La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 18 marzo 2016

Donne tra quote e soffitti di cristallo

di Tania Careddu
Dei sessanta governi formati dopo il varo della Costituzione repubblicana, trentaquattro sono stati composti interamente da ministri (uomini). E sebbene quella Costituzione diede la possibilità alle donne di accedere a incarichi pubblici e di governo, ci sono voluti quasi trent’anni per avere almeno una donna all’esecutivo; si è dovuto attendere il 1993 per avere almeno un 10 per cento di deputate, il 2006 perché non si scendesse sotto questa soglia e l’insediamento del governo Renzi per festeggiare la parità di genere in parlamento.
E nonostante sia durata il tempo di uno scatto fotografico - visto che la presenza femminile è conteggiata sui soli ministri all’atto dell’insediamento e i calcoli non includono il presidente del Consiglio - bisogna ammettere che è quella con il più folto numero di donne, che arrivano a essere un terzo del totale.
Fino, però, a dimezzarsi in seguito alle successive nomine di viceministri e sottosegretari e ad arrivare, dopo il rimpasto del 28 gennaio di quest’anno, al 25,4 per cento. Eppure, secondo quanto si legge nel minidossier Trova l’intrusa, redatto da Openpolis, la corrente legislatura vanta il record storico di donne in parlamento.
Ma l’aumento percentuale della popolazione femminile alle Camere non è, di per sé, garanzia di parità di accesso alle massime cariche pubbliche. Tant’è che, a parte la terza carica dello Stato, la cabina di regia dell’attività legislativa, ossia la presidenza delle Commissioni permanenti, in entrambe le Camere, è appannaggio degli uomini in dodici casi su quattordici; nessun gruppo politico alla Camera è presieduto da una donna e solo da tre su venti al Senato; quattro su ventotto le donne che sono a capo di una commissione parlamentare; i tesorieri dei gruppi parlamentari sono tutti uomini. Dato che conferma la tendenza a escludere le donne da incarichi economici.
Un approccio che trova riscontro, anche, a livello regionale: scarseggiano negli assessorati che gestiscono corposi fondi e le deleghe al bilancio sono quelle meno affidate alle donne. Quella alla sanità, per esempio, che gestisce la grande maggioranza del bilancio, è guidata da una donna solo in una Regione su quattro. Gli incarichi più adeguati (?): istruzione e formazione professionale, assistenza sociale e cultura.
La carica in cui si nota una maggiore parità è quella di assessore, con una presenza del 35 per cento di donne, versus quella di presidente, due donne su dieci. Sono in minoranza nei consigli regionali, presenti al 18 per cento, e più visibili nelle giunte, con il 35 per cento. Maglia nera al Molise con zero donne in giunta e alla Basilicata con nessuna donna in consiglio. Parità in Emilia Romagna, Toscana e Marche. La più virtuosa, la Campania con i tre quarti di assessore (donne). Sullo scranno di governatore, solo due donne, In Friuli Venezia Giulia e in Umbria, mentre presidenti e vicepresidenti di consiglio regionale sono donne, rispettivamente, nel 14 e nel 13 per cento dei casi.
Ma la vera misura dell’accessibilità delle donne nelle istituzioni è data dalla loro presenza nella politica locale. Che svela: la loro difficoltà nel ricoprire ruoli apicali nelle amministrazioni comunali; la loro minore presenza nelle istituzioni di maggior prestigio; la più alta probabilità che accedano a incarichi politici tramite nomina del presidente o del sindaco piuttosto che attraverso il voto di preferenza; la loro presenza si riduce man mano che l’istituzione aumenta di importanza.
Quindi: i primi cittadini delle grandi città sono tutti uomini; nessun centro urbano con più di trecentomila abitanti è amministrata da un sindaco di sesso femminile, su centotto comuni capoluogo, quelli capeggiati da donne sono solo quattro - Alessandria, Ancona, Vercelli e Verbania -. Poi certo, maggiore è il comune, più grande è la quantità di assessore.
Bisognerà aspettare il 2017, quando tutti i consigli comunali si saranno rinnovati, per vedere se, con l’applicazione, estesa a tutti i comuni, della legge 215/2012, che ha introdotto la doppia preferenza di genere, la quota di donne nelle amministrazioni locali salirà.

Fonte: Altrenotizie.org 

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