La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 10 marzo 2016

Matrimonio e unioni civili: tertium non datur?

di Flavia Monceri
Sono in molti a concordare sul fatto che la legge sulle ‘unioni civili’, come si è venuta configurando a partire da un dibattito pubblico e politico che – in verità – è stato ed è poco informato e consapevole, non sia un granché, e non lo sarà neppure dopo essere stata approvata dalla Camera.
E questo non tanto in relazione a quelle disposizioni, poi espunte dal testo approvato, su cui si è maggiormente concentrata l’attenzione della politica e dei mezzi di informazione, quanto per la discrasia tra le ipotesi cui si è inteso dare riconoscimento giuridico, più o meno adeguato a seconda dei punti di vista, e la realtà del presente che si mostra certo più varia e almeno apparentemente poco nota sia al legislatore che al dibattito pubblico.
Tenendo presente ciò, personalmente trovo persino ironico definire ‘unioni civili’ questo tipo di unioni, che sono ‘nuove’ soltanto per il diritto, perché nei fatti sono molto più antiche e da sempre coesistenti con le varie forme di ‘matrimonio’ che si sono susseguite nei secoli.
Infatti, se è ancora permesso giocare sui doppi sensi linguistici, scegliere di definire ‘civile’ un’unione che si vorrebbe subordinare al matrimonio ‘naturale’ è certamente una mossa che aspira a essere vincente, in quanto vuol limitare il riferimento al solo ‘riconoscimento’ socio-politico e non anche ‘etico-morale’, ma certamente a partire dall’espressione ‘unioni civili’ qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che esse lo siano anche nel senso di ‘al passo con la civiltà’.
Comunque sia, la contrapposizione fra ‘matrimonio’ come standard legittimo e socialmente, moralmente e politicamente accettato della convivenza fra (due sole) persone di sesso opposto e ‘unioni civili’ come almeno parziale tentativo di rottura di quello standard attraverso un riconoscimento, sebbene gerarchicamente subordinato, anche delle forme di convivenza fra (due sole) persone dello stesso sesso è l’unico aspetto che sembra sia riuscito a catalizzare l’attenzione, dimenticando tutto il resto.
In questo breve commento, vorrei allora soffermarmi proprio su questo ‘residuo’ che invece non è ancora riuscito a diventare abbastanza visibile da meritare almeno un riconoscimento di tipo meramente nominalistico, sebbene a esso corrispondano una miriade di possibili forme di convivenza che esistono nei fatti, vale a dire nella vita quotidiana di tutti quegli individui concreti che scelgono di ricorrere a forme ‘altre’ di regolazione pragmatica dei rapporti sessuali, affettivi, sentimentali e di ‘organizzazione’ del proprio ‘vivere insieme’.
Come peraltro era prevedibile, infatti, restano ancora una volta ai margini del dibattito pubblico generalizzato gli individui intersessuali, transessuali e transgender ossia quelli per i quali risulta difficile l’assegnazione alle dicotomie di sesso (maschio/femmina) e di genere (uomo/donna) attualmente ancora dominanti.
Parlare di matrimonio fra persone di sesso opposto o di unione civile fra persone dello stesso sesso sarebbe in questi casi piuttosto difficile, e ciò costringerebbe a ripensare prima di tutto le categorie d’identificazione sulla base delle quali le ‘forme’ di convivenza vengono di volta in volta costruite.
Inoltre, rimangono fuori anche le persone che rifiutano d’identificarsi e di essere identificate in quelle dicotomie, sebbene a prima vista possano senz’altro rientrare nello ‘standard’ dell’individuo ‘abile ed eterosessuale’.
. Dal punto di vista delle forme di convivenza, invece, sono escluse dal riconoscimento, fra le molte altre, ad esempio tutte quelle che prevedono un numero di partner maggiore di due, come nel caso del poliamore, della poligamia e della poliandria.
L’opposizione ‘matrimonio’/‘unioni civili’, allora, finisce per rispecchiare anche la centralità quasi ossessiva della dicotomia eterosessualità/omosessualità, che sembra ancora dominare l’intero discorso sulle possibilità della sessualità e che conduce persino all’incapacità di considerare il semplice, ma diffuso, caso della bisessualità.
Tuttavia, esiste a mio avviso almeno una possibilità di resistere a questo monopolio del discorso sulla sessualità e proprio a partire dalle previsioni di una legge così poco ‘progressista’.
Si tratta dell’ulteriore forma riconosciuta di convivenza, che mi appare gerarchicamente subordinata persino alle tanto vituperate ‘unioni civili’, vale a dire quella denominata ‘convivenza di fatto’ che per la prima volta riceve tanta specifica attenzione dal punto di vista normativo, pur essendo si può dire da sempre presente nella realtà.
Questa forma è aperta tanto a persone di sesso opposto quanto a persone dello stesso sesso che siano unite “stabilmente” da un rapporto affettivo (benché anche qui limitato alla “coppia”) ed è riconosciuta soltanto a coloro che abbiano scelto di non ricorrere né al matrimonio, né all’unione civile. Si tratta perciò di una ‘forma residuale’, che certo non si vede pienamente riconosciuti gli stessi diritti e doveri riservati alla figura del “coniuge”, ma che tuttavia – e finalmente – entra formalmente a far parte di quelle previste dall’ordinamento giuridico.
Personalmente ripongo una qualche fiducia nelle potenzialità di questa forma – qualunque sia la loro identificazione quanto a sesso, genere e sessualità – per un motivo fondamentale. Infatti, la sua presenza permette di avere a disposizione almeno una ‘terza opzione’ che ha la potenzialità per rompere quel monopolio di cui dicevo, nonostante sarà forse necessario del tempo prima che essa si realizzi in tutte le sue infinite forme.
Ma la sua ‘visibilità giuridica’ potrebbe almeno cominciare a spingere alcune e poi molte persone a rendersi conto che la scelta omologante e normalizzante di pretendere il riconoscimento di ‘forme altre’ di convivenza come se fossero un ‘matrimonio’ non è l’unica opzione possibile, e che anzi il ‘matrimonio’ non dovrebbe essere la forma posta al vertice della gerarchia, ma soltanto una tra le forme possibili – e sia pure la più diffusa e accettata.
In definitiva, infatti, se lo scopo è assicurare la libertà individuale nelle faccende che riguardano la propria vita in comune con altri individui umani, le forme di convivenza, esistenti o emergenti, dovrebbero essere poste sullo stesso piano, al di là della loro consistenza numerica e di qualsiasi valutazione di tipo morale o ideologico, evitando che una o più di esse divengano lo standard di riferimento anche per ‘il resto’.

Fonte: Caratteri Liberi

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