La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 11 marzo 2016

Sul rebus libico chiedere a Sallustio

di Claudio Salone
“All'epoca in cui i Cartaginesi regnavano sulla maggior parte dell’Africa, anche gli abitanti di Cirene erano prosperi e potenti. Tra le due città si estendeva un territorio completamente ricoperto da sabbie, privo di fiumi e di monti che potessero segnare un confine. Questa situazione cagionava eterne lotte fra i due popoli. Si combatté a lungo per terra e per mare, con esiti alterni e con reciproco indebolimento, tanto da far temere a entrambi i contendenti di diventare preda di un terzo. Fatta perciò una tregua, vennero a patti: si stabilì che, fissati giorno e ora, emissari delle due città partissero dalle rispettive mura patrie, gli uni e gli altri correndo verso il territorio nemico. Là dove si fossero incontrati si sarebbero fissati per sempre i confini. Da Cartagine si mossero due fratelli chiamati Fileni, i quali corsero in minor tempo più spazio che i due di Cirene, non si sa se per inettitudine di questi o per puro caso. Peraltro, su quella vasta e sterile pianura la fanno da padroni, non altrimenti che in mare, alcuni venti burrascosi, che, innalzando dal suolo in mulinelli infocati densi turbini di sabbia, accecano estordiscono il viandante, fino ad impedirne il cammino.
I Cirenesi, vedendosi sopraffatti e temendo di riceverne castigo una volta tornati in patria, cominciarono ad accusare i Cartaginesi di essere partiti prima; insomma, fecero di tutto per intorbidare le acque e per non arrendersi alla sconfitta. I Cartaginesi acconsentirono allora a stringere nuovi accordi, purché fossero equi. I Greci di Cirene proposero quindi che, se i Fileni volevano fissare i confini di Cartagine così lontano dalla loro città, dovevano immolare se stessi, seppellendosi vivi proprio su quei confini. Se così non avessero fatto, i Cirenesi sarebbero stati liberi di avanzare a loro piacimento. I Fileni accettarono e donarono la loro vita alla patria, facendosi seppellire vivi. In quello stesso punto i Cartaginesi elevarono are dedicate ai fratelli Fileni e decretarono loro altri onori in patria.”
(Sallustio, Bellum Jugurthinum, 79)
Questo suggestivo excursus storico-leggendario di Sallustio, in cui, una volta tanto, i Cartaginesi sono visti da un Romano in una luce diversa dalla liviana perfidia plus quam punica, ci interpella ancora oggi con la sua attualità.
Entrare nel ginepraio libico senza dare un’occhiata ai libri di storia è alquanto rischioso, così come lo è parlare di una Libia quasi fosse la Francia o una qualunque altra nazione europea. La Libia, come tanti pseudo stati-nazione creati dalle potenze coloniali tra la seconda metà dell’800 e la prima del ‘900, è invece un’invenzione recente (poco più di un secolo), esemplata dai colonizzatori italiani da una lettura retorica e mitizzante della presenza di Roma in quei territori e poi tenuta assieme dalla ferocia di un dittatore.
Peraltro la stessa Roma aveva ben chiara le diversità di quella vasta area semidesertica del Nordafrica, tant'è che essa fu tenuta distinta in due province, l’Africa Proconsularis a ovest e la Cirenaica, assieme a Creta, a est.
L’Ara degli eroici fratelli Fileni, collocata a Ras al-A'ali (Ras Lanuf) e che un arco eretto in epoca fascista commemorava ancora fino a pochi anni fa, segnava e continua a segnare una cesura politica e culturale molto forte.
È da lì che passò poi il confine voluto da Diocleziano tra impero romano d’occidente e impero romano d’oriente. A Leptis Magna, la monumentale città tripolitana, di cui Tripoli è l’erede, fino alla conquista araba si parlava il latino e, ben oltre il V secolo d.C., ancora il punico, la lingua dei Cartaginesi, mentre a Cirene ha sempre dominato il greco. L’importanza e la persistenza di tale discontinuità è testimoniata anche dalla Tavola Peutingeriana (copia del XIII secolo di una carta romana ) dove le “Are Philenorum” sono ancora i “fines affrice et cyrenesium”.
Da lì iniziavano e finivano le signorie dei Fatimidi d'Egitto e degli Ziridi di Tunisi e neppure il successivo Impero ottomano costituì in un’unica entità regioni così differenti tra loro, ma lasciò intatte le fisionomie della Cirenaica e della Tripolitania e il vuoto intermedio della Sirte, il vero “scatolone di sabbia” di giolittiana memoria.
Il governo dei Senussiti, succeduto nel secondo dopoguerra al dominio coloniale italiano, scelse non a caso il nome di “Regno Unito di Libia” ed ebbe due capitali, Tripoli e Bengasi.
Perché stupirsi dunque delle odierne difficoltà a mettere d’accordo i “governi” di Tripoli e di Tobruk? In buona sostanza, seppure a distanza di quasi tre millenni, si tratta degli stessi antagonisti che si leggono affrontati nella narrazione sallustiana, cioè a dire ad ovest i Cartaginesi, coloni fenici di stirpe semitica, ad est i Cirenesi, coloni greci di stirpe dorica, provenienti da Thera (Santorini).
E la Storia non si può esorcizzare.

Fonte: Eguaglianza e Libertà 

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