La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 13 marzo 2016

Come trasformare l’utopia in un progetto attuabile

di Stefano Sylos Labini
La Carta di Fontecchio è un documento fondamentale in cui viene dimostrata l’importanza culturale, sociale ed economica delle aree protette. Ma in questo documento c’è anche un allarme e cioè che bisogna scongiurare il rischio che le aree protette diventino delle “riserve indiane” ossia dei luoghi completamente isolati dal contesto economico e sociale circostante. Per questo il mio intervento è incentrato su quali misure bisognerebbe attuare per superare il modello economico dominante che non favorisce la diffusione della cultura delle aree protette.
La riconversione ecologica dell’economia
Oggi l’inquinamento generato dall’attività umana sta influenzando l’evoluzione del clima terrestre. In questa fase l’effetto predominante è rappresentato dal riscaldamento dell’atmosfera per l’effetto serra causato dalle emissioni di anidride carbonica, ma sono all’opera anche fenomeni che vanno in direzione opposta, come il rallentamento della corrente del Golfo per lo scioglimento della calotta artica e la formazione delle “nuvole marroni” riflettenti che si formano in seguito ai processi di combustione dell’energia fossile.
Effetto serra, rallentamento della corrente del Golfo e nuvole marroni si sovrappongono ai movimenti della Terra intorno al Sole ed ai cicli solari. Tale complessità non rende agevole fare previsioni precise sull’evoluzione del clima terrestre, ma quel che è certo è che la temperatura sta aumentando, la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto livelli mai registrati in passato e gli effetti dell’attività umana sono nettamente più rapidi dei fenomeni naturali. Ed è fuori di dubbio che la situazione attuale sia in stretta relazione con i consumi di combustibili fossili, che nel futuro sono destinati ad esaurirsi, e, già oggi, sono fonte di gravissimi conflitti militari.
L’esaurimento delle risorse energetiche e l’inquinamento prodotto dall’uomo dunque costituiscono dei vincoli allo sviluppo dell’economia del Pianeta. Per questi motivi sarà inevitabile promuovere un ampio processo di riconversione ecologica del sistema energetico, della produzione e dei consumi, cioè sarà necessario modificare il modello di sviluppo basato sui combustibili fossili, sull’automobile a benzina e sulle materie plastiche.
Nonostante le grandiose innovazioni che sono state realizzate nell’ultimo secolo – elettricità, elettronica, telecomunicazioni e informatica – il petrolio, il gas e il carbone continuano a rappresentare le fonti energetiche dominanti attraverso le quali il capitalismo contemporaneo ha potuto dispiegare tutta la sua forza produttiva realizzando un’espansione quantitativa mai vista nella storia dell’umanità.
Ma la crescita quantitativa non può procedere all’infinito, specialmente nei paesi avanzati dove molti mercati sono saturi e gli spazi sono sempre più congestionati. Per questo è necessario superare il modello dell’espansione quantitativa per andare verso uno “stato stazionario di natura dinamica”, come lo ha definito Giorgio Ruffolo, cioè verso un’economia della conoscenza, della sostituzione e dell’efficienza. Ciò significa puntare sulla qualità, un obiettivo che richiede enormi investimenti sia pubblici che privati. Questa è la strada per promuovere la crescita del reddito e dell’occupazione nel lungo periodo.
La costruzione di un’economia meno dipendente dai combustibili fossili e a più basso impatto ambientale richiederà un massiccio intervento dello Stato poiché le grandi imprese energetiche, chimiche ed automobilistiche hanno uno scarsissimo incentivo ad investire in questa direzione. Infatti, se non si verificherà un mutamento ancora più netto dei prezzi relativi delle fonti di energia, delle tecnologie e dei prodotti, difficilmente avranno luogo cambiamenti significativi del sistema di produzione e di consumo in quanto il mercato non anticipa gli eventi, ma li segue adattandosi alle nuove situazioni.
Il ruolo della domanda pubblica nel processo di riconversione ecologica
La domanda pubblica innovativa può svolgere un ruolo fondamentale nella promozione di un’economia sostenibile. Su questo punto è utile richiamare l’esperienza americana del dopoguerra.
Diversi economisti americani, tra cui Lester Thurow, hanno sottolineato che la spesa realizzata dal settore militare negli anni ’50 e ’60 sui grandi progetti spaziali e sui sistemi di difesa missilistica, ha contribuito a trainare la crescita dell’economia degli Stati Uniti nel periodo successivo. La spesa federale è stata la principale fonte di finanziamento della ricerca e sviluppo e la principale fonte di domanda di nuove tecnologie – tra cui semiconduttori, microelettronica, macchine a controllo numerico, intelligenza artificiale, nuovi materiali e laser – fornendo un forte impulso alla rivoluzione dell’informatica e delle telecomunicazioni che si è pienamente realizzata durante gli anni ’90 quando è entrato in voga il termine di “new economy”.
Così negli Stati Uniti — il Paese preso come riferimento dai fautori del liberismo — l’intervento pubblico ha avuto la funzione di promuovere la ricerca e di creare una nuova domanda, cioè nuovi mercati, favorendo la crescita di settori e di imprese innovative; una crescita che in assenza di una tale domanda sarebbe stata molto più lenta e difficoltosa. Se non vi è una domanda consistente, infatti, le imprese private trovano scarso interesse a progettare, finanziare e realizzare gli investimenti innovativi, dal momento che i rendimenti degli investimenti non sono abbastanza elevati e i ritorni richiedono tempi troppo lunghi.
Dunque, l’esperienza americana smentisce le tesi di coloro i quali sostengono l’inutilità dell’intervento pubblico nello sviluppo dell’economia, intervento che porterebbe a uno spreco di risorse e ostacolerebbe gli investimenti privati. Non è così, quando le spese sono funzionali al conseguimento di precisi obiettivi — nel caso degli Stati Uniti obiettivi di predominio militare, politico e tecnologico — e avvengono in un’economia di mercato, cioè in un’economia capace di sfruttare da un punto di vista commerciale le opportunità generate dal progresso scientifico e tecnologico.
Anche nell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda la spesa militare aveva raggiunto valori molto elevati ed erano state realizzate grandiose innovazioni che avevano consentito di mandare gli uomini nello spazio e di far crescere una potente industria nucleare. Ma nel blocco comunista l’assenza di un meccanismo di mercato non ha consentito che venissero messi in moto quei processi di diffusione delle innovazioni nel settore industriale e nel settore civile, così come è accaduto negli Stati Uniti.
Se, allora, in un’economia di mercato viene riconosciuta l’importanza strategica della domanda pubblica, si potrebbe pensare di promuovere:
1. il potenziamento dell’istruzione per offrire ai giovani corsi di formazione e di educazione ambientale;
2. la costruzione di impianti per la selezione, il trattamento e il riciclo dei rifiuti e di impianti per la depurazione delle acque;
3. la sostituzione dei mezzi di trasporto pubblici a gasolio e a benzina con quelli ibridi ed elettrici ;
4. la sostituzione delle materie plastiche e dei prodotti chimici con i prodotti biologici e biodegradabili;
5. la diffusione di impianti che permettono di ottenere energia “pulita” e la ristrutturazione del patrimonio edilizio;
6. l’agricoltura biologica, la difesa del suolo e un vasto programma di riforestazione.
Per cambiare il modello di sviluppo serve dunque una forte volontà politica e devono essere attivati enormi investimenti pubblici, i quali possono mettere in moto anche gli investimenti delle imprese private generando un meccanismo in grado di autoalimentarsi come abbiamo visto nel caso dell’esperienza americana nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Una proposta per rilanciare gli investimenti pubblici
La BCE ha aumentato gli acquisti di titoli di Stato e ha predisposto nuovi finanziamenti per il settore bancario. Gli interventi di Mario Draghi servono per evitare la disintegrazione dell’eurozona ma non sono in grado di rilanciare un nuovo ciclo di crescita. Ciò perché manca lo stimolo alla domanda ossia il sostegno diretto alla spesa pubblica e privata. Solo l’espansione della spesa può trainare la crescita della produzione, dell’occupazione e degli investimenti delle imprese e può riattivare l’afflusso del credito bancario verso l’economia reale.
Allora, considerando che la Bce potrebbe acquistare bond aziendali, perché non può acquistare anche obbligazioni della Banca Europea degli Investimenti per finanziare direttamente un grande piano d’investimenti continentale ? In questo modo l’espansione monetaria sarebbe canalizzata direttamente verso l’economia reale. Se si mettesse in campo un piano da 1.000 miliardi di euro si potrebbe avere una spinta sia verso la riconversione ecologica dell’economia sia per sostenere l’espansione della domanda, passo fondamentale per ridurre la disoccupazione e per conseguire il target di inflazione del 2%.
Le difficoltà di un processo di riconversione dell’economia
Dobbiamo essere coscienti che il processo di riconversione ecologica dell’economia non sarà un processo indolore e privo di ostacoli.
Nel settore energetico, la transizione da un sistema basato su grandi impianti a combustibili fossili e a combustibili nucleari verso un sistema decentrato costituito da piccoli impianti in grado di sfruttare le fonti rinnovabili, rappresenterà un cambiamento epocale per il sistema capitalistico. Un cambiamento che sconvolgerà il panorama energetico dominato dai grandi oligopoli che controllano i prezzi e regolano l’offerta di energia.
Se oggi guardiamo al settore elettrico dei paesi avanzati, vediamo che esiste un eccesso di capacità di generazione elettrica che si è determinata in seguito alla recessione ed alla conseguente caduta dei consumi (in Italia si stima che la capacità produttiva ecceda del 30% la domanda di elettricità). In un tale contesto l’espansione della generazione da fonti rinnovabili che sta avendo luogo grazie alla spinta degli incentivi determina uno spiazzamento degli impianti più vecchi, inefficienti e inquinanti alimentati dai combustibili fossili. Per questo motivo non si può puntare sulla semplice espansione dell’ elettricità da fonti rinnovabili ma bisogna elaborare una programmazione energetica che preveda un piano di dismissione degli impianti più vecchi e un processo di sostituzione con i nuovi impianti. Si tratta di un problema molto delicato in quanto i costi di dismissione dei vecchi impianti sono consistenti e oltretutto si viene a determinare un problema di occupazione che deve essere riconvertita.
Ciò significa che la transizione da un sistema basato sui combustibili fossili verso un sistema alimentato in misura maggiore con le fonti rinnovabili non può essere lasciato solo al gioco degli incentivi e all’azione delle “forze di mercato” ma deve essere guidato dai Governi per evitare che si vengano a creare delle situazioni insostenibili. Allora, bisogna bloccare la costruzione di nuove centrali a combustibili fossili ed occorre ragionare sull’età, sul grado efficienza e sulla vita media degli impianti tradizionali di generazione elettrica. Ciò perché quando gli impianti più vecchi giungeranno al termine del loro ciclo di vita e dovranno essere dimessi, sarà importante essere pronti con delle nuove soluzioni tecnologiche per avere un’offerta sicura, poco inquinante, inesauribile, a basso costo e con contenuti tempi di ritorno degli investimenti.
C’è un altro problema che non deve essere sottovalutato e riguarda le politiche degli investimenti delle grandi imprese energetiche private.
Le grandi imprese oligopolistiche price leader sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia grezza nei mercati di estrazione, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita ai consumatori finali in modo proporzionale per ampliare, o almeno per conservare, i propri margini di profitto. Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell’energia, queste imprese vengono a trovarsi in un conflitto di interessi con gli Stati, perché l’incremento dei prezzi finali di benzina, olio combustibile, elettricità, gas per usi civili e industriali, da un lato spinge in alto il fatturato, i profitti e le quotazioni azionarie delle imprese energetiche; ma dall’altro lato alimenta l’inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività delle imprese, la bilancia commerciale e la crescita economica del Paese importatore di energia.
I fenomeni appena descritti si sono manifestati nella fase di crescita del 2003-2007 quando si è verificato un continuo aumento della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas, che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale e un aumento dei prezzi finali dell’energia. Ma gli “extra-profitti” delle imprese oligopolistiche non sono stati impiegati per finanziare gli investimenti nell’innovazione e nella diversificazione energetica cioè per contrastare l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. Tutto ciò fa pensare che le grandi imprese energetiche non abbiano alcun interesse a cambiare il sistema per superare l’era dei combustibili fossili.
In più, le grandi imprese energetiche, grazie ai notevoli mezzi finanziari di cui dispongono, possono esercitare una notevole influenza sugli assetti politici e sulle decisioni dei governi sia nei paesi più arretrati, sia nei paesi sviluppati e democratici. Al riguardo, l’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti, dove le grandi compagnie petrolifere hanno sostenuto l’ascesa di G.W. Bush. Appena eletto Bush II si è subito schierato contro l’accordo di Kyoto che avrebbe penalizzato il settore energetico e quello dell’automobile. Successivamente, gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno spianato la strada verso un intervento militare dapprima in Afghanistan e poi in Iraq, la regione che dopo l’Arabia Saudita possiede le più ampie riserve di petrolio.
Queste furono le mosse del nuovo programma imperiale – il progetto neoconservatore per un “Nuovo secolo americano” – lanciato dall’Amministrazione Bush con l’obiettivo di restaurare la supremazia globale degli Stati Uniti attraverso l’uso della forza militare. Il piano prevedeva l’insediamento di “governi amici” in Iraq e in Iran, il consolidamento della presenza strategica in Asia centrale e il controllo dei flussi petroliferi globali dai quali dipendono i principali concorrenti degli Stati Uniti: Europa, Cina, India e Giappone.
Dunque, la storia recente ha dimostrato che alcune componenti del settore privato hanno influenzato le decisioni del governo americano in merito alla politica estera, alle spese militari, alla politica energetica e industriale. Per assecondare gli interessi delle grandi compagnie petrolifere e del complesso militare-industriale, l’Amministrazione Bush ha esercitato un fortissimo condizionamento dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di informazione. Le campagne mediatiche sono state martellanti: in sostituzione del comunismo ormai tramontato, la lotta al terrorismo è diventata il mezzo per creare consenso interno e internazionale.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la politica imperialistica volta a riaffermare il dominio globale degli Stati Uniti attraverso il controllo delle risorse petrolifere si sia rivelata una scelta disastrosa.
Andare oltre il Pil
Un processo di riconversione ecologica dell’economia che possa permettere di cambiare il modello di sviluppo oggi dominante richiede nuovi indicatori e nuovi strumenti di misura delle performance economiche, sociali e ambientali. Occorre superare il Pil che rappresenta il valore monetario dei beni e servizi scambiati sul mercato.
Il prodotto interno lordo si è rivelato molto utile nel misurare la crescita quantitativa, ma ha via via perso di efficacia nelle economie postindustriali dove è cresciuto il peso dei servizi immateriali e delle attività di carattere sociale, dove la qualità del prodotto e la produzione di nuovi prodotti hanno assunto maggiore importanza e dove le tematiche relative all’ambiente sono diventate sempre più centrali nelle scelte di vita di un gran numero di persone. Inoltre, il Pil ignora completamente il fatto che la crescita dell’economia è strettamente associata con il consumo delle risorse che quindi tendono ad esaurirsi. Non solo i combustibili fossili, ma anche le foreste, il suolo coltivabile, i metalli ed altre materie prime. Infine, il Pil non conteggia la produzione di rifiuti, l’inquinamento, le emissioni di anidride carbonica, la disponibilità di acqua potabile, il livello di istruzione e le aspettative di vita. Se tutto ciò venisse incluso nella stima del Pil probabilmente potremmo osservare che le nostre società non si stanno più arricchendo ma si sono incamminate lungo un percorso di impoverimento sociale, economico e ambientale.
Sul fatto che la crescita del Pil non costituisca più un sinonimo di maggiore ricchezza e di maggiore benessere vi è ormai un’ampia letteratura ed esistono analisi approfondite e proposte concrete di azione destinate ad ampliare il set di indicatori attraverso cui si dovrebbe misurare la ricchezza di una nazione.
Il versante teorico è certamente quello più controverso. Rimane sempre aperto il dibattito sulla necessità o meno di cercare una misura sintetica di benessere che privilegi la semplicità alla complessità e che faciliti il compito di comunicare ed informare. Inoltre, è di cruciale importanza individuare un nuovo modello che sostituisca quello tuttora dominante che associa l’idea di benessere alla ricchezza materiale e monetaria e l’evoluzione di una società alla crescita economica quantitativa.
Sul versante dell’attuazione, l’United Nations Development Programme sta rivedendo il famoso Indicatore di Sviluppo Umano per tenere conto delle raccomandazioni del rapporto Stiglitz, raccomandazioni che interessano anche l’Eurostat che costituirà un leadership group per identificare cosa si possa fare per renderle operative. La Commissione Statistica dell’Onu sta dedicando un’ampia discussione a questi temi. In Italia, l’Istat ha iniziato un percorso di rielaborazione e di revisione delle conoscenze relative a queste tematiche che sono già in larga parte presenti ma sparpagliate nel vasto bagaglio delle attività di ricerca dell’Istituto .
Conclusioni: dalle aree protette verso un’economia sostenibile
Per concludere, le aree protette oggi rappresentano dei luoghi che hanno un valore inestimabile proprio perché si trovano in un’economia che per sfruttare qualsiasi tipo di risorsa tende a distruggere il patrimonio naturale. Se per esempio in un’area protetta venisse scoperto un giacimento di petrolio o di gas l’area protetta cadrebbe inevitabilmente sotto l’attacco delle grandi compagnie energetiche che potrebbero esercitare pressioni fortissime sui governi. Per questo è assolutamente necessario superare il modello di sviluppo dominante che si fonda sullo sfruttamento delle risorse naturali lanciando grandi piani di ricerca e investimenti per un’economia sostenibile in cui la salvaguardia dell’ambiente diventi un valore centrale della nostra società.

Qui il testo in pdf

Fonte: syloslabini.info

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