di Francesco Cancellato
Non pagare le tasse. Questo l'obiettivo di chi si rivolgeva allo studio legale Mossack Fonseca di Panama. Che raccoglieva capitali da 200 paesi del mondo - 200mila società, decine di migliaia di persone fisiche, cittadini di duecento paesi diversi, tra cui uomini di spettacolo e narcotrafficanti, imprenditori, mafiosi e politici a centinaia, tra cui dodici capi di stato e di governo - e li faceva sparire in qualche isoletta nel mezzo di qualche oceano.
Quei capitali poi tornavano nel mondo attraverso le reti finanziarie, veloci come il web, per realizzare enormi profitti, magari investendo in una nuova e meravigliosa tecnologia, magari speculando su un debito sovrano o scommettendo sul fallimento di questa o di quella impresa. E fatto tutto quel che di buono o cattivo potevano fare, tornavano indietro, nella loro bat-caverna.
Sparire e girare. Girare e sparire. Alla fine, le storie raccontate nei Panama Papers si riducono a questo. Tuttavia, per quanto sia grande questo scandalo - parliamo di un leak da 2,6 terabyte di dati, quello raccontato dal Consorzio Internazionale per il Giornalismo Investigativo, centinaia di volte più grande rispetto a quello lussemburghese o alla lista Falciani sui conti cifrati in Svizzera - è solo la punta della punta dell'iceberg.
Perché ciò che caratterizza questo scandalo è il fatto che si tratti di pratiche illegali per far sparire i soldi. Laddove invece c'è un enorme massa di capitali, che si muove legalmente e incessantemente da un angolo all'altro del pianeta per realizzare enormi profitti e pagare meno tasse possibili. Esempio: proprio nei giorni in cui il suo nome è spuntato tra le carte dei Panama Papers, David Cameron ha annunciato che avrebbe abbassato di nuovo le tasse alle imprese in Gran Bretagna, per attrarre investimenti. Una mossa, questa, che probabilmente innescherà una reazione a catena di chi, come l’Irlanda, l'Olanda e i paesi dell’est Europa, fa di questa pratica la sua principale strategia di crescita. O, se preferite, la sua strategia per sopravvivere, per evitare che attraverso giochi di scatole cinesi tanto diffusi, quanto smaccati, le imprese stesse decidano di portare la loro sede legale altrove.
Si chiama arbitraggio fiscale, in gergo tecnico. E avviene nel silenzio imbelle, rassegnato e molto spesso inconsapevole di chi le tasse le paga fino all'ultimo euro. Che, nonostante gli venga quotidianamente detto che il mondo non è mai stato così ricco, fatica a trovare lavoro e ha sempre meno servizi pubblici. Così la globalizzazione finisce per rivelarsi un gigantesco trucco di magia, una prestidigitazione di quattrini. I soldi ci sono, non ce ne sono mai stati così tanti, le banche centrali li gettano dagli elicotteri e li sparano col bazooka. E poi - puf! - non ci sono più. Privatizzare i guadagni, socializzare le perdite. Trucco vecchio come il mondo, diranno i più esperti di voi.
Attenzione, però. Perché tutto questo avviene soprattuto nei paesi europei negli Stati Uniti d'America. In quell'Occidente di cui l'economista francese Thomas Piketty, ma non solo, hanno descritto con dovizia di numeri le crescenti disuguaglianze. Quell'Occidente nel quale risiedono buona parte delle sessantadue persone che da sole detengono la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. E se la rabbia è proporzionale all'ingiustizia non esista isoletta, né paradiso, che possa tenervi al riparo. Memento mori, cari i miei corsari della globalizzazione: qualcosa toccherà fare.
Fonte: Linkiesta

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