La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 15 marzo 2016

Referendum, obiezioni respinte

di Alessio Di Florio
Si avvicina sempre più il 17 aprile e il referendum contro le trivelle. E anche i comitati e i sostenitori del No stanno iniziando a scaldare i motori. Ci siamo permessi di raccogliere in quest’articolo alcune considerazioni alle tesi contro il referendum che ci sembrano più diffuse. Eccole:
1. Paragone col nucleare. In Francia il nucleare non gode del sostegno di decenni fa e in Germania si sta ragionando su come uscirne, averne a centinaia di chilometri oltre il confine o dentro non è proprio la stessa cosa perché le radiazioni non hanno una diffusione “lineare” … “siamo costretti a mantenere in vita le nostre vecchie centrali” motivo in più per non costruirne altre, non per il contrario. Se l’Italia non riesce ancora a smaltire scorie di decenni fa immaginatevi voi se ne producesse ancora … l’acquisto dalla Francia è legato a pure speculazioni, tanto è vero che ci sono anche momenti in cui è la Francia a comprare dall’Italia.
2. In sessant’anni nessun incidente in Italia?! Forse non va nella categoria degli “incidenti” ma queste non ci sembrano proprio situazioni insignificanti (report di Greenpeace, Come marcisce il lago Pertusillo, Lo stato della Val d’Agri. Vdeo-shock, La nuova Terra dei fuochi in Basilicata), questo poi quanto accadde nel 1965 di fronte le coste dell’Emilia Romagna, questo nel 1994 a Novara, questo invece è avvenuto nel 2010 sul Lambro, questo infine è avvenuto a Cortemaggiore nel 1950.
3. Tanto comunque trivella la Croazia. Prima di tutto di là non fanno quello che in Italia non si fa, ma quello che qui si fa da decenni, seconda cosa anche in Croazia son stati fermati molteplici progetti. C’è poi la tesi che vorrebbe che i croati potrebbero trivellare loro il petrolio italico, grazie alle “trivelle oblique”. Ci permettiamo di dubitarne in quanto non solo la superficie conta sulla partita delle autorizzazioni, tanto è vero che le compagnie devono chiedere permesso per ricercare ed estrazione non per l’occupazione suolo pubblico … puoi anche far partire la trivella dall’Australia ma non ci sembra proprio sia possibile eludere la legislazione e le istituzioni italiane.
4. “Se vince il referendum rimarrebbero inutilizzati giacimenti disponibili”. È possibile una proroga, in ogni caso non c’è nulla di alieno nel chiedere ai petrolieri delle tempistiche. Qualsiasi autorizzazione in campo ambientale va soggetto a scadenze. Perché i petrolieri dovrebbero essere esenti?
5. “Il referendum non fermerà nulla alle tremiti, non c’è mai stato un rischio trivella alle tremiti”. Il referendum non fermerà nulla alle Tremiti perché la società ha rinunciato. Ora se ha rinunciato a qualcosa quel qualcosa come poteva non esistere? Da notare poi che la ricerca sarebbe stata effettuata con l’air gun, sui cui “rischi” comincia ad esistere una discreta letteratura e che, una volta cercato e trovato, ovviamente la compagnia avrebbe chiesto permesso di estrazione … (altrimenti che cercava a fà?!).
6. “Le trivellazioni sono compatibili col turismo (vedi Emilia Romagna), che invece è danneggiato da spiagge fatiscenti, discariche abusive anche dentro i parchi e depuratori che non funzionano”. Peccato che l’Emilia Romagna è enorme, che la subsidenza rischia di mettere a rischio anche il turismo e che spiagge fatiscenti, depuratori non funzionanti e discariche abusive non c’azzeccano nulla col petrolio e non sono alternativi. Infatti gli antitrivelle sono anche gli stessi che in questi anni hanno prodotto migliaia di altre denunce anche su queste tematiche.
7. “Non c’è alcuna correlazione tra trivelle e terremoti”. Questi alcuni link con notizie sul tema … (Reiniezione-e-terremoti, Estrazioni di gas e terremoti, La relazione tra attività estrattive e terremoti in Italia)
8. “Se vince il referendum si perderanno migliaia di posti di lavoro”. Su questo punto spiega il Enzo Di Salvatore, docente di diritti costituzionale all’Università di Teramo, a Rinnovabili.it “Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni […] soltanto cinque concessioni scadranno tra cinque anni. Tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. E questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro: almeno non per effetto del referendum. […] Il comparto degli idrocarburi è già in crisi. Proprio qualche giorno fa «Il Sole 24 Ore» pubblicava un articolo dedicato alle attività di estrazione del gas nel ravennate. Il titolo del pezzo era il seguente: “A rischio il futuro dell’oil&gas. In sei mesi persi 900 posti di lavoro”. Come si vede, la perdita dei posti di lavoro non può essere attribuita al referendum, non essendosi questo ancora tenuto. Il punto, allora, è il seguente: come ha pensato di porre rimedio il governo alla crisi occupazionale che investe il settore? In nessun modo. La norma sulla durata a tempo indeterminato delle attività di estrazione degli idrocarburi non è stata varata per far fronte al problema occupazionale, ma solo per fare un favore alle multinazionali del petrolio. Ci pare evidente. Se il governo avesse avuto a cuore i novento lavoratori del ravennate, sarebbe intervenuto direttamente sulla questione con misure di altra natura e non già con una norma che, di per sé, non aggiunge e non toglie niente al problema”.

Fonte: comune-info.net

1 commento:

  1. Grazie delle informazioni. Complimenti per il taglio pacato e lo sforzo di non essere apodittici. Sono molto arrabbiato, invece, con i toni fascistoidi usati dalla Serracchiani.

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