La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 2 luglio 2016

1977: uno snodo dell’Italia repubblicana e un mosaico da ricomporre

di Alberto Pantaloni
Ci si sta avvicinando al quarantennale di quel fenomeno di nuova contestazione sociale meglio noto come il Movimento del ’77, ed è presumibile che diverse saranno le iniziative culturali, editoriali e politiche dedicate a questo appuntamento, anche se verosimilmente di tono e quantità minore rispetto a quelle che si celebrarono per un altro famoso quarantennale: quello del ’68. Ciò fondamentalmente perché, mentre per quest’ultimo si è tutto sommato riusciti a fornire un quadro chiaro e tendenzialmente omogeneo, per ciò che concerne il ’77 il dibattito storiografico si trova ancora alle prese con un’immagine spezzettata e sfocata, dove le diverse anime e le diverse manifestazioni di questo movimento si sovrappongono, si confondono, si scontrano e dove è spesso difficile trovare il bandolo della matassa.
Questo “terreno ingombro di memoria”, come lo ha definito Monica Galfrè, viene difficilmente approfondito ed affrontato nel tentativo di chiarirne al tempo stesso l’eterogeneità e la contraddittorietà interna, ma anche le linee principali che hanno caratterizzato la sua auto-rappresentazione e la sua comunicazione. Lungi dall’essere un tema di studio che necessita il necessario distacco e rigore scientifico, il ’77 in Italia è ancora oggi prigioniero della propaganda politica da una parte e di una visione spesso reducistica ed autoreferenziale dall’altra.
Quello compiuto da Luca Falciola è quindi il tentativo di ricomporre quello che egli stesso ha chiamato il “mosaico” del ’77 in Italia. Come nella migliore tradizione blochiana, l’autore de-costruisce a analizza il fenomeno per poi ricostruirlo pezzo per pezzo ed arrivare ad alcune linee interpretative e ad alcune tesi storiografiche. Un lavoro complesso ed esteso (lo si percepisce anche solo da un rapido sguardo alle note bibliografiche) che, una volta tanto, non ha messo in primo piano testimonianze e interpretazioni. L’ipertrofia di queste ultime ha portato, da una parte, a ricostruzioni eccessivamente celebrative, nostalgiche e autoreferenziali, e dall’altra allo sviluppo di un dibattito sempre più lontano dalla ricerca empirica e oggettivamente indirizzato a interessi ideologici di piegare i fatti alle tesi che si vogliono sostenere. Falciola si è quindi avvalso quasi esclusivamente delle fonti documentarie, soprattutto quelle prodotte dal movimento stesso oltre che quelle giornalistiche e di archivio. Un modo rigoroso e dialettico per evidenziare una dimensione olistica del fenomeno “settantasettino”, («un’unica rete di movimenti»), ma, esponendo la ricerca sul ’77 per temi anziché per città o per gruppi politico-ideologico-culturali, senza cadere in interpretazioni o visioni unilaterali.
La ricerca ha percorso tre macro-strade: la prima è la la ricostruzione della cornice storica economica, sociale e politico-culturale, nella quale si è prodotto l’affresco settantasettino; la seconda è la radiografia del movimento che ne evidenzi le sue diverse manifestazioni politico-culturali e ideologiche; la terza è la rappresentazione che del movimento ebbero le istituzioni, siano esse quelle dello Stato, sia quelle partitiche e/o sindacali, soprattutto a sinistra. La tesi è che il movimento del ’77 fu l’ultimo del Novecento italiano a resistere «ai processi di de-politicizzazione e di privatizzazione già avviati nella società e persino in una parte del mondo giovanile di sinistra». L’opera di Falciola si muove quindi nel solco di una interpretazione diffusa in ambito storiografico (De Luna, Galfrè, Crainz, solo per fare qualche nome), che non condivide il giudizio del ’77 come fenomeno “antipolitico”: esso fu sì l’epilogo del decennio dell’azione politica collettiva aperto dal ’68 (come ha scritto Marco Grispigni), il “canto del cigno” della politica (come ha sottolineato Maria Luisa Boccia), ma al tempo stesso fu l’anticipatore di un processo che, anche attraverso profonde innovazioni culturali e di linguaggio (si pensi per esempio al movimento bolognese o agli indiani metropolitani), svelò l’obsolescenza e l’inutilità degli strumenti della politica dei partiti e di quest’ultimi denunciò l’occupazione non solo e non tanto delle istituzioni, quanto della società.
Il libro si struttura in sette capitoli. I primi due capitoli si incentrano sul contesto storico del periodo. Il primo si concentra sul combinato disposto di tre fattori sui quali esplose la crisi sociale italiana della seconda metà degli anni Settanta: l’inizio del declino industriale del Paese («la fine della società del lavoro»), la crescente scolarizzazione e la contestuale mancanza di sbocchi lavorativi e/o professionali e (collegato a questa) l’aumento della disoccupazione giovanile. Il secondo capitolo viene invece dedicato a quello che oggi si potrebbe chiamare la “crisi della politica”: da una parte la crescente sfiducia dei cittadini e delle cittadine nei confronti della politica, nonostante l’impennata elettorale del PCI e, anzi, proprio a seguito dei modesti risultati del compromesso storico; dall’altra la traumatica e veloce estinzione delle formazioni che costituivano la sinistra rivoluzionaria o Nuova Sinistra, che col fiasco elettorale di Democrazia Proletaria nel 1976 dimostrò di non essere più in sintonia con l’immaginario politico della generazioni di giovani che fu poi protagonista del ’77. Il terzo capitolo affronta invece le “mutazioni genetiche” che, dal punto di vista degli orizzonti ideologici e politico-organizzativi, caratterizzarono il movimento, con la progressiva contaminazione ad opera di alcune importanti correnti (il femminismo, l’antipsichiatria, la controcultura giovanile, filosofi ed intellettuali d’oltralpe come Deleuze, Guattari, Sartre, Foucault e la teoria dei bisogni di Agnes Heller). Un’attenzione particolare è stata dedicata dall’autore al percorso politico di Autonomia Operaia, formazione che, unica rispetto al panorama della sinistra rivoluzionaria, influenzò in maniera per certi versi determinante il movimento quasi in tutto il Paese.
I capitoli 4 e 5 approfondiscono le tematiche e le posizioni aggredite dal movimento. Il quarto capitolo si sofferma sul punto di vista settantasettino sui temi sui quali esso produsse le proprie mobilitazioni: dalla Circolare Malfatti sull’università alla crisi economica, dalla ristrutturazione nelle fabbriche ai temi ambientali, dalla disoccupazione al rapporto col movimento operaio. In merito a quest’ultimo tema, il capitolo dedica grande spazio al rapporto fra movimento e PCI, considerato uno dei detonatori nell’esplosione della contestazione e nella sua evoluzione violenta. Il quinto capitolo, invece, affronta “il” problema per eccellenza: quello delle prospettive politico-rivoluzionarie del movimento, del “che fare”, e dell’influenza che nel dibattito nazionale ebbero quelle frange che immaginavano una opposizione “molecolare” (in senso foucaultiano) basata su nuovi linguaggi, nuove costruzioni anche sintattiche, neo-dadaismi culturali e artistici, sulla rivalutazione della dimensione del “personale”, dell’individuo, contro il totalitarismo collettivista dietro il quale si nascondeva solo il grande inganno del potere. Un interessantissimo paragrafo è, infine, dedicato alle assonanze fra movimento del ’77 e il fenomeno del punk in Gran Bretagna e negli USA, e sulle prime significative esperienze di questa corrente musicale in Italia.
Il sesto capitolo si occupa del tema della violenza. Esso è diviso in due parti: la prima parte affronta il fenomeno della violenza di piazza e di massa, mentre la seconda affronta il rapporto fra il movimento e le organizzazioni armate. Il tenere distinto, nell’esposizione, il fenomeno della violenza di massa da quello della lotta armata non è finalizzato a teorizzare una inesistente compartimentazione stagna (che non ci fu), bensì ad evidenziare due questioni centrali: la prima è che nel movimento ci fu un grande – e non sempre pacifico – dibattito sul tema della strategia armata, sebbene invece ci fosse una pressoché totale omogeneità sulla necessità finanche storica della violenza; il secondo tende a dimostrare che l’espansione delle organizzazioni armate nel triennio successivo al 1977 non fu dovuto alla sconfitta del movimento, ma anzi quest’ultimo rappresentò per gruppi come le Brigate Rosse, Prima Linea e le altre formazioni minori un «segmento fondamentale del loro radical milieu» con una funzione, spesso involontario, di incoraggiamento e protezione.
Il settimo capitolo, infine, analizza il campo dello Stato e le sue reazioni di fronte al movimento, soprattutto dal punto di vista della riorganizzazione delle strutture repressive e carcerarie. Allo stesso tempo due paragrafi sono dedicati a come il movimento interpretò e si pose di fronte alla repressione e al dibattito sulla criminalizzazione del dissenso in Italia.
Le conclusioni tratte da Falciola alla fine della sua ricerca sono sostanzialmente due. La prima è che l’esplosione del ’77 italiano fu dovuto all’incrocio di due fattori: da una parte la crisi economico-sociale e quella politico-istituzionale (ma anche extraparlamentare); dall’altra l’estrema dinamicità intellettuale e capacità innovativa del pensiero antagonista italiano. In particolare, questo secondo aspetto fece sì che la “nuova” contestazione fu un fenomeno esclusivamente italiano, a differenza di quello che era stato il ’68. La seconda riguarda l’esplosione violenta nello scontro con lo Stato e con il movimento operaio storico (PCI e sindacati): da una parte viene confermata l’interpretazione del fenomeno come spirale criminalizzazione delle lotte – repressione violenta – reazione violenta dei movimenti; dall’altra emerge un quadro in cui l’approdo del partito comunista al governo (sebbene indirettamente) e la rivendicazione di obiettivi non riformisti, né possibili da inserire in un contesto di democrazia liberale rappresentativa come quella italiana, non potevano che portare inevitabilmente ad un aumento esponenziale della conflittualità violenta.
In sintesi, per la ricchezza del lavoro svolto e per le preziose indicazioni storiografiche e metodologiche, quest’opera può rilanciare (proprio in occasione dei 40 anni del Movimento) la ricerca e il dibattito storico su un importante snodo della storia italiana recente che (come suggerisce anche l’autore) pone ancora tante e significative domande a cui rispondere (dal confronto con altre esperienze internazionali alle comparazioni politiche con fenomeni sviluppatisi a Destra, fino ad approfondite indagini sulle esperienze locali).

Fonte: Effimera.org 

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