La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 19 marzo 2016

La rivolta democratica

di Sandro Mezzadra e Mario Neumann
Blockupy, DiEM e 2025: Sulla possibilità di un’offensiva transnazionale
Niente è finito – se non i postumi della sbornia. Sei mesi dopo #thisisacoup la sinistra e i movimenti europei cercano una nuova strategia politica. A rappresentare la grande sfida è il bisogno di una sostanziale rifondazione che ecceda il contesto delle sollevazioni contro la politica di austerità nel Sud dell’Europa. Stupisce dunque poco che in questo momento si moltiplichino le assemblee e i congressi che allo stesso modo portano al centro il problema di una strategia europea della sinistra e del suo rapporto con la UE. A partire dalle diverse iniziative di Plan B o dall’iniziativa sindacale “Europa neu begründen”(Rifondare l’Europa) fino a DiEM25 e Blockupy emerge una nuova congiuntura delle questioni europee che sono state poste ancora una volta all’ordine del giorno non da ultimo dai conflitti riguardanti la Grecia e dall’estate della migrazione.
Mentre le questioni europee determinano senza dubbio il dibattito politico, purtroppo non si può parlare di un’attuale trasformazione in senso europeo o transnazionale della politica di sinistra. Al contrario osserviamo non raramente un abbandono dello spazio europeo che ha motivi e cause totalmente differenti, ma che in sintesi lascia dietro di sé un vuoto politico che deve essere colmato con urgenza.
La rinazionalizzazione e la localizzazione della strategia di sinistra e dei movimenti
Dal dibattito su una cosiddetta Grexit e dai nuovi nazionalismi della vecchia sinistra – che abbozzano un programma sulle questioni della sovranità (monetaria) nazionale e che con ciò non a caso prestano il fianco alle argomentazioni populiste di destra – non ci aspettiamo né una risposta adeguata alle sfide attuali, né un progresso per quanto riguarda i valori e le norme con cui la sinistra viene identificata. La sovranità nazionale non è una risposta né strategica né normativa alle molteplici crisi europee e globali del nostro tempo.
Mentre questo dibattito risuona principalmente nell’esercizio della politica professionale e nel mondo della sinistra tradizionale, vediamo un’ulteriore tendenza dell’allontanamento dallo spazio europeo: questa si ritrova in settori dei movimenti sociali e si è in qualche modo rafforzata attraverso le esperienze di solidarietà a favore dei rifugiati. Dagli straordinari movimenti di solidarietà pratica e dall’immediatezza della prassi locale si deduce un tendenziale abbandono da ogni iniziativa politica “astratta”. Questo ha tra le sue conseguenze un effetto difensivo: vale a dire un orientamento strategico verso il locale e l’immediato in cui la questione del potere che si pone ancora e urgentemente in Europa rimane irrisolta e perciò rimessa nelle mani dell’élite.
Al contrario, la nostra tesi è: dopo #thisisacoup e dopo l’estate della migrazione un’offensiva di sinistra e di movimento può essere solo ultra-europea.
Alla ricerca di una nuova offensiva
È chiaro: la violenta imposizione delle politiche di austerità e la presente congiuntura delle lotte attorno alla migrazione aprono una nuova fase del conflitto sull’Europa che esige nuove risposte. Ma queste risposte non possono essere la rassegnazione politica e il ritorno agli antichi modelli della politica di sinistra. La domanda resta quindi la stessa: Come può essere prodotto un nuovo quadro di riferimento europeo della resistenza e dell’offensiva?
Pensiamo che oggi più che mai si debba rifondare una strategia transnazionale che debba collegare reciprocamente, e contemporaneamente superare, i differenti piani dell’iniziativa politica. Tale relazione può stringersi attorno a una rivolta democratica in Europa. Questa deve implicare la dimensione dell’economia così come le questioni del rapporto dell’Europa con il suo “esterno”.
Non abbiamo risposte definitive e meno che mai un Piano X da offrire. Pensiamo anzi che si troveranno reali risposte solo nella prassi politica. Vorremmo piuttosto mostrare un orizzonte e una direzione verso cui secondo noi dovrebbe procedere la ricerca che comprende anche le questioni su come possano essere forzati i confini delle forme politiche di sinistra – dall’attivismo fino alla politica di partito. E con ciò è chiaro: si tratta di una ricerca collettiva, uno sforzo comune nell’invenzione di nuove forme, linguaggi e spazi. Due luoghi di tale ricerca sono per noi al momento Blockupy e DiEM. Da una parte sono progetti realmente esistenti a cui partecipiamo in differenti modi, dall’altra sono poli esemplari di un campo di tensioni politicamente produttivo che deve dispiegarsi ben oltre entrambi questi stessi progetti. Le riflessioni del nostro articolo si muovono all’interno di questo campo – nell’interazione tra una nuova forma di attivismo e l’attivazione all’interno della società civile di molte donne e uomini che per diversi motivi non vogliono e non possono essere attiviste/i.
È con il presente della “primavera greca” e dell’”estate della migrazione”, che intanto vorremmo iniziare. Ma prima di tutto vorremmo chiarire che – in opposizione a opinioni molto diffuse – entrambe le esperienze sottolineano la necessità di un’offensiva europea e non possono in alcun modo condurre a un ripiegamento unilaterale su strategie nazionali o locali.
L’Europa greca
In Grecia (così come in Spagna, Portogallo e Irlanda) abbiamo fatto esemplarmente esperienza di come la politica europea si addensi sul piano nazionale e abbiamo compreso che è effettivamente possibile contrastare questi processi con un’offensiva dal basso. In quanto a ciò la Grecia è un laboratorio della gestione della crisi – ma anche un laboratorio della resistenza.
L’escalation politica riguardo al referendum greco è stata caratterizzata inoltre dall’asincronia delle dinamiche sociali e dei rapporti di forze. Mentre in Grecia – dopo anni di rivolta, occupazioni di piazze e lotte quotidiane – il sistema di coordinate politico è mutato e ha prodotto un governo di sinistra (per non dire: di sinistra radicale), nel resto d’Europa si avvertiva molto poco di questa atmosfera quasi pre-rivoluzionaria (se si prescinde dai peculiari sviluppi nella penisola iberica). Già dopo pochi mesi, l’offensiva nazionale della sinistra greca era stata messa di fronte al proprio isolamento istituzionale e alla posizione difensiva della sinistra europea. E il dilemma decisivo della situazione – pur non ritenendo irrilevante domandarsi quali errori e la perdita di quali possibilità ha comportato la linea di Alexis Tsipras – si trova lì.
In questo momento ebbe luogo un tentativo – non certo il primo – di rendere transnazionale il confronto del governo greco con le istituzioni della Troika. Esemplare in questo senso è il percorso di Blockupy e la mobilitazione del 18 marzo davanti alle torri della BCE a Francoforte. Mentre le lotte greche influivano essenzialmente sui rapporti nazionali di forze – e per questa via traversa portarono alla ribalta europea la politica UE dei memoranda – i movimenti europei tentavano di inserirsi in questo scontro. Non c’è alcun dubbio: questa strategia politica è stata condizionata dalle circostanze. È però un fatto che il movimento europeo di solidarietà che ne è emerso non è stato in grado di spezzare l’isolamento istituzionale del governo greco; e che inoltre non è stato in grado di inaugurare un’offensiva oltre la geografia politica greca.
Oggi si può sostenere con certezza che questa costellazione politica è cambiata in modo radicale e che non costituisce più un ulteriore fondamento per un processo politico transnazionale. Un’iniziativa europea della sinistra e dei movimenti non può essere mantenuta in vita in modo esclusivo dai conflitti sociali nell’Europa del Sud. Da questo si può concludere che sia necessaria una rinazionalizzazione della politica di sinistra? A questa domanda si deve rispondere negativamente.
La chance della sconfitta
Così come è vero che il governo greco ha sottovalutato i rapporti di forze europei, è altrettanto sbagliato dedurne che il terreno europeo non sia stato il giusto teatro di questo conflitto. Ad aver prodotto la situazione greca erano pur sempre politici e rapporti di potere europei! La sconfitta greca è stata in realtà una sconfitta della sinistra europea e per questo rinvia alla necessità di un’offensiva continentale – e non alla necessità di una rinazionalizzazione della strategia di sinistra. Syriza rappresenta i limiti di un’offensiva nazionale e le debolezze della sinistra europea – e non i limiti dell’Europa come campo di lotta. Quanto più abbiamo visto in questi mesi il vero volto dell’UE, tanto meno oggi è pensabile un’offensiva di sinistra che attacchi la sovranità europea senza avere un carattere transnazionale. Nemmeno la costituzione autoritaria dell’UE è un motivo sufficiente per l’abbandono di un’iniziativa davvero europea – a meno che non ci si attenga ad un ristretto concetto di politica che si limiti a quella istituzionale.
Un ripiegamento strategico dallo spazio europeo verso un rinnovamento – alla fin fine difensivo – delle politiche nazionali senza un orizzonte europeo non è una risposta a questo problema. Non vogliamo contestare che la dimensione nazionale rappresenti un luogo importante per la pratica dei conflitti e delle rotture. Per non risolvere questi conflitti e rotture in modo semplicemente difensivo, è però assolutamente necessaria una strategia europea. E ciò non dipende solo dal fatto che l’organizzazione europea del potere deve essere effettivamente sfidata. Ha anche a che fare con il fatto che l’integrazione dell’economia e dei mercati sul piano europeo ha reso trasnazionale anche l’accumulazione della ricchezza sociale. Una lotta per la riappropriazione di questa ricchezza – come fondamento di ogni politica di sinistra – può in ultima istanza essere condotta con successo solo su questo livello. Naturalmente i successi del movimento greco sul terreno nazionale forniscono anche un’importante indicazione: la situazione delle lotte in Europa è profondamente eterogenea e le rispettive peculiarità nazionali e locali richiedono differenti risposte. Ma se queste risposte si arrestano sul livello nazionale, non sono in grado di attaccare il nocciolo del progetto neoliberale.
Riguardo a ciò, le lotte greche non hanno solo subito una sconfitta, hanno anche dischiuso una nuova dimensione dell’aperta lotta per l’Europa. È un fatto indiscutibile che l’architettura del potere europeo sia stata politicizzata in una misura inedita. L’esistenza celata e l’intangibilità del dominio europeo sono state superate e hanno lasciato spazio ad un nuovo quadro in cui i poteri politici ed economici hanno nomi e indirizzi al di là degli Stati nazionali. Le élites europee sono state trascinate via dalle stanze sul retro che si trovano a Berlino, Francoforte e Bruxelles e sono state esposte alla luce del pubblico dominio. In questo senso si può certamente dire che la primavera greca è stata non solo una sconfitta per la sinistra europea, ma che ha anche prodotto una nuova possibilità per un’iniziativa politica transnazionale – un’iniziativa che non si deve più fondare prendendo la strada dello Stato nazionale, bensì che si possa definire e si radicalizzi direttamente sul terreno europeo.
La costituzione europea, la questione della democrazia è divenuta in questo modo un tema popolare. La crisi della rappresentanza si è estesa efficacemente ai meccanismi e alle istituzioni della UE. Se ne arguisce immediatamente oggi la questione democratica europea (come da non ultimo mostra il grande interesse per la fondazione di DiEM25) che si impone in una situazione caratterizzata da una profonda crisi e da un radicale mutamento della costellazione europea del potere; e si presenta perché nel conflitto greco è diventato evidente che esso era in realtà un conflitto immediatamente europeo. E lo stesso vale per le lotte della migrazione e per la politica delle migrazioni e dei confini, che ha raggiunto un nuovo apice immediatamente dopo la “soluzione” della crisi greca.
Il movimento dei rifugiati e la politica della solidarietà
Passiamo allora, come annunciato, a quest’altro scenario delle lotte attuali, che molti si ostinano a considerare del tutto indipendente dalla crisi greca: dal punto di vista dei movimenti sociali possiamo infatti dire senza esitazione che gli ultimi mesi non rappresentano in alcun modo una fase di rassegnazione o di sconfitta. Piuttosto abbiamo conosciuto un movimento di migranti e dei rifugiati, dei loro sostenitori e delle loro sostenitrici che nel suo apice durante l’estate delle migrazioni ha temporaneamente rovesciato in solo pochi giorni l’architettura della chiusura europea. Un movimento quindi che non era solo una “mobilitazione”, che ha invece davvero conquistato e reso possibile qualcosa per centinaia di migliaia di persone: dall’attraversamento dei confini fino all’approvvigionamento di abiti, cibo e aiuto medico. Ha riportato un reale successo. Ed è stata una sollevazione transnazionale nel migliore dei sensi (per quanto abbia anche impronte e differenze nazionali): superando tutti i confini. Questo ce l’hanno insegnato gli stessi migranti e rifugiati, attraverso i loro movimenti e le loro lotte, che hanno sfidato lo spazio europeo in quanto tale.
Non è stata però solo la risolutezza dei rifugiati ad averci stupito e ad averci fatto sperare. Sono state anche le innumerevoli sostenitrici e gli innumerevoli sostenitori, le molteplici reti e luoghi di solidarietà emersi in modo inaspettato senza i quali già oggi non è possibile pensare il nostro sistema politico di coordinate – sia esso in Germania, in Ungheria o in Grecia. La dedizione non convenzionale e inesauribile di centinaia di migliaia di persone è un fenomeno certo spontaneo ma per niente inspiegabile.
È un segno distintivo delle lotte degli ultimi anni che i momenti di insorgenza non si determinano attorno a programmi politici, ma piuttosto attorno a luoghi di incontro sociale di solidarietà vissuta. Creare il comune, rendere possibile un’altra soggettività è sempre anche e in prima linea una questione di relazioni sociali reali; qualcosa che ha luogo nella quotidianità e davanti alla propria porta e che deve quindi sempre avere anche una forma “locale”. La solidarietà – come invece spesso si sostiene – è tutt’altro che apolitica: essa mette in questione l’isolamento del destino individuale così come la separazione tra “noi” e gli “altri” e dà, sul piano della quotidianità, una risposta vissuta alle divisioni nazionalistiche e razziste. Nella solidarietà pratica e vissuta si trova un concreto momento utopistico. L’estate della migrazione ci ha mostrato che c’è sempre un’alternativa se gli uomini e le donne si uniscono. La generalizzazione di questo momento oltre la condizione di eccezionalità e dei rifugiati non accade certo automaticamente, in modo lineare. È tuttavia tutt’altro che un caso se molte strutture di solidarietà in Grecia (a cui tutti noi guardiamo da anni) hanno la propria origine allo stesso modo nel contesto della solidarietà con profughi e migranti.
I confini dei quartieri
Così come dalla “capitolazione” del governo greco non si può dedurre che un’iniziativa politica debba ritornare a centrarsi attorno allo stato nazionale, altrettanto le esperienze dell’estate della migrazione non devono spingerci a elevare il locale a luogo esclusivo di una strategia di movimento. Dobbiamo invece domandarci com’è possibile produrre un legame organico tra la prassi locale (con la sua eterogeneità) e un’iniziativa politica transnazionale. Ciò è necessario per incrementarne l’efficacia e per generalizzare il comune al di là dell’esperienza immediata. Non si tratta del problema della “politicizzazione” nel senso tradizionale del termine – pensiamo piuttosto che ci sia bisogno di un processo di mutua stimolazione. Come possono essere tradotti il “comune concreto”, le nuove relazioni sociali in un’iniziativa politica transnazionale, in un “comune astratto”?
La questione del superamento produttivo dell’orizzonte locale non si pone tuttavia soltanto per via della potenziale grande efficacia di un’iniziativa politica che superi lo spazio del locale. In modo provocatorio e volutamente enfatico, possiamo sostenere che in Europa la dimensione locale non esiste più. È ciò che le iniziative di solidarietà per le/i rifugiate/i e le/i migranti apprendono in ogni quartiere delle città quando si confrontano da un lato con le ripercussioni e la crisi della gestione europea dei confini e dall’altro con movimenti migratori che di punto in bianco, in modo drammatico e potente, impongono dall’“interno” il problema del rapporto dell’Europa con il suo “fuori” – è la grande questione post-coloniale che in questo modo si pone anche in Europa! Ma quanto detto contrassegna anche l’esperienza di ogni amministrazione municipale di sinistra, che è costretta a confrontarsi con poteri e limiti le cui basi superano ampiamente qualsiasi dimensione “locale”.
Per quanto possa suonare bizzarro: prima o poi anche le lotte che si presentano come locali cozzano contro il problema di una strategia europea – a meno che non si riducano interamente alle questioni che si risolvono effettivamente nello spazio locale e che lasciano quindi inviolata l’architettura di gestione della crisi e della migrazione. Né la sconfitta del governo greco, né il successo delle iniziative locali possono quindi mettere in dubbio la necessità di un’offensiva a livello europeo. Al contrario: rendono questa necessità più che mai urgente!
Locale, nazionale, transnazionale: campo di battaglia Europa
Riassumiamo: lo sviluppo di un orizzonte europeo delle lotte si trova di fronte a molte sfide. Tale orizzonte deve organizzare politicamente il significato centrale del piano europeo, colmare la frattura tra l’esperienza “reale” di solidarietà quotidiana e una costruzione politica “astratta” e trovare una risposta all’eterogeneità delle lotte sociali che sia adeguata e che allo stesso tempo risponda all’omogeneità dei processi transnazionali neoliberali.
Ma come possono essere superati con successo i confini oggettivi delle lotte locali e nazionali? Evidentemente, la risposta a queste domande non può comportare l’omogeneizzazione dei movimenti o l’ignoranza di fronte all’estrema frammentazione dello spazio europeo.
Politicizzare concretamente la frattura tra l’eterogeneità delle lotte e della dimensione europea è piuttosto il compito fondamentale nella situazione attuale, che inoltre è caratterizzata da una crescente frammentazione geografica. Proprio di fronte a questa eterogeneità e frammentazione, la dimensione europea rappresenta come sempre il punto essenziale di cristallizzazione, per affrontare adeguatamente l’organizzazione del comando che domina e struttura la nostra vita. E in questa dimensione – che apparentemente si presenta un compito complesso e “astratto” da attraversare – ci scontriamo con le radici dei nostri problemi concreti e quotidiani. È il regime europeo di gestione della crisi che determina e pervade la nostra quotidianità.
È quindi sulla dimensione europea che si deve inventare e istituire in prospettiva un potere collettivo capace di trasformare le condizioni materiali della nostra vita quotidiana, unitamente a un nuovo sistema di contropoteri per articolare e stabilizzare questa trasformazione. Come possiamo farci un’idea di tale invenzione, in quale direzione deve procedere la ricerca di un tale progetto?
La rivolta democratica
Pensiamo che le rivolte degli ultimi anni – sia nello spazio arabo sia in quello europeo – mostrino una direzione inequivocabile su quale possa essere l’aspetto di un’articolazione politica comune di differenti lotte e iniziative sociali. Un antagonismo sociale si articola oggi in Europa attorno alla questione della democrazia.
Ma che cosa significa oggi democrazia? Può la rivendicazione di democrazia essere ridotta a una questione di procedure formali, di garanzie costituzionali e di rappresentanza politica? Parlare di una rivolta democratica in Europa implica che essa possa esaurirsi nella speranza di una democratizzazione dell’UE? Pensiamo che non sia in alcun modo così. In Europa oggi lo svuotamento della democrazia rappresentativa sta assumendo forme particolarmente drammatiche. Ciò non significa che la rappresentanza politica e che le elezioni non possano più costituire un campo di battaglia rilevante (ricevendo anzi in modo paradossale un nuovo significato politico). Ma l’esperienza greca così come l’esperienza di una grande città come Barcellona dimostrano che la conquista di un governo nazionale o municipale produce una situazione in cui le istituzioni rappresentative si scontrano immediatamente contro i limiti della loro possibilità di azione. La questione democratica si pone oggi attorno e contro questi limiti.
Ciò significa che oggi la democrazia può essere compresa solo come eccedenza, come superamento di queste istituzioni sia dall’interno che dall’esterno. Si tratta di un processo molteplice e in sé conflittuale per la loro democratizzazione. Intesa in questo modo, la combinazione di attori e forme (sia istituzionali sia extra-istituzionali) eterogenei è la condizione decisiva per porre in modo innovativo ed efficace la questione democratica. Questa necessaria peculiarità ibrida corrisponde a una condizione in cui la tradizionale divisione del lavoro tra partito, sindacato e movimenti sociali è stata messa radicalmente in discussione dalle nuove forme dello sviluppo capitalistico. A essere messa in discussione e sfidata non è solo la rappresentanza politica del “popolo”, ma anche la forma specifica della rappresentanza della “classe operaia”, che ha sorretto lo sviluppo e l’espansione della democrazia nell’epoca del fordismo e dello Stato sociale.
Democrazia e lotta di classe
Attraverso l’esproprio politico di importanti parti del lavoro odierno (a partire dalle/dai migranti fino alle/ai precarie/i), attraverso la frammentazione dei contratti di lavoro e la compenetrazione della cooperazione sociale da parte del capitale finanziario, il rapporto tra capitale e lavoro appare sempre più sottratto a ogni mediazione democratica. Una ri-politicizzazione di questo rapporto è la condizione materiale per una “reinvenzione democratica”. In questo senso si può dire che la questione democratica si accompagna con il problema di una nuova articolazione politica della lotta di classe. Le rivolte e le lotte degli ultimi anni non hanno avuto bisogno di alcuna sofisticata teoria per cogliere intuitivamente questa connessione.
Questo nesso tra democrazia e lotta di classe indica la necessità di combinare la formazione di maggioranze e coalizioni sociali con il conflitto e con le rotture che sono inevitabili per poter creare nuovi spazi per il comune. Se si parte da un tale modello di coalizione sociale si può iniziare a porre su un’altra base la questione di una strategia europea della sinistra e dei movimenti. La dimensione europea non è astratta e la strategia europea non può essere ridotta all’organizzazione di campagne o di giornate di azione europee. Queste sono strategicamente importanti come sempre, ma devonoessere poste nel contesto materiale di una strategia europea che si articoli su una molteplicità di livelli.
Una campagna europea
Una strategia europea della sinistra e di movimento deve essere in grado innanzitutto di rilevare la dimensione europea delle esperienze e lotte locali e di interpretarle politicamente. La produzione di risonanze, che vada oltre la semplice connessione in rete – a partire dallo scambio sistematico di conoscenze ed esperienza fino alla reti di “città ribelli” – può costruire la base per delle campagne europee comuni, dietro alle quali si trova la materialità della politica quotidiana e che per questo possono essere capace di confrontarsi direttamente e in modo efficace con le istituzioni europee. La forma politica capace di coordinare queste campagne non esiste, deve essere inventata! Altrettanto importanti sono, da questo punto di vista, le iniziative locali e la loro coordinazione, altrettanto poco tale coordinazione può emergere dalla loro semplice giustapposizione. Non abbiamo da proporre alcuna soluzione a questo problema, ma vogliamo insistere con forza sulla necessità di questa ricerca di una rinnovata forma politica. I differenti progetti transnazionali come Blockupy e DiEM25 sono per noi luoghi di una tale ricerca.
Blockupy e DiEM25 (come relazioni esemplari tra attivismo e società civile) contrassegnano i poli di un campo di tensione dentro il quale la questione democratica può nuovamente essere posta in Europa – nella prospettiva di una rivolta democratica in cui altri attori (sia locali sia nazionali ed europei) devono giocare ruoli essenziali. L’orizzonte temporale di DiEM25, quindi una prospettiva verso i prossimi dieci anni ci sembra tanto corretta quanto deve contemporaneamente essere chiaro che non si deve dare alcun protesto per prendersela con calma. La questione delle/dei rifugiate/i e delle/dei migranti rappresenta a questo riguardo la sfida e il compito attualmente essenziale rispetto a cui si deve misurare la produttività di un’iniziativa europea. In questo caso siamo di fronte a un movimento sociale polifonico e realmente esistente, che contemporaneamente (e in modo radicale, postcoloniale) pone il problema della nuova qualità della convivenza sociale nelle nostre città così come quello del rifiuto della guerra ai e oltre i confini d’Europa. In questa maniera si pone la questione della giustizia globale – che implica anche “le cause della fuga”, lo “stile di vita imperiale” o la politica estera europea – immediatamente nelle metropoli, nelle quali i confini d’Europa vengono superati (e continuamente ri-tracciati) ogni giorno.
Una campagna europea nel campo di tensione tra le pratiche radicali degli attivisti e la protesta della società civile potrebbe creare le condizioni per fondare un’offensiva politica dalla solidarietà e dalle lotte delle/dei rifugiate/i stesse/i. Sulla base delle esperienze e delle proposte esistenti può essere formulato un programma di obiettivi e provvedimenti concreti riguardo le questioni della libertà di movimento, del diritto alla città, dei diritti sociali e dei confini europei. La formazione di coalizioni cittadine, giornate di azione nelle città e alle frontiere, mobilitazioni regionali e nazionali possono offrire l’opportunità di articolare l’organizzazione della resistenza con un’offensiva che si ponga immediatamente sul terreno della rottura costituente. Ciò significa che l’obiettivo di una tale campagna non deve essere semplicemente il coordinamento della resistenza, bensì il suo scopo deve essere la riproduzione dei contenuti “positivi” delle lotte già esistenti e delle esperienze di solidarietà, la condensazione in un immaginario e, ancora, nelle prime istituzionalizzazioni di un’altra Europa in divenire. Organizzare una giornata di azione europea a Berlino dopo una campagna di questo tipo sarebbe sicuramente un modo tutt’altro che astratto di imporre la questione europea nelle piazze!
Crisi multipla dell’UE e il ritorno della nazione
Diciamolo chiaramente: una nuova iniziativa europea delle lotte è necessaria in modo urgente. Ci troviamo in una condizione in cui la UE, per via del concatenamento di una molteplicità di crisi, vive un processo di profonda frammentazione. Si parla non senza motivo di una tendenza alla sua disintegrazione. È un fatto che l’UE, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni, è di fronte ad una crisi “esistenziale”. L’assenza di unità e la mancanza di un piano da parte delle classi dominanti appaiono chiaramente attorno alla questione della ristrutturazione del regime di controllo dei confini, ma anche sui prossimi passi verso l’integrazione. Nel frattempo emergono nuove fratture e quelle già esistenti diventano più profonde: non solo quelle tra il nord e il sud, ma anche quelle tra l’est e l’ovest o il conflitto riguardante la Gran Bretagna.
Questo è lo scenario in cui nuove e vecchie destre si rafforzano in molti paesi europei e mettono sotto pressione i poteri stabiliti, sia nazionali sia europei. In nome della sovranità nazionale e del “popolo” la questione democratica viene in questo modo travisata in senso nazionalistico e neutralizzata politicamente. Sembra che sia nuovamente suonata l’ora delle nazioni. Con un ulteriore approfondimento del processo di ri-nazionalizzazione l’Unione Europea cambierebbe sicuramente in modo profondo. Ma questo processo non mette in dubbio il nocciolo neoliberale delle politiche europee. Esso allude piuttosto all’emergere di nuove combinazioni di neoliberalismo e nazionalismo, destinate a determinare un’ulteriore gerarchizzazione e impoverimento delle società europee, mettendo in campo nuove, violente forme di disciplinamento sociale e aprendo spazi per ancor più razzismo, paura, emarginazione e spaccatura sociale.
Contro tutto questo dobbiamo lottare e ribellarci a livello europeo. Certo il piano nazionale resta un terreno importante di iniziativa politica, nondimeno deve essere chiaro che nessun Piano B di sinistra può avere successo in Europa restando all’interno dello Stato nazionale. Sviluppi politici nazionali possono essere parte di una nuova strategia di sinistra – ma solo se pongono immediatamente la questione europea, cioè se puntano a produrre una rottura a livello continentale. Così come nel caso del potere transnazionale del capitale finanziario, altrettanto poco le forze del nazionalismo e del fascismo possono essere estirpate alla radice di una politica nazionale (ma anche da una tradizionalmente “internazionalistica”). Qualsiasi tendenza della sinistra versa la ri-nazionalizzazione accresce queste forze – come pure la formazione di una socialdemocrazia nazionalistica e autoritaria, come quelle che abbiamo oggi di fronte, sia pure in diverse forme, in Francia e in Germania.
Sotto il cielo dell’interregno
Viviamo in un tempo che da molti, riprendendo Gramsci, viene definito attraverso la categoria di “interregno”. L’interregno è caratterizzato da specifici rischi, ma anche da una costitutiva apertura. Pensiamo che sia in questa condizione che la questione democratica, così come l’abbiamo descritta qui, costituisce il campo di lotta decisivo in Europa. Abbiamo cercato di mostrare che tale questione non può più essere né posta né risolta nell’ambito della dottrina e della prassi tradizionale della democrazia rappresentativa e tanto meno nell’ambito di una politica tradizione di sinistra (sia essa “radicale” o “riformista”).
Attraverso l’accenno alla combinazione di democrazia e lotta di classe abbiamo sottolineato e qualificato il necessario “lato di movimento” di ogni invenzione democratica in Europa (e abbiamo anche mostrato che il soggetto di questo movimento non può essere un “popolo” già costituito). Per dirlo in parole semplici, democrazia oggi significa la formazione di un potere collettivo che sia in grado di trasformare la nostra vita comune nella direzione dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà. Ciò non è possibile senza lotte e mobilitazioni sociali, senza una “rivolta democratica”.
La vera questione del potere con cui oggi ci confrontiamo consiste nella proiezione di questa combinazione di lotte sociali, costruzione ed esercizio di potere collettivo sulla dimensione europea. La necessaria iniziativa europea deve svilupparsi sullo sfondo di questa questione – dentro e fuori l’Europa, dentro e contro la UE, nei parlamenti e per le strade. Solo una molteplicità di rotture e di alleanze, l’invenzione di nuove forme politiche – in una molteplicità di luoghi di ribellioni intensificate contro il neoliberalismo e il nazionalismo – possono creare le condizioni per dei successi sul livello europeo. Nel tempo dell’interregno il campo di tensione tra attivismo e polarizzazione della società civile offre il quadro per la formazione di un blocco europeo che deve poi necessariamente articolarsi sui diversi livelli dell’iniziativa politica. Un blocco che nelle sue molteplici forme di manifestazione ha un obiettivo unitario: l’apertura di un’offensiva contro il regime neoliberale della paura, della disperazione e dell’isolamento in Europa. La condizione prima di una tale strategia politica rimane però, come da sempre, la disobbedienza ribelle. Senza rivolta, alcuna strategia.

Traduzione di Giulia Valpione
Fonte: Euronomade.info 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.