La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 11 marzo 2016

USA: la “rivoluzione” di Sanders

di Michele Paris
La vittoria di Bernie Sanders su Hillary Clinton nelle primarie Democratiche di martedì in Michigan ha rappresentato una delle maggiori sorprese nella storia recente delle competizioni elettorali per la nomina dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Il prevalere di un candidato che si autodefinisce “democratico-socialista” in un importante stato industriale, se anche non basterà al senatore del Vermont per conquistare la nomination, costituisce un segnale difficilmente sottovalutabile.
Ha a che vedere con il processo di radicalizzazione delle classi più disagiate della società americana, le quali per la prima volta da decenni hanno individuato un messaggio politico proveniente da Washington in sintonia - almeno esteriormente - coi loro bisogni e interessi reali.
Dei nove stati che Sanders si è finora aggiudicato in queste primarie, il Michigan è il primo a non essere di piccole dimensioni, scarsamente popolato o prevalentemente rurale. Nella culla del movimento operaio americano, Sanders è riuscito a convincere a recarsi alle urne quasi 600 mila elettori che lo hanno premiato nonostante la sua rivale avesse al proprio fianco tutti i media “mainstream”, l’intero apparato del Partito Democratico dello stato e, più o meno apertamente, le organizzazioni sindacali.
Le stesse previsioni della vigilia hanno dimostrato di essere, secondo alcuni, una manovra per favorire la vittoria di Hillary Clinton, visto che una sua affermazione in Michigan avrebbe di fatto chiuso definitivamente la strada alla nomination per Sanders. Il ribaltamento degli equilibri indicati dai sondaggi, che davano all’ex segretario di Stato di Obama un vantaggio tra i 5 e i 20 punti percentuali, hanno fatto sorgere a qualcuno il dubbio che i numeri siano stati manipolati appositamente, anche perché buona parte di coloro che hanno votato Sanders ha affermato nelle rilevazioni fuori dai seggi di avere fatto la propria scelta da tempo.
Soprattutto, però, i media ufficiali controllati dalle grandi corporation hanno fallito clamorosamente nel rilevare lo stato di fermento tra gli elettori, disposti molto più di quanto viene di solito descritto ad appoggiare candidati anti-sistema o apparentemente tali.
Ciò è stato tanto più significativo in uno stato come il Michigan, dove il voto per Sanders è stato espresso con una scelta chiaramente di sinistra che ha visto protagoniste le sezioni della società dal potenziale più rivoluzionario, ovvero i giovani e la “working-class”.
Significativamente, come hanno mostrato nei mesi scorsi varie indagini di opinione, gli elettori si sono avvicinati a Sanders proprio perché autoproclamatosi “socialista” e non malgrado ciò. Questa realtà, quasi mai sottolineata da una stampa ufficiale dominata dai grandi interessi economico-finanziari e da un’intellighenzia finto-progressista che teme e disprezza le classi “inferiori”, è tanto più rilevante se si considera lo stigma che accompagna da sempre qualsiasi idea o proposta vagamente socialista negli Stati Uniti.
In realtà, il sentimento di frustrazione se non aperta rivolta verso il sistema diffuso tra i lavoratori americani sta trovando in questa tornata elettorale anche un’espressione decisamente reazionaria, rilevabile nei successi del candidato Repubblicano alla nomination Donald Trump. L’emergere del miliardario di New York come favorito è dovuto infatti in larga misura al sostegno di una parte dei bianchi appartenenti alla “working-class” più colpita da una crisi economica che per loro non è ancora terminata e, allo stesso tempo, è la conseguenza dello spostamento a destra del Partito Democratico, vale a dire la formazione politica che dovrebbe teoricamente intercettare il consenso di questa fascia della popolazione.
In ogni caso, l’esplosione del fenomeno Sanders, con ogni probabilità molto superiore alle attese iniziali dello stesso senatore, segna l’irruzione delle questioni di classe, anche se in maniera ancora relativamente confusa, nel dibattito politico americano che conta dopo decenni dominati a sinistra dalla fissazione su altre ad essa subordinate, ovvero quelle di genere, di razza e ambientali.
In Michigan, Sanders ha costruito la sua vittoria sul voto degli elettori con meno di 30 anni (81% a suo favore, 18% per Hillary), di quelli che guadagnano meno di 50 mila dollari l’anno, di quelli senza una laurea e, per poco, degli iscritti a un sindacato. Al contrario, la Clinton ha avuto un margine di vantaggio soltanto tra coloro che hanno redditi superiori ai 100 mila dollari e gli afro-americani.
Questi ultimi sono stati finora decisivi nel proiettare Hillary al comando della corsa per la nomination, probabilmente per l’identificazione della ex first lady con il primo presidente di colore degli Stati Uniti e, a detta dei media, per una certa connessione tra i neri d’America e la famiglia Clinton che, peraltro, ha ben poco fondamento nella realtà dei fatti.
Più in generale, come dimostrano anche le lacerazioni nel Partito Repubblicano provocate dalla candidatura di Trump, gli sviluppi delle primarie del 2016 stanno mostrando lo stato di crisi del sistema bipartitico americano. La classe dirigente d’oltreoceano, come in molti altri paesi occidentali, fatica infatti sempre più a mantenere entro limiti accettabili le tensioni sociali e le forze centrifughe, vista l’impossibilità di implementare misure di devastazione sociale, con l’obiettivo di salvare il capitalismo stesso, all’interno dei confini delle democrazie liberali.
Proprio la necessità di convogliare frustrazioni e malumori dell’elettorato Democratico di riferimento verso un esito inoffensivo era stata sostanzialmente alla base della decisione di Bernie Sanders di partecipare alla corsa per la Casa Bianca. Ugualmente, i vertici del partito avevano accettato di buon grado la scelta del veterano senatore - nominalmente indipendente - di correre per i propri colori, così da offrire agli elettori un’opzione di “sinistra”, anche se da considerare come valvola di sfogo marginale, inoffensiva e al momento opportuno da indirizzare verso la candidatura di Hillary Clinton.
Candidati di questa natura e con un ruolo simile il Partito Democratico ne ha presentati d’altronde parecchi negli ultimi decenni, da Dennis Kucinich a Jesse Jackson, da Al Sharpton a Howard Dean. La radicalizzazione dell’elettorato americano in questo frangente storico ha però lanciato la candidatura di Sanders a livelli imprevedibili e il suo messaggio basato sulla giustizia sociale, sulla denuncia degli eccessi di Wall Street e sul diritto a un sistema sanitario universale pubblico ha trovato terreno fertile fino a diventare una seria minaccia per la favorita d’obbligo alla nomination.
Nonostante lo sconcerto prodotto dall’affermazione nel Michigan, le probabilità di cambiare la direzione della corsa per Bernie Sanders rimangono poche. Le forze con cui quest’ultimo e, soprattutto, i suoi elettori si trovano a fare i conti sono formidabili e ancora più agguerrite alla luce del rischio concreto che la candidatura di Hillary Clinton possa naufragare nuovamente.
Gli appuntamenti della prossima settimana in stati come Ohio, Illinois e Missouri, poi quelli di aprile in Wisconsin, New York e Pennsylvania, serviranno a chiarire i limiti e le possibilità di Sanders, nonché la sua reale volontà di portare fino in fondo il confronto con l’establishment Democratico.
La portata della “rivoluzione” auspicata dal senatore del Vermont è infatti di gran lunga più limitata di quella a cui, con ogni probabilità, aspira buona parte dei suoi sostenitori. Un suo eventuale successo nella sfida interna al Partito Democratico sarebbe perciò seguita da un quasi certo ridimensionamento delle aspettative suscitate dalla sua campagna elettorale.
Sanders è d’altra parte un politico che, al di là dell’ostentato “socialismo”, si colloca ideologicamente non molto più a sinistra dell’ala “liberal” del Partito Democratico, con la quale si è puntualmente schierato negli anni di permanenza al Congresso. Un’ala “progressista” che, oltretutto, risulta poco più che moderata se messa a confronto con la sinistra Democratica degli anni Sessanta o del periodo del New Deal rooseveltiano.
Particolarmente indicative della sua sostanziale inoffensività per il sistema sono le posizioni espresse, sia pure raramente, sulla politica estera, la quale è quasi sempre il riflesso di quella interna. Sanders ha mostrato un allineamento quasi totale alle scelte dell’amministrazione Obama, cioè una delle più reazionarie della storia USA, offrendo solo alcune caute critiche di natura tattica.
Inoltre, Sanders ha più volte affermato che, in caso di sconfitta nelle primarie, garantirà il proprio appoggio a Hillary Clinton, bloccando definitivamente qualsiasi movimento popolare diretto contro il sistema.
Per queste ragioni, i timori che pervadono i vertici del Partito Democratico e i suoi potenti sostenitori negli Stati Uniti non sono tanto per un eventuale candidato alla Casa Bianca o presidente Sanders, bensì per l’ulteriore entusiasmo e le aspettative che un suo successo potrebbe generare, assieme a una possibile mobilitazione dal basso di nuove forze indipendenti e, in chiave futura, realmente rivoluzionarie.

Fonte: Altrenotizie.org

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