con l’accettare gli aiuti del proprio carnefice.

Alberto Asor Rosa: “Renzi e Verdini preparano una destra autoritaria”


Intervista a Alberto Asor Rosa di Fabrizio D'Esposito
Il professore Alberto Asor Rosa, icona degli intellettuali di sinistra, è stato il primo a usare la definizione di mutazione genetica nel linguaggio politico. Accadde nella Prima Repubblica, con il Psi di Bettino Craxi. Trent’anni dopo la stessa metafora scientifica accompagna, nella vulgata giornalistica, il Pd renziano nel suo grottesco viaggio verso la destra peggiore di questo Paese, quella degli ex berlusconiani Denis Verdini e Angelino Alfano, futuri inquilini o alleati del Partito del la nazione.
Professore, che cosa sta diventando il Pd di Renzi?
«Un partito nuovo che non ha più una base di massa, rispon de al comando di un leader in contrastato e ha un gruppo dirigente conservatore di destra».
È una perfetta definizione accademica, senza fronzoli. Un partito di destra, nemmeno di centro.
«È un dato di fatto che l’attuale vertice del Pd ha escluso dal gruppo dirigente ogni erede della tradizione comunista, ma anche progressista o riformista. Sono tutti ex democristiani».

La vittima, il mandante, i complici, le vittime

di Luca Billi
Temo ricorderemo a lungo, e con sgomento, quello che è avvenuto in questi giorni nel nostro paese. Se non sapremo reagire – e sinceramente non vedo alcun segno di reazione, capace di mobilitare una nuova resistenza – probabilmente diremo ai nostri figli e ai nostri nipoti che abbiamo assistito al momento in cui il regime si è reso palese, manifesto, al momento in cui il regime ha gettato la maschera, non nascondendo più la propria capacità di violenza.
Saranno tante le meschinità di cui dovremo ricordarci. Io segnalo, ora per allora, l’articolo che Lorenzo D’Albergo – dobbiamo cominciare a fare i nomi dei congiurati e dei loro servi, a futura memoria – ha scritto per Repubblica il 7 ottobre scorso; lo cito non solo perché è un articolo fazioso – ce ne sono stati tantissimi su quel giornale, contro o a favore di molte persone, non sarebbe neppure questo il problema – ma perché volgarmente fazioso, orgogliosamente di propaganda.

Viaggio a Roma, la città delle case senza gente e di gente senza casa

di Roberto Ciccarelli
Porta di Roma è un astro­nave di cen­ti­naia di migliaia di metri cubi di cemento pre­ci­pi­tata a ridosso del Grande rac­cordo anu­lare. É un corpo com­patto che ha inglo­bato in costru­zioni ano­nime e gigan­te­sche ettari di agro romano. I par­cheggi, le rampe, i palaz­zoni sono una pro­ie­zione fisica dell’incubo di James Bal­lard: attorno allo shop­ping mall omo­nimo, il più grande d’Europa con più di 200 negozi tra cui svet­tano Ikea, Leroy Mer­lin, super­mer­cati e un cinema mul­ti­sala, sorge un quar­tiere con case par­zial­mente abi­tate, acqui­state a prezzi stra­to­sfe­rici quando l’urbanistica del centro-sinistra di Wal­ter Vel­troni e gli affari della giunta Ale­manno erano con­si­de­rate sino­nimi del pro­gresso, men­tre oggi sono lo sche­le­tro della volontà di potenza dei palazzinari.
Que­sta peri­fe­ria rac­conta il deserto di Roma dove la ren­dita si fa corpo in una città dove i valori immo­bi­liari sono così alti da essere inso­ste­ni­bili per la mag­gior parte della popo­la­zione, costretta a tra­sfe­rirsi nell’immensa peri­fe­ria metro­po­li­tana: Gui­do­nia, Anzio, Ardea, Net­tuno e Pome­zia.

All’Ikea anche gli operai hanno le istruzioni

di Marina Forti
È tutta una faccenda di slitte, di muletti retrattili e frontali, e di picker che si muovono tra giganteschi scaffali, di lettori ottici e codici a barre, e ovviamente di braccia umane. Il deposito di un’azienda della grande distribuzione è uno snodo per le merci che arrivano, sono smistate, riassemblate, spedite. Qui siamo nel deposito centrale dell’Ikea a Piacenza – un chilometro per 200 metri di superficie, alto come un palazzo di tre piani, circa 130mila metri cubi di capacità di stoccaggio.
Per la precisione, deposito centrale Piacenza 2: un capannone che non finisce più, mentre la vecchia cascina di mattoni rossi dall’altra parte della strada sembra rimpicciolire come i palazzi di Venezia quando gli si affianca una nave da crociera.
Insomma, per rendersi conto di cosa significa la “logistica” delle merci in Italia questo è il posto adatto: per innovazione tecnologica, per volume di traffico, per la ragnatela mondiale che implica, e anche per la stratificazione del lavoro (e dei conflitti sindacali) che mette in moto.

Un libro "contro" l'urbanistica

di Francesco Indovina
Franco La Cecla è un viaggiatore instancabile, un osservatore attento e ricco di una “sapere nomade”, che forte di una sua “ideologia”, lui lo negherà, passa a setaccio gli argomenti che di volta in volta affronta, oggi tocca all'urbanistica, o per meglio dire a quella che egli crede sia l’urbanistica (nell'argomentazione, ed è un aspetto apprezzabile, la sua tentazione è scandalizzare). Questo insieme di virtù e di difetti fa si che i suoi testi sono interessanti anche se irritanti, e che spesso la sua vis polemica lo porta a sbandare.
Per quello che conta, sono d’accordo con lui che la città è le persone che ci vivono (i “corpi” cari all'autore), infatti gli urbanisti insegnano che fare urbanistica significa occuparsi delle uomini e donne che in una città o in un territorio vivono.
Sono ancora d’accordo che spesso i “cittadini”, soprattutto se giovani, riescono a mutare il segno e il senso di alcuni spazi codificati. E se il concetto di “non luogo” all'autore non piace, e sono anch'io della partita, e quindi gli pare importante il caso del “non luogo” paradigmatico, come un grande parcheggio, che viene nella notte quando deserto da automobili, densificato di musica, di relazioni, di amori, di bevute. Una appropriazione che modifica il senso di quel luogo. Come anche l’occupazione politica di spazi che produco reazione.

Non ritiriamoci dai banchetti

di Paolo Fumagalli
Carissime iscritte e carissimi iscritti a Possibile, carissimo Pippo Civati, si è chiusa da qualche giorno la bella campagna referendaria da voi promossa e per cui voglio ringraziarvi. I meriti di questa campagna erano tanti, dall’importanza dei quattro temi oggetto dei quesiti all’idea che debbano essere gli elettori a scegliere, al ricordare ancora una volta che l’impegno e la partecipazione possono cambiare il corso degli eventi. Personalmente, ho sempre condiviso la proposta referendaria e sostenuto la sua urgenza, ho firmato e ho dato una mano a organizzare i banchetti e la raccolta delle firme. Non voglio commentare l’esito della campagna né mi interessano gli strascichi polemici; voglio invece sottolineare anch’io che i militanti e i cittadini che venivano a firmare hanno compiuto un piccolo miracolo: hanno fatto tornare la politica nelle strade e nelle piazze.
Ben fatto, e ugualmente giusto è stato restare in piazza per ringraziare chi ha partecipato alla campagna. Questa è esattamente la strada su cui dobbiamo andare avanti: dobbiamo continuare ancora con i banchetti e i gazebo, perché abbiamo ancora da fare in quelle piazze e in quei mercati.

Le mani sporche del sultano

di Tommaso Di Francesco
«È una strage di Stato, l’Akp ha le mani spor­che di san­gue», accu­sano la sini­stra kurda e i paci­fi­sti turchi.
Sì. E in tutta evi­denza a «sal­tare» con la fero­cia della strage di Ankara, a get­tare la maschera, è la dop­piezza del pre­mier Erdo­gan, il Sul­tano atlan­tico, verso la guerra regio­nale in corso. Con que­sta strage la guerra ai civili e ai paci­fi­sti entra, non più solo con la dispe­ra­zione dei pro­fu­ghi siriani, all’interno del grande Paese medio­rien­tale, non arabo e baluardo del fronte sud della Nato. Non sap­piamo chi riven­di­cherà il mas­sa­cro che ha visto la mano­va­lanza di due kami­kaze e dif­fi­diamo della ver­sione ufficiale.
Quel che appare evi­dente è la mano di un ter­ro­ri­smo ben orche­strato e dall’alto, che del resto ha già col­pito, nello stesso modo e sem­pre la sini­stra kurda e i paci­fi­sti, nel luglio scorso a Suruç. Ora pro­ba­bil­mente Erdo­gan coglierà l’occasione per ergersi a difen­sore della ine­si­stente lega­lità turca, magari con la dichia­ra­zione di uno stato d’emergenza che ha da tempo nel cassetto.

Per il mio popolo scendere in strada è l'unica soluzione

Intervista a Suad Amiry di Francesca Caferri
Suad Amiry risponde al telefono da New York, dove vive quando non è a Ramallah. Architetto e scrittrice, con i suoi libri (Sharon e mia suocera, Golda ha dormito qui, solo per citare due titoli, editi in Italia da Feltrinelli), è diventata una delle voci più note della società palestinese.
Signora Amiry, siamo di fronte alla terza Intifada?
"Negli ultimi due anni la situazione dei palestinesi è peggiorata, la vita quotidiana è diventata sempre più difficile. In questi mesi Gerusalemme è stata di fatto isolata: per noi andare a pregare è complicatissimo mentre i coloni ebrei sono riusciti ad entrare anche nella moschea di Al Aqsa. Le politiche di Israele hanno di fatto spinto i giovani per la strada: non c'è stata altra speranza. Questo è il vero problema, non cercare la giusta definizione per quello che sta succedendo".

Accordo di pace in Libia: cosa succede adesso

di Giulia Quercini
Il processo di pace in Libia può finalmente ripartire. La notizia è nota: dopo mesi di difficili negoziati le delegazioni riunite in Marocco hanno raggiunto un accordo sul nuovo governo di unità nazionale e sulla lista dei nomi dei candidati alla guida del Paese. L’annuncio è arrivato dal rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon. «Esprimiamo la nostra gioia perché c’è almeno una chance. Troppi libici hanno perso la vita, troppi bambini e troppe madri hanno sofferto. Secondo le agenzie Onu, circa 2,4 milioni sono in una grave situazione umanitaria. A tutti loro vanno le nostre scuse per non essere stati capaci di proporre prima questo governo», ha dichiarato Leon.
L’accordo dovrà passare adesso al vaglio dei due governi rivali che si contendono il potere nel Paese nordafricano: quello di Tobruk, affiliato alle milizie laiche del generale Haftar, primo Parlamento legittimamente eletto dalla caduta del dittatore Gheddafi e unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tripoli,autoproclamatosi legittimo la scorsa estate, di stampo islamista e affine alle posizioni della Fratellanza musulmana in Egitto.

Turchia, la linea del terrore

di Enrico Campofreda
Istituzioni e partiti turchi condannano la strage di Ankara, avevano stigmatizzato anche quella di Suruç, ma dalle indagini non era scaturito granché. Ipotesi d’infiltrazioni fra i manifestanti di miliziani dello Stato Islamico o dei Servizi, il casalingo Mıt e non solo. Ma chi vuole destabilizzare la Turchia? Con l’eccidio della capitale, che triplica il numero delle vittime rispetto alla precedente tragedia di luglio, l’obiettivo diretto sono: il partito della novità politica turca, l’Hdp, i suoi attivisti che s’affratellano e travalicano gli steccati del solo gruppo filo kurdo. E’ la fusione e il rinforzo che quella comunità e la sua questione ricevono con la creatura politica che li ha portati al 13% e con cui hanno bloccato il piano istituzional-autoritario della Repubblica presidenziale. Con la pratica del terrore diffuso avanza anche il disegno di riportare indietro la storia turca, farla riconvergere verso l’impossibilità di vivere la politica alla luce del sole, manifestando, riunendosi nelle strade e nelle piazze. Come accadeva all’epoca segnata dai golpe degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta quando la vita collettiva doveva subire il giogo dello Stato armato.

Il dibattito sul reddito base: aspetti politici, filosofici ed economici

di Daniel Raventós e Julie Wark
Il sostegno a un reddito base universale (definito qui [in inglese – n.d.t.]) sta crescendo. In Europa, ad esempio, la città di Utrecht sta per introdurre un esperimento che mira “a contestare l’idea che chi riceve soldi pubblici deve essere tenuto sotto controllo e punito”, per dirla con un responsabile di progetto del consiglio comunale di Utrecht. Nijmegen, Wageningen, Tilburg e Groningen sono in attesa del permesso dell’Aia per condurre programmi simili. In Svizzera sono state ottenute le centomila firme necessarie per indire un referendum su se i cittadini svizzeri debbano ricevere un reddito base incondizionato di 2.500 euro il mese, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. Il 16 giugno il governo di centrodestra della Finlandia, in cui il 79% della popolazione è a favore di un reddito base universale, ha mantenuto la sua promessa elettorale e ratificato l’attuazione di un “reddito base sperimentale”. Un recente sondaggio in Catalogna (dal 13 al 17 luglio) mostra che il 72,3% della popolazione (fondamentalmente con l’eccezione della destra e dei settori più ricchi) appoggerebbe un reddito base di 650 euro il mese e, contrariamente a un’affermazione fastidiosamente abusata, l’86,2% afferma che continuerebbe a lavorare se fosse introdotta la misura. Cosa più rimarchevole, l’84,4% dei disoccupati afferma che continuerebbe a voler lavorare.

Palestina, roviniamo lo spettacolo a Renzi (e Obama)

di Tommaso Di Francesco 
Da quando, era l’inverno del 1969, stam­pa­vamo volan­tini con il rap­pre­sen­tante di Fatah in Ita­lia Wael Zwai­ter, ucciso il 12 otto­bre del 1992 a Roma dal Mos­sad, la con­di­zione pale­sti­nese invece di miglio­rare è tra­gi­ca­mente peg­gio­rata. Nono­stante due Riso­lu­zioni dell’Onu con­dan­nino da quasi 50 anni Israele per l’occupazione mili­tare dei ter­ri­tori pale­sti­nesi. È peg­gio­rata per­ché nel frat­tempo l’occupazione mili­tare israe­liana è avan­zata, nel disprezzo do ogni accordo di pace. Quel popolo non ha più spe­ranza e stru­menti per opporsi all’avanzata degli inse­dia­menti colo­nici che hanno ridotto la terra della Pale­stina ad un alveare senza con­ti­nuità ter­ri­to­riale e quindi con una dif­fi­coltà a legit­ti­mare, anche sulla carta, il diritto ad esistere.
Pri­vato di ogni diritto, rele­gato nei ghetti dei campi pro­fu­ghi in casa pro­pria, guar­dato a vista dalle torre mili­tari dell’occupante, sepa­rato dal Muro di Sha­ron — il primo edi­fi­cato dopo il mitico crollo del muro di Ber­lino. E con una lea­der­ship ormai ina­scol­tata per­ché inca­pace di cor­ri­spon­dere alle aspet­ta­tive popo­lari.

Terrore di Stato in Turchia

di Giansandro M.
Senza andare troppo indietro nel tempo, un’altra bomba era esplosa il 5 giugno 2015, a Diyarbakir, poco prima che Selahttin Demirtas, co-presidente dell’Hdp, intervenisse di fronte a una piazza strapiena nel comizio di chiusura della campagna elettorale. Bilancio: quattro morti; oltre 400 feriti; cariche indiscriminate della polizia per sgomberare la piazza; lunghe ore di scontri con la popolazione scesa immediatamente in strada per rispondere all’orrore.
Eppure né quella bomba, né le violenze e gli omicidi commessi durante la campagna elettorale erano riusciti ad assicurare il successo al dittatore turco. Per la prima volta un partito curdo entrava in Parlamento, superando il più alto sbarramento al mondo (10 per cento!) e facendo saltare la maggioranza assoluta al partito di governo.

La Baviera contro Merkel: «Basta con i profughi»

di Jacopo Rosatelli
Sulla cosid­detta «emer­genza pro­fu­ghi» nel mondo poli­tico tede­sco è guerra di tutti con­tro tutti. Appa­iono lon­ta­nis­simi i giorni degli applausi ai migranti in arrivo alla sta­zione di Monaco: ora il clima è cam­biato, e il dibat­tito pub­blico gra­vita osses­si­va­mente attorno alla limi­ta­zione dell’afflusso dei richie­denti asilo. Un recente son­dag­gio della tv pub­blica Zdf regi­stra il muta­mento d’umore: la mag­gio­ranza dei tede­schi pensa che il Paese non possa fare fronte all’ingente massa di pro­fu­ghi (577mila nei primi 8 mesi del 2015). Vacilla l’«egemonia morale» che alcuni osser­va­tori si erano affret­tati a rico­no­scere alla Ger­ma­nia «uma­ni­ta­ria».
La can­cel­liera Angela Mer­kel è sotto attacco. I più sca­te­nati con­tro di lei sono gli ultra-conservatori di Alter­na­tive für Deu­tschland, che vogliono denun­ciarla per favo­reg­gia­mento dell’immigrazione clan­de­stina. Ma ciò che la disturba di più è senz’altro il «fuoco amico»: quello di set­tori del par­tito di cui è la lea­der, l’Unione demo­cri­stiana (Cdu), e quello del gover­na­tore della Baviera Horst See­ho­fer, numero uno dell’Unione cristiano-sociale (Csu), partito-fratello della Cdu nel ricco Land meri­dio­nale.

La polizia assedia le città a maggioranza Hdp, coprifuoco a Dyarbakir

di Carovana Rojava resiste
Sono pas­sate solo poche ore dalla strage di Ankara che a Suruç l’aria è già diven­tata irre­spi­ra­bile. Entriamo silen­ziosi al cen­tro cul­tu­rale Amara, dove lo scorso 20 luglio ebbe luogo la strage di 33 stu­denti e atti­vi­sti socia­li­sti che por­ta­vano aiuti a Kobane, per mano di un atten­ta­tore sui­cida dello Stato isla­mico. Le facce qui sono scure e pre­oc­cu­pate. Per molte e molti degli atti­vi­sti pre­senti le imma­gini della piazza della sta­zione di Ankara richia­mano alla mente tutte le sen­sa­zioni di quella mat­tina di luglio.
Solo poche ore fa ci tro­va­vamo a Diayr­ba­kir, dove in seguito agli scon­tri di ieri sera tra soste­ni­tori della sini­stra filo-kurda (Hdp), cit­ta­dini comuni e poli­zia ai mar­gini del quar­tiere Hasirli, è stato nuo­va­mente ordi­nato il copri­fuoco. Nes­suno può lasciare le pro­prie case dopo le sei di pome­rig­gio. Que­sta tec­nica è usata a sin­ghiozzo sem­pre più di fre­quente nelle grandi città del Kurdistan.

Solidarietà alle vittime e ai Curdi, le responsabilità di Erdogan

È terribile il bilancio dello spaventoso attentato di questa mattina alla manifestazione pacifista e curda nel centro di Ankara. Finora si contano 86 morti e 186 feriti. Si tratta di un atto feroce, non ancora rivendicato, una strage di manifestanti pacifici e pacifisti, il che lo rende ancora più orribile se possibile, scesi in piazza per chiedere la fine del conflitto con i Curdi del Pkk, che nel frattempo ha dichiarato la cessazione di ogni ostilità fino alle elezioni di novembre. Un’azione che destabilizza del tutto la situazione interna della Turchia, già pesantemente segnata dopo l’attentato di Suruc, ai confini con la Siria, che costò 30 morti il luglio scorso. 
Il presidente Erdogan è gravemente responsabile. Ha scelto di governare con i nazionalisti, ha spostato all’interno della Turchia la guerra in Siria, ai confini del paese, per colpire i curdi. Azioni sempre più gravi, condotte dall’esercito, che hanno portato a radere al suolo interi villaggi, come Cisre, in maniera identica a quanto avviene a pochi chilometri, in Siria.

Basta con una politica sanguinaria

Un centinaio di persone hanno perso la vita e molte di più sono state ferite in un’esplosione verificatasi ad Ankara, in Turchia, alla manifestazione che aveva come slogan “Contro la guerra, pace ora”. Questo attacco mira a terrorizzare non solo chi manifesta ma l’intera società. Gli assassini mirano a far sì che il nostro popolo si abitui al terrore e alla violenza. Il loro obiettivo è rendere le persone disperate e impaurite, così che non scendano più in strada.
L’attacco, chiunque l’abbia perpetrato è da ricondurre alle politiche sanguinarie del partito di governo, l’Akp, che vanno avanti da anni e che di recente hanno conosciuto un escalation. Gang islamiste reazionarie, favorite in particolare dall’ostilità contro la Siria, stanno ora tornando in Turchia, sapendosi garantite dal governo Akp. E’ noto che questi gruppi fanno parte delle politiche sanguinarie dell’Akp. Per anni, hanno agito come esecutori a beneficio dell’imperialismo e continuano questo ruolo in Turchia.

L’arte della documentazione anti-NATO

di Olivier Turquet
Il classico della strategia “L’arte della guerra” di Sun Tzu ha recentemente ispirato le opere di due famosi autori pacifisti italiani: Alberto l’Abate e Manlio Dinucci.
L’Abate parafrasa il grande autore cinese nel suo “L’arte della Pace” dove realizza una sintesi efficace delle strategie di internevo pacifista nonviolento che aveva già descritto nella sua vasta bibliografia.
“L’arte della guerra. Annali della strategia USA/NATO (1990-2015)” è invece una ragionata ed intelligente ricompilazione di quanto Manlio Dinucci ha scritto in libri e nei suoi articoli sul Manifesto nel corso degli ultimi 25 anni. Edito da Zambon, editore che, dalla sua sede tedesca, sta rimpinguando le sue edizioni in lingua italiana con volumi di grande interesse.

Strage ad Ankara, bombe sulla sinistra filo-kurda

di Giuseppe Acconcia
Almeno ottan­ta­sei vit­time e 186 feriti rac­con­tano una strage. La terza in quat­tro mesi a dila­niare la Tur­chia. E tutto que­sto solo per un cal­colo poli­tico: il voto del pros­simo novem­bre. Ma in verità c’è qual­cosa di più. Il soste­gno che le auto­rità tur­che hanno assi­cu­rato ai jiha­di­sti di Isis in Siria è chia­ra­mente sfug­gito loro di mano. Ora i ter­ro­ri­sti che sono in Tur­chia pos­sono fare quello che vogliono: anche col­pire nella capi­tale per ven­di­carsi dei raid russi in Siria.
Guar­dando le imma­gini della strage di Ankara che sono state cen­su­rate dalle auto­rità tur­che, insieme a blog, Twit­ter e Face­book di chi ha pro­vato a dif­fon­derle (sono mesi che i kurdi denun­ciano le policy filo-Ankara dei grandi social net­work), tor­niamo al cin­que giu­gno scorso quando era­vamo al grande comi­zio del lea­der cari­sma­tico della sini­stra filo-kurda (Hdp), Sala­het­tin Demir­tas, e due bombe sono esplose a pochi metri da noi ucci­dendo quat­tro per­sone nel quar­tiere Stadio.

Vienna, trema il bastione rosso

di Angela Mayr
Impos­si­bile entrarci, il grande ten­done dei social­de­mo­cra­tici (Spoe) instal­lato sotto la pro­pria sede accanto al Burg­thea­ter tra­bocca. Meno male, in Piazza Santo Ste­fano al comi­zio finale di H.C. Stra­che, il lea­der dell’estrema destra popu­li­sta sfi­dante del sin­daco in carica Michael Haeupl c’era meno gente. Ecco che arriva — ci infi­liamo nella tenda appresso a lui — accolto da stan­ding ova­tion. Sce­na­rio tutto in rosso, clima com­patto e com­bat­tivo: la posta in gioco sta­volta è altis­sima, a rischio è l’ultimo bastione rosso del paese, il modello Vienna, «isola mode­ra­ta­mente socia­li­sta in un mondo sem­pre più neo­li­be­ra­liz­zato» lo descrive l’editoriale di Armin Thur­n­her sul set­ti­ma­nale vien­nese Fal­ter, gover­nata dalla Spoe fin dal lon­tano 1918 (escluso il periodo 1934–45, dell’austrofascismo e poi nazi­smo). Un modello che limi­tando le pri­va­tiz­za­zioni ha man­te­nuto il con­trollo pub­blico su vasti set­tori «ser­vendo più al bene comune che all’egoismo dei sin­goli» scrive Thur­n­herr.
Argo­menti che nei media hanno tro­vato poco spa­zio. Haeupl, 66 anni, sin­daco da 20 anni ha scelto l’offensiva sul ter­reno sco­modo dei pro­fu­ghi caval­cato da Stra­che, tema che domina il dibat­tito austriaco da mesi, posi­zio­nan­dosi su una linea chiara e netta pro rifu­giati.

Nuova Intifada porta in strada i palestinesi d’Israele, cittadini di serie B

di Michele Giorgio
Gli israe­liani di Serie B sono scesi in strada. I pale­sti­nesi con cit­ta­di­nanza israe­liana, chia­mati arabo israe­liani, alzano la voce sull’onda dell’Intifada di Geru­sa­lemme. Da Naza­reth a Rahat nel Neghev, da Giaffa sulla costa a Umm el Fahem a ridosso della “linea verde” con la Cisgior­da­nia, migliaia di pale­sti­nesi israe­liani, in buona parte ragazzi, hanno sfi­lato e pro­te­stato, spesso scon­tran­dosi con la poli­zia. Scene che non si vede­vano dalla seconda Inti­fada. Non è solo soli­da­rietà con le ragioni della nuova (pos­si­bile) Inti­fada. È anche, se non soprat­tutto, una pro­te­sta con­tro lo Stato di Israele di cui si sen­tono parte solo sulla carta, che con­ti­nua a inqua­drarli come una esten­sione del “nemico pale­sti­nese” nei Ter­ri­tori occupati.
Una por­zione con­si­stente di israe­liani ebrei non nasconde di guar­dare ai cit­ta­dini arabi come a una “quinta colonna”, “tra­di­tori” pronti a fare il gioco del “nemico”. «E la poli­zia non manca di far­celo capire in que­sti giorni», ci dice Moham­med Kabha un gio­vane atti­vi­sta della zona di Ara-Araba, nella bassa Gali­lea.