La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 1 luglio 2016

La tela del ragno di Merkel

di Curzio Maltese
Dopo la Grecia, tocca all'Italia. Siamo già finiti nella tela di ragno di Angela Merkel. Sta accadendo in queste ore, ma ce ne accorgeremo soltanto fra qualche mese, troppo tardi. Ma la strategia della signora Merkel è la stessa: lasciare andare un paese sull'orlo del baratro e poi imporre le proprie regole. L'ha fatto con la Grecia due volte. Al principio della crisi, dieci anni fa, quando sarebbe bastato un intervento limitato per sanare la situazione e Berlino si è opposta, per intervenire soltanto a tragedia compiuta e costi moltiplicati, pur di imporre il protettorato dei memorandum. La seconda volta nella trattativa col governo Tsipras dell'anno scorso, trascinata fino a quando i bancomat hanno smesso di sputare soldi, per poter alla fine umiliare il governo di Atene e con l'imposizione di un trattato capestro.
L'Italia non è la Grecia, sia chiaro, ma si trova davanti oggi a un'emergenza potenzialmente catastrofica: la crisi del sistema bancario. Ne parlano da settimane tutti i giornali europei. Il crollo delle azioni delle banche italiane, che hanno perso la metà del proprio valore in Borsa dall'inizio dell'anno, non può essere un effetto della Brexit dell'altro giorno, ma del cumulo di crediti deteriorati e della demenziale nuova normativa "bail in", peraltro approvata allegramente da quasi tutti gli europarlamentari italiani. In pochi mesi il contagio e l'effetto catena rischiano di tramutare il panorama bancario nazionale in un colossale caso Etruria o Popolare di Vicenza, con moltitudini di cittadini depredati dei risparmi d'una vita. Non se ne esce per magia e neppure con l'illusionismo renziano del fondo Atlante. Bisogna che lo Stato italiano intervenga con forza, qui e subito. Come del resto ha fatto il governo Merkel anni fa, con una colossale iniezione di 250 miliardi di denaro pubblico nelle banche tedesche, prima di proibire la stessa ricetta ai paesi concorrenti, al solito.
Tutto questo lo sanno economisti d'ogni tendenza, che lo scrivono da settimane ovunque, dal Sole 24 Ore al Financial Times. Di sicuro lo sa Mario Draghi, la più lucida testa del direttorio europeo, che pur dovendo dosare ogni parola nel suo ruolo di banchiere centrale, ha lanciato un chiarissimo allarme: "Non possiamo permetterci di non risolvere il problema (delle banche, ndr). È ora di farlo". E quando Draghi usa "ora" significa proprio ora, immediatamente.
Purtroppo lo sa anche Angela Merkel, che con gelido calcolo allunga al premier italiano l'elemosina elettorale della flessibilità, ma nega il lasciapassare per il salvataggio delle banche. In attesa di farlo quando sarà esplosa l'emergenza e quindi potrà imporre a noi italiani qualsiasi cosa. Come del resto accadde nel 2011, con lo spread a 500 punti e gli italiani costretti ad approvare con la pistola alla tempia le demenziali regole del fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione.
Il premier Renzi dovrebbe rifiutare questa ignobile strategia, strappare subito la tela del ragno prima di esserne soffocato. Invece di bearsi d'essere stato finalmente invitato a un vertice berlinese, dovrebbe sfruttare la debolezzadell'egemonia tedesca dopo la Brexit per ottenere un immediato assenso all'intervento pubblico sulle banche, senza rinvii a dopo il diluvio. E magari riflettere, almeno ora, su quanto è accaduto un anno fa con la volontà del popolo greco umiliata e piegata con brutalità inaudita da un governo straniero. Da allora è cominciata la fine dell'Europa, non dalla Brexit. Perché i popoli europei dovrebbero riconoscere chi non li riconosce e amare chi li tratta come "spazzatura per demagoghi"?

Fonte: Huffingtonpost.it - blog dell’autore 

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