La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 12 aprile 2017

Ripartiamo da un populismo democratico

di Stefano Bartolini, Paolo Gerbaudo e Samuele Mazzolini 
Nel settembre scorso The Guardian ha pubblicato un articolo di John Harris – tradotto da Internazionale nel N. 23/2016 – dove con molta chiarezza viene illustrata la spaccatura culturale che separa quella che oggi si definisce sinistra dalla gente comune. Per l’autore la sinistra è ormai un fenomeno metropolitano estraneo al mondo degli strati popolari, incapace di comprenderli, che si balocca nel suo cosmopolitismo e vede solo le opportunità della globalizzazione, arrivando a disprezzare quella che però al tempo stesso ancora considera la sua base elettorale perché non riesce a comprendere la fondatezza delle sue argomentazioni.
Dall’altro lato, la gente comune vive la globalizzazione neoliberista con disagio e inquietudine, sentimenti divenuti vera e propria paura sull’onda della crisi economica, ed è alle prese con problemi concreti – mutui, affitti, stipendi scarsi, disoccupazione, delocalizzazioni, concorrenza sleale da parte del cosiddetto “capitalismo delle piattaforme” (vedi Uber, Foodora, ecc.) – che non sono rappresentati dai partiti storici della sinistra. Una frattura culturale che si innesta su differenziazioni sociali e dalla cui combinazione scaturisce una vera e propria divaricazione politica. È in questo allontanamento tra sinistra e classi popolari che si trova la chiave per comprendere il successo del populismo di destra che soffia sulla paura degli immigrati. 
Queste considerazioni possono essere tranquillamente estese alla sinistra europea, come dichiara lo stesso autore, fino a quella italiana. Anche in Italia la parola “sinistra” ha da tempo perso contatto con le classi popolari ed è divenuta succube del neoliberismo e della sua visione globalista. Anche da noi l’attivista tipico della sinistra, quando non è un carrierista, è estraneo agli ambienti che vorrebbe rappresentare. E anche nel nostro Paese nell’immaginario diffuso la parola "sinistra" significa qualcosa di molto lontano dalla difesa sociale della gente comune. Indica piuttosto un ceto politico liberale dedito a trasformismi e riposizionamenti, o l’avvitamento in una discussione sulla “ricostruzione della sinistra” che non significa assolutamente nulla. La sinistra ha in altre parole perso contatto con il senso comune e con la gente comune che essa percepisce spesso come nemici piuttosto che come il proprio spazio di riferimento. 
La crescita del populismo e il modo in cui si presenta come una sorta di nuovo spettro che si aggira per l’Europa, vanno intese alla luce di questa corruzione della sinistra. Usato spesso impropriamente dai media come sinonimo di neofascismo, il populismo è diventato l’epiteto con cui gli ambienti liberali elitari additano tutte le proteste che vengono dal basso, ciechi di fronte a quello che è l’affannoso riarticolarsi di istanze di protezione sociale e di sicurezza economica che individuano nella “Casta” il proprio avversario. In realtà il populismo non è un’ideologia, un movimento o un partito politico, ma una dimensione stessa della politica, al limite più superficiale un linguaggio, che prende un segno progressista o reazionario a seconda di cosa vi si mette dentro. Possiamo quindi parlare di un populismo reazionario così come di un populismo democratico, il che ci aiuta a far uscire dalla nebbia quell’insieme di rivendicazioni che a prima vista appaiono come una nebulosa dai contorni poco chiari. Perché il populismo è uno strumento politico che unifica istanze insoddisfatte provenienti da una società frammentata dando vita a nuovo senso di comunità, un senso di appartenenza, un popolo in altre parole. È sul terreno del populismo e non su quella della sinistra che si gioca quindi la sfida politica del nostro tempo, alla ricerca di una nuova egemonia. 
Facciamo qualche esempio. Indubbiamente una delle disfunzioni peculiari dell’Italia è il perdurare di una frattura generazionale, causata dalla precarietà di cui sono state vittime i nati da fine anni ‘70 in poi, unita ad un mancato avvicendamento diffuso. Una serie di domande insoddisfatte si sono andate articolando intorno a questa linea di separazione, perfettamente interpretata da Renzi con la sua retorica della rottamazione e del cambiamento. Un piano discorsivo prettamente populista usato per una scalata politica che però si è risolta in una truffa, favorendo solo un ricambio di facciata ai vertici del potere, con i giovani che solo in alcuni casi sono andati a prendere il posto dei vecchi. Essendo tuttavia organici a quegli equilibri di potere, non hanno portato a nessun cambiamento effettivo, provocando alla fine l’abbandono in massa del progetto populista renziano da parte proprio dei giovani, come è stato evidente nel referendum costituzionale di dicembre. 
Il Movimento 5 Stelle gioca su una linea analoga. Facendo perno sulla crisi morale italiana, che individua in una “casta” di politici corrotti i nemici dei cittadini, Grillo ha contrapposto l’onestà alla corruzione, cercando di riunire in un popolo i cittadini che erano stati esclusi dal potere per mano di gruppi interessati solo ai loro loschi affari. Anche qui, il populismo del comico genovese ha senza dubbio centrato alcuni temi. Ma ha già rivelato tutti i limiti di una visione che non fa i conti con le differenze reali di interessi presenti nella società. Come scriveva Victor Serge nelle sue Memorie di un rivoluzionario: «L’imbroglio, la furbizia, ci sono sempre e dappertutto, poiché non si evade dal tempo e siamo nell’epoca del denaro». È ormai sotto gli occhi di tutti infatti che senza riconoscere le differenze sociali interne al popolo che ci si propone di rappresentare, senza un’analisi del sistema economico-sociale in cui si intende intervenire, non si va da nessuna parte. Come dimostrato in maniera palese dalle sventure della giunta Raggi a Roma, il M5S si trova nell’impossibilità di esprimere risposte coerenti ai problemi della società. È preda di un mito tecnocratico secondo cui è sufficiente sostituire la classe dirigente pre-esistente con persone competenti e oneste per governare bene, senza che sia necessario decidere da che parte schierarsi nei conflitti che oppongono ricchi e poveri, garantiti e non garantiti, insiders e outsiders in una società di diseguaglianza estrema e conflitti sociali multi-livello. 
Il populismo di destra risponde invece alla crisi attuale mettendo al centro la difesa della nazione etnica e culturale dai pericoli dell’immigrazione, chiedendo la regolazione dei movimenti delle persone, indicando il nemico nello straniero che fa concorrenza sleale e ti ruba il lavoro, la casa, le risorse del welfare e minaccia la tua sicurezza e la tua cultura. Come vediamo fare da Matteo Salvini, da Fratelli d’Italia, o da Marine Le Pen, leader che cercano di articolare il popolo sulla linea di demarcazione contro lo straniero, alimentando una "guerra tra poveri" con tragici echi del passato. 
Un populismo democratico si differenzia da questi populismi concentrandosi sul piano del conflitto economico più che su quello culturale o sulla questione della corruzione. Questa forma di “populismo buono” individua nei guasti provocati dal neoliberismo il punto su cui intervenire. Chiede una regolazione dell’economia e del mercato, vede nella difesa dei redditi da lavoro e in un rilancio dei sistemi di protezione sociale e sanitaria universali dei temi unificanti, per costruire un “popolo”, una comunità politica fondata su valori di eguaglianza e di solidarietà. Inoltre chiede un recupero di quella sovranità, intesa come possibilità di incidere democraticamente sulle grandi scelte di politica economica e sociale, che oggi è sottratta ai cittadini da multinazionali e enti sovranazionali non democratici. 
La sovranità è uno dei temi più sentiti nelle società europee, come evidenziato dalla Brexit, e anche uno dei più delicati: un vero e proprio demone per la sinistra liberal pronta ad accusare ferocemente di parafascismo chiunque si azzardi a ragionarci sopra. Dal nostro punto di vista, il problema è stato inquadrato bene da Donatella Della Porta durante un incontro pubblico a Firenze alcuni mesi fa, parlando dell’Unione Europea come di un muro di gomma che ha respinto tutte le istanze che provenivano dal basso, in particolare rispetto all’austerity. Questo atteggiamento ha rivelato la natura dell’Unione Europea come istituzione non democratica e di conseguenza impermeabile a qualsiasi influenza dal basso. Non ci si dovrebbe dunque affatto sorprendere se di fronte a questa chiusura i cittadini si sono rivolti alle forme di sovranità disponibili al livello dello stato-nazione. Si tratta del resto di forme di sovranità che nel passato si sono dimostrate influenzabili dal popolo con mobilitazioni e con l’esercizio del voto. In questa congiuntura è chiaro a sempre più persone che è urgente riappropriarsi dello Stato, anche al fine di costruire un diverso europeismo che metta al centro le persone e non il rapporto deficit/PIL. 
Con il manifesto di Senso Comune (www.senso-comune.it) abbiamo deciso di porci su questo terreno, quello del populismo democratico. A nostro avviso l’idea di classe, così come è stata interpretata nell’800 e nel ‘900, è tramontata ed è assolutamente inadatta oggi tanto a spiegare la società che a costruire un’azione politica. Non esiste, se mai è esistita, una classe come dato di natura, come struttura o categoria che si trova già fatta nella società e di per sé agente di cambiamento. Certo sono esistiti movimenti che si sono autorappresentati come “di classe”, intesi come strati popolari e umili in lotta per la loro emancipazione, movimenti compositi frutto dell’alleanza di diversi elementi sociali sulla base di un comune sentire, che storicamente hanno portato avanti tanto un’emancipazione economica e sociale che un allargamento dei diritti umani e civili: della democrazia in una parola. Di fatto si è trattato, dal nostro punto di vista, di movimenti populisti, costruiti attraverso la politica. E sono esistite, ed esistono oggi più che mai, reazioni “di classe” da parte delle élite dominanti, a loro volta frutto dell’aggregazione di soggetti compositi uniti a difesa del proprio potere e del loro accaparramento di risorse e ricchezze, come felicemente catturato dall’immagine coniata dal movimento Occupy Wall Street: l’1% contro il 99%. 
Oggi secondo noi l’accento si pone sulla condizione di subalternità, che va a indicare una più generale posizione nei rapporti di potere ed in quelli economici e sociali. Subalterni sono tanto i lavoratori autonomi che quelli dipendenti, gli artigiani quanto le donne mal pagate, gli immigrati ed i negozianti, i garantiti ed i non garantiti, le persone LGTBQ e i lavoratori della conoscenza sottopagati, i piccoli imprenditori e le partite IVA delle professioni in posizione più debole. Si tratta di gruppi variamente definibili, uniti da un senso di precarietà e di insicurezza sia sul piano esistenziale che su quello occupazionale, che esprimono un’esigenza di “regolazione” per affrontare tanto l’insorgere di nuovi diritti civili che le devastazioni di un’economia che, lasciata a se stessa, genera declassamento e impoverimento a svantaggio di molti in favori di pochi. Questo è il campo dove superare particolarismi e frammentazioni unificando le istanze progressive che emergono dal suo interno per costruire una nuova idea di popolo, che è quello che è riuscita a fare Syriza in Grecia nella sua prima fase. Per farlo si deve uscire da simboli e rituali ormai fiacchi, senza aver paura dell’emergere di leadership democratiche – in ogni comunità umana emergono leadership – e con un’opera di artigianato culturale e di ascolto empatico, sul modello di quanto fatto da Podemos in Spagna, sfuggendo alla tentazione di “scissione” dalla gente comune che pure è presente in tanti e puntando alla costruzione di una nuova egemonia discorsiva. Quest’opera può sembrare immensa, ma in realtà c’è un intero patrimonio culturale e di risorse umane a cui attingere. Non si tratta di fare bricolage con i pezzi di un ceto politico minoritario o di farsi patrocinare da padrini foranei più famosi, ma di attivare le tante persone che sentono il bisogno di un impegno, i tanti giovani e non più giovani che hanno provato a fare la loro parte negli ultimi tre decenni senza però trovare un progetto politico capace di dare nuovi orizzonti discorsivi di cambiamento e respinti da partiti in cui c’è spazio solo per degli yes-man cooptati. 
In Italia siamo nel pieno di una crisi di rappresentanza, che giorno dopo giorno aumenta il numero di chi è escluso dallo spazio dell’agire democratico, per chiusura nel privato, per impossibilità economica, per disillusione, tutte persone alle quali è giunto il tempo di prospettare una nuova speranza.

Fonte: MicroMega online 

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