
di Paolo Rossi
Le limitazioni alla presenza femminile nel mondo della ricerca scientifica ormai non sono più dovute se non in misura limitata a una carenza di motivazioni dovuta a un pregiudizio culturale. Dati statistici, indagini ed esperienze dirette dimostrano che il “soffitto di vetro” è oggi la causa più importante e più evidente della scarso accesso delle donne alle posizioni di maggior responsabilità nel mondo accademico e scientifico. La dinamica in corso, per quanto positiva, è ancora troppo lenta per poter produrre risultati realmente rilevanti entro i prossimi decenni. Questo fenomeno non è purtroppo una peculiarità nazionale: la situazione a livello europeo è quasi ovunque molto simile a quella italiana.
L’esperienza diretta, prima ancora di qualunque statistica, ci mostra la permanente esistenza di profonde barriere culturali che hanno indirizzato e continuano a indirizzare e condizionare le scelte di studio di molte donne, pur motivate all’acquisizione di competenze avanzate ed eventualmente interessate a un inserimento in professioni legate al mondo della ricerca teorica e applicata.
Esiste un’evidente attrazione verso determinati percorsi formativi, quelli che di questi tempi vengono comunemente identificati con le formule di “scienze umane” e di “scienze della vita”, mentre le donne appaiono tuttora in larga misura respinte da quegli ambiti di studio e di formazione che si caratterizzano per un più elevato contenuto tecnologico.
Non indagheremo in questa sede le origini storiche e sociali di questi orientamenti e non analizzeremo in dettaglio i limiti specifici della nostra formazione primaria e secondaria, che a loro volta condizionano le scelte successive, ma ci limiteremo a sottolineare che non si tratta comunque di un fenomeno universale, almeno nel mondo attuale, in quanto in molti Paesi sviluppati questa polarizzazione delle scelte è oggi assai meno marcata, se non addirittura quasi assente.
Per un’analisi più precisa di queste dinamiche ci vengono comunque in aiuto alcune statistiche.
Ci pare interessante confrontare la variazione della percentuale di ricercatrici universitarie nelle differenti aree disciplinari tra il 1980 e il 2015, tenendo conto del fatto che globalmente tale percentuale è passata dal 41% al 46%, per cui almeno a questo livello la presenza femminile, pur senza essere esattamente paritaria, non sembra soggetta a discriminazioni confrontabili con quelle presenti in altri contesti nazionali, come la politica e il management. Peraltro si deve notare che già a questo livello si assiste a una riduzione del reclutamento femminile rispetto agli esiti sostanzialmente paritari del dottorato di ricerca.
Ebbene, pur nel quadro di un complessivo miglioramento della presenza femminile, ci sono aree che, partendo da valori del tutto rispettabili nel 1980, hanno visto una vera e propria recessione, come l’area delle Scienze Matematiche e Informatiche, passata dal 56% del 1980 al 41% del 2015, e l’area delle Scienze della Terra, passata dal 39% al 32%. L’area delle Scienze Fisiche è ferma al 26-27%, mentre l’unico settore delle scienze “dure” in cui l’evoluzione ha un segno positivo è quello delle Scienze Chimiche, giunte da un già significativo 44% all’attuale 59%.
Nel mondo dell’Ingegneria il progresso è stato invece innegabile, ma non dimentichiamo che si è passati dal 12% al 22% per l’Ingegneria Industriale e dal 24% al 39% per l’Ingegneria Civile.
Assai diversa è la situazione nelle scienze della vita: la presenza delle ricercatrici nelle Scienze Biologiche è passata addirittura dal 60% al 65%, mentre nelle Scienze Agrarie e Veterinarie si sale dal 36% al 48%, e anche in Medicina dal limitato 26% del 1980 si è giunti all’attuale 42%.
Anche le Scienze Giuridiche sono progredite (dal 39% al 48%), mentre restano pressoché stabili le Scienze Economiche (dal 45% al 47%) e le Scienze storico-filosofiche (dal 51% al 52%), e si registra una (peraltro non preoccupante) discesa dal 67% al 62% nell’ambito linguistico e letterario. Questi dati sembrano indicare soprattutto, a nostro parere, un grave limite del nostro sistema scolastico pre-universitario e della sua capacità di orientamento. Che cosa tiene lontane da discipline come la Matematica, L’Informatica, la Fisica, la Geologia o l’Ingegneria le ragazze italiane, che pure non sembrano refrattarie nei confronti di studi altrettanto impegnativi anche sotto il profilo “tecnologico” come quelli di Chimica, di Biologia o di Medicina?
Tale fenomeno ha risvolti preoccupanti anche su un piano strategico, proprio in un Paese, come il nostro, che sta scontando una grave arretratezza rispetto agli altri Paesi avanzati e a quelli in via di sviluppo proprio nei processi di innovazione che coinvolgono in maniera sempre più importante lo sviluppo di competenze proprio in quei campi disciplinari che sembrano presentare minor interesse culturale (e in prospettiva professionale) per la maggioranza delle ragazze italiane.
Esiste sicuramente un’immagine pubblica di alcune scienze che, almeno in Italia, le rende meno attrattive di altre in una prospettiva (per così dire) di genere, ancorché tale mancanza di capacità di attrazione non appaia riconducibile ad alcuna identificabile differenza tra maschi e femmine.
Esiste tuttavia almeno un altro riconoscibile motivo che concorre ad allontanare le donne da determinate discipline: si tratta del feedback negativo derivante proprio dalla scarsa presenza femminile in quegli stessi ambiti. Se per alcune donne tale scarsa presenza può apparire come uno stimolo e una sfida, per la maggioranza è certamente un segnale di forte ostilità (e quindi di repulsione) da parte di contesti nei quali la preponderante presenza maschile lascia facilmente presagire anche livelli di competitività e di aggressività non facilmente accettabili proprio in un’ottica di genere.
Se andiamo a vedere nel dettaglio quali sono i sottosettori delle discipline sopra menzionate in cui la presenza femminile appare più specificamente ridotta, ci accorgiamo facilmente che si tratta proprio di quei settori in cui è prevalente il contributo (e quindi l’affermazione) individuale, mentre pur nell’ambito delle stesse scienze “dure” gli ambiti in cui sono più importanti i comportamenti collaborativi e il lavoro di gruppo è più facile che le donne riescano a trovare una collocazione, un ruolo e in ultima analisi un’identità scientifica.
Ovviamente questi stessi meccanismi agiscono non marginalmente nelle dinamiche di carriera. Diventa quindi cruciale comprendere (anche quantitativamente) come operano tali dinamiche, in quanto esse generano a loro volta quei meccanismi di inclusione ed esclusione che tendono a perpetuare il divario di genere e quindi a riprodurre nel tempo condizioni che, come abbiamo qui argomentato, possono contribuire pesantemente a tenere molte giovani donne lontane da un mondo della ricerca che, come del resto ogni altro contesto economicamente, socialmente e culturalmente rilevante, ha un bisogno assoluto di maggiore presenza femminile.
Questa lunga ma importante premessa ci porta a indagare in dettaglio quali siano le opportunità realmente offerte alle donne nel mondo della ricerca, e come tali opportunità siano andate evolvendo in Italia negli ultimi decenni.
La documentazione raccolta ci permette ormai di seguire con continuità l’evoluzione della presenza femminile, all’interno del quadro più generale della docenza universitaria italiana, a partire dalla riforma epocale del 1980 (quando furono istituiti i ruoli dei ricercatori e dei professori associati), con informazioni relative non soltanto al momento dell’entrata nei vari ruoli e al settore disciplinare di appartenenza, ma anche all’età d’ingresso e alla sede geografica. Non tutte queste informazioni mostrano correlazioni significative con il genere: ad esempio l’età media d’accesso ai singoli ruoli, mentre appare nel complesso in costante crescita nel tempo, non mostra tuttavia per i ricercatori una significativa differenza tra maschi e femmine. Come si può evincere anche dai grafici, per la fascia dei professori associati una piccola differenza in effetti esiste, ma soltanto durante gli anni Novanta il ritardo medio per l’accesso delle donne rispetto agli uomini ha visto valori prossimi all’anno; per l’accesso alla fascia degli ordinari invece la differenza di età è in media di circa un anno, e quindi non è del tutto trascurabile ma certamente non pare drammatica.
Sono certamente molto più significativi i dati riportati in Tabella, relativi alla presenza assoluta e percentuale delle donne nelle diverse fasce della docenza e soprattutto la loro evoluzione temporale. Se è indubitabilmente in atto un’evoluzione positiva, tanto più marcata quanto più si sale nella gerarchia accademica (la percentuale delle associate è passata dal 21% al 36%, e quella delle ordinarie dal 4% al 21%) almeno due osservazioni di fondamentale importanza emergono quasi naturalmente dall’analisi dei dati.
Si rinvia all’articolo originale disponibile nel sito del docente Paolo Rossi dell’Università di Pisa per i dati completi. In questa sede e si riportano solo i dati della Tavola base che indica la percentuale di donne tra chi ha il titolo di ricercatore, professore associato e ordinario dal 1980 al 2015. Nel 1980 le donne ricercatrici erano 5.037 (il 41%), nel 2015 sono 9.750 (il 46%); nel 198o le donne associate erano 2.473 (il 21%), nel 2015 sono 2. 249 (il 36%); nel 198o le donne ordinarie erano 331 (il 6%), nel 2015 sono 2.834 (il 21%).
In primo luogo appare evidente che il fenomeno del “soffitto di vetro” è ben lontano dall’essere superato, se a fronte di una quasi parità nell’accesso iniziale corrisponde un rapporto di poco più di uno a due tra femmine e maschi nel passaggio alla seconda fascia, e si scende addirittura a un rapporto di uno a quattro nella fascia degli ordinari, che resta la sede del reale “potere” accademico. Ma se questi valori fossero semplicemente imputabili alla lentezza dei processi sociali e del ricambio generazionale si potrebbe anche assumere un atteggiamento relativamente ottimista e pensare che i livelli attuali siano soprattutto l’effetto del gravissimo divario di partenza, e che dopo un tempo abbastanza lungo la tendenza alla parità potrebbe comunque affermarsi.
La seconda, e più preoccupante, osservazione riguarda però proprio il comportamento tendenziale, quale emerge da un’analisi dettagliata delle serie temporali. Mentre è evidente che nei primi anni del nuovo secolo, e in particolare dal 2000 al 2005, vi è stata una fase di significativa accelerazione del bilanciamento di genere nei processi di reclutamento e di avanzamento di carriera, non si può non rilevare che la crisi generale del reclutamento, che ha prodotto una riduzione del 20% della docenza universitaria di ruolo tra il 2009 e il 2015, ha avuto come corollario anche un brusco rallentamento del processo di riequilibrio.
Per capire esattamente che cosa stia accadendo prendiamo in esame le percentuali di reclutamento in ciascuna fascia, concentrandoci sull’ultimo decennio. Scopriamo allora che in ciascuna delle tre fasce la percentuale di reclutamento delle donne è rimasta sostanzialmente stabile per l’intero decennio 2005-2015, con valori che vanno dal 44% medio per la fascia dei ricercatori al 36% per gli associati e al 27% per gli ordinari. Dal momento che per le due fasce inferiori questi numeri di fatto coincidono con le percentuali complessive attuali delle due fasce, ciò implica che non ci si può più aspettare alcuna progressione, e che il moderato effetto di crescita osservato è sostanzialmente da imputarsi a una dinamica demografica che vede un maggior pensionamento di maschi a causa della loro maggior presenza nelle classi di età più anziane. Anche le percentuali relative al reclutamento degli ordinari non sono particolarmente incoraggianti, visto che la percentuale delle docenti in servizio non potrà mai in alcun modo superare quella delle docenti mediamente reclutate.
La prospettiva per cui prevedibilmente e per molti anni le cattedre universitarie di prima fascia saranno occupate da donne al più tanto nella misura del 27% ci dà una misura concreta e frustrante di come il fenomeno del “soffitto di vetro” sia una realtà da riferirsi non soltanto al passato e al presente ma anche al futuro del nostro sistema universitario e del mondo della ricerca italiana, che si concentra in larga misura nelle università.
Un ulteriore elemento di riflessione viene dal risultato di recenti analisi sistematiche condotte a partire dai dati relativi alle procedure di Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) che si sono svolte nel biennio 2013-2014.
Emerge con una certa evidenza il fatto che nella maggior parte dei casi la presenza di donne nelle commissioni di valutazione, lungi dallo stimolare un maggior numero di giudizi positivi nei confronti delle candidate, ha costituito addirittura un handicap negativo, da attribuirsi forse in misura significativa a una interiorizzazione dei modelli maschili di competizione da parte di docenti spesso anziane e che certamente hanno dovuto confrontarsi duramente con tali modelli per potersi a loro volta affermare fino ad occupare le posizioni apicali che attualmente detengono. Si deve pertanto ritenere che la prospettiva di un bilanciamento di genere nelle commissioni di valutazione, che era stata spesso auspicata con la speranza di favorire in tal modo un giudizio più equilibrato e meno (anche inconsciamente) preconcetto nei confronti delle candidate, non rappresenti in alcun modo una soluzione ai problemi che stiamo qui discutend
Può essere infine interessante effettuare una comparazione di questi dati con la situazione presente nei principali Paesi europei.
Paesi
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A
|
B
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C
|
D
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Totale
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UE 27
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20%
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37%
|
44%
|
46%
|
40%
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UE 15
|
18%
|
36%
|
43%
|
45%
|
39%
|
Germania
|
15%
|
21%
|
27%
|
41%
|
36%
|
Regno Unito
|
17%
|
37%
|
47%
|
46%
|
42%
|
Francia
|
19%
|
40%
|
30%
|
42%
|
34%
|
Spagna
|
17%
|
38%
|
49%
|
52%
|
45%
|
ITALIA
|
La Tabella (tratta da She Figures e riferita all’anno 2010) va interpretata tenendo conto del fatto che nella classificazione ormai internazionalmente accettata il grade A corrisponde ai nostri professori ordinari, il grade B ai nostri associati, il grade C ai nostri ricercatori di ruolo, ma anche a tempo determinato, e il grade D corrisponde alle figure post-dottorali e precarie presenti in tutti i Paesi. Anche se non aggiornatissimi, i dati riportati in Tabella mostrano che, almeno in questo campo, la situazione italiana non è (verrebbe da dire purtroppo) significativamente diversa da quella degli altri principali Paesi ed è anzi decisamente migliore di quella di nazioni come la Germania e la Francia. Sembra quindi che il cammino verso un pieno riconoscimento del ruolo e dell’importanza delle donne nella ricerca sia ancora pieno di ostacoli, e non soltanto a livello nazionale, mentre si deve ancora una volta ribadire che la perdita, anche parziale, della componente femminile, in un ambito che può legittimamente considerarsi come il principale fattore trainante dell’innovazione, costituisce un danno di portata strategica per l’intera società.
Bibliografia
ISTAT, Donne all’Università, Il Mulino 2001
F.Marzano, P.Rossi, Le dinamiche di reclutamento e di carriera delle donne nel sistema universitario italiano, ASTRID Rassegna 12 settembre 2008 n.77
M.Bagues e N.Zinovyeva, Donne che giudicano le donne. In cattedra, ingenere 10/02/2011 R.Frattini, P.Rossi, Report sulle donne nell’Universita’ italiana, Menodizero, Anno III, N.8-9, Gennaio-Giugno 2012
European Commission, She Figures 2013. Gender in Reseasrch and Innovation
C.Bosquet, P.-Ph.Combes, C.Garcia-Peñalosa, Gender and Competition: Evidence from Academic Promotions in France, SciencesPo. Economics Discussion Paper 2013-17
ANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2014
M.Bagues, M.Sylos-Labini, N.Zinovyeva, Do gender quotas pass the test? Evidence from academic evaluations in Italy, LEM Working Paper Series 2014/14
P. Rossi, Carriere femminili e sistemi di valutazione, 2014 (in corso di stampa)
Fonte: inchiesta online
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