di Samuel Boscarello
Nel coro di voci che gridano nel deserto della sinistra, si finisce quasi sempre per subire l’azione politica anziché esserne protagonisti. Se durante la guerra fredda guardavamo la realtà attraverso le lenti del marxismo, da quando l’Urss è caduta non sappiamo come correggere la naturale miopia storica di ogni individuo. E parliamo di venticinque anni, mica bruscolini, ragion per cui sarebbe anche ora di costruirci nuovi occhiali. Ma prima abbiamo bisogno di fare un esame della vista, ossia della realtà che si è modificata radicalmente attorno a noi mentre si consumava l’ultima grande offensiva del capitalismo al sistema sovietico.
Esaminando la questione da un punto di vista puramente economico, il neoliberismo è figlio dell’esigenza di superare i forti legacci statali che vincolavano le forze dell’impresa. Perché? Facciamo un passo indietro alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni si impose il modello dell’economia mista.
Essa era regolata da un forte settore pubblico e un welfare sviluppato, strumenti adatti a creare un ampio ceto medio che potesse stimolare la produzione. Il risultato furono i “trent’anni gloriosi”, l’epoca di maggiore redistribuzione della ricchezza che l’Europa abbia mai conosciuto. Poi vennero gli anni ‘70, e la crisi incrociata del dollaro e del petrolio inceppò questo meccanismo virtuoso.
Essa era regolata da un forte settore pubblico e un welfare sviluppato, strumenti adatti a creare un ampio ceto medio che potesse stimolare la produzione. Il risultato furono i “trent’anni gloriosi”, l’epoca di maggiore redistribuzione della ricchezza che l’Europa abbia mai conosciuto. Poi vennero gli anni ‘70, e la crisi incrociata del dollaro e del petrolio inceppò questo meccanismo virtuoso.
Come superare allora lo stallo della produzione? Ecco esplodere la globalizzazione frenetica! I lavori che richiedono scarsa specializzazione vengono man mano spostati al Terzo Mondo, dove un operaio può produrre molto per pochi soldi. Nei paesi industrializzati esplode il settore dei servizi, mentre l’industria dei consumi di massa sposta il suo baricentro: la New Economy ha superato la crisi dei Settanta con l’ennesimo strappo in avanti, verso la rivoluzione informatica che richiede grossi capitali e lavoro iper-qualificato (oltre che iper-selezionato). La finanza diventa l’astro nascente del sistema, sempre più dipendente da essa per nutrire il vorace stomaco dell’innovazione tecnologica: denaro senza patria e senza corpo, esattamente come le nuove imprese multinazionali e la rete internet che si diffonde capillarmente nel mondo. Tecnologia e finanza assottigliano le barriere nazionali, accentuando l’incapacità di regolamentare l’economia e spalancando le porte a speculazioni di ogni sorta.
La conseguenza? Una crescita lenta basata su uno sfruttamento inumano: dei paesi sottosviluppati, che diventano enormi serbatoi di forza lavoro o discariche in cui si consumano i peggiori crimini ambientali. Dei più deboli dei paesi occidentali, che devono fare i conti con la disoccupazione crescente e la distruzione dello stato sociale (si sa, le multinazionali richiedono imposte basse e la finanza pretende il rigore dei conti). Persino del ceto medio, perché in fondo i capitali invisibili che si quotano febbrilmente in borsa non producono nulla. Quando un broker acquista un’azione e la rivende trenta secondi dopo per speculare, cos’ha costruito? Solo castelli in aria. Nulla di utile per la società, nessun bene che possa migliorare la vita alla vasta maggioranza di piccoli impiegati, operatori dei servizi, lavoratori autonomi e specializzati, figli della mobilità sociale dei “trenta gloriosi”. Per giunta, gli speculatori producono sempre bolle finanziarie destinate ad esplodere in breve tempo: queste sono le scintille delle crisi economiche internazionali, che a loro volta producono altra povertà impossibile da riassorbire.
Insomma, questo sistema è segnato a crollare per mano delle sue stesse contraddizioni. Non è insostenibile solo socialmente, ma anche secondo una semplice razionalità economica. Insostenibilità di cui non si accorge la sinistra finta, quella della terza via alla Tony Blair: essa aderisce infatti ai dogmi liberisti (spacciandoli per “liberali”), con la scusa di rottamare la sinistra vecchia. La quale però dal canto suo non riesce a comprendere che le condizioni socio-economiche sono cambiate profondamente e dunque la lotta si sposta su terreni diversi. In pratica la prima nega che si debba combattere, la seconda vorrebbe farlo ma non sa dove e come.
Bene, a questo punto possiamo affermare che leggere tra le righe dell’economia è almeno il primo passo per capire una cosa fondamentale: l’anti-liberismo non è una tra le alternative possibili, ma lo sviluppo necessario per salvare la società occidentale da se stessa.
Fonte: Qualcosa di Sinistra

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