di Luigi Manconi
Nonostante i suoi molti limiti e le sue tante contraddizioni, la legge sulle unioni civili rappresenta, senza dubbio, un significativo passo avanti rispetto alla tutela dei diritti delle persone omosessuali in Italia. Ma altrettanto indubitabilmente non si tratta di un risultato di natura “epocale”, come troppo frettolosamente si è detto. E non solo perché siamo in presenza di una normativa, a mio avviso, monca, priva com’è del capitolo sulle adozioni, ma soprattutto perché nel campo delle libertà e delle garanzie di “epocale” sembra realizzarsi sempre ben poco. Certo, il termine è abusato, va preso con le molle e forse non gli va data eccessiva importanza: ma proprio l’enfasi con cui viene evocato richiede una brutale operazione di verità.
Se pensiamo a quelle riforme in materia dei diritti che hanno segnato una fase storica e che sempre vengono richiamate come gloriosi precedenti, dico subito che nemmeno la legge sul divorzio (1970) e sull’interruzione volontaria di gravidanza (1978) sono definibili come epocali. E, infatti, la prima delle due riforme ha faticato per lungo tempo a entrare a regime. Tanto che poco più di un anno fa è stato necessario approvare un provvedimento migliorativo (il cosiddetto “divorzio breve”) per semplificare, velocizzare e rendere meno onerose le procedure per lo scioglimento del vincolo matrimoniale.
Per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, anche qui: la conquista di un’importante e delicata facoltà, che per certi versi segnò davvero un’“epoca”, non ha rappresentato, nei fatti, una sua piena e certa applicazione. Innanzitutto per quello che i dati ci raccontano riguardo alle percentuali di medici obiettori: in media il 70% del totale dei ginecologi, con picchi del 93,3% in Molise, del 90% in Basilicata, dell’82% in Campania, e del 69% in Lombardia. E di due città come Ascoli Piceno e Jesi, dove il 100% dei medici si dichiara obiettore.
A queste difficoltà, il decreto sulle depenalizzazioni recentemente approvato dal governo, ne ha aggiunta un’altra: ovvero l’abnorme innalzamento delle pene pecuniarie previste in caso di interruzione volontaria avvenuta fuori dalle strutture autorizzate (come denunciato anche dall’articolo di Paola Tavella sul numero 8/2016 di questo giornale). Se, infatti, questo illecito è stato sottratto alla sfera penale – e questo è un bene – il ricorso a sanzioni amministrative rischia di produrre conseguenze ancora peggiori. E ciò perché non è difficile immaginare come davanti al rischio di incorrere in una sanzione tanto elevata (tra i 5 mila e i 10 mila euro, contro i precedenti 51) una donna esiterà a recarsi in ospedale in caso di complicazioni, andrà incontro a pericoli maggiori per la salute e si guarderà dallo sporgere denuncia nei confronti di strutture non autorizzate.
Le intricate e alterne vicissitudini di queste conquiste in materia di libertà non fanno che riproporre costantemente una avvertenza cruciale: i diritti ottenuti non sono “per sempre”. Occorre tenere alta la guardia, difenderli ogni giorno e non smettere mai di accudirli con cura e sollecitudine. Quanto agli ostacoli cui vanno incontro, essi non sono certo riducibili – come troppo superficialmente si sostiene – alla forte presenza della chiesa cattolica e al ruolo svolto dalle gerarchie ecclesiastiche nel formare e orientare il senso comune del nostro Paese
C’è dell’altro. Qualcosa che ha a che fare piuttosto con l’inerzia della classe politica e, più in generale, della società. Basti pensare a come il conservatorismo culturale e scientifico di una categoria fondamentale quale quella dei medici abbia pesato e pesi oltre che – lo si è detto – sull’applicazione della legge per l’aborto, su altre delicatissime questioni. Mi riferisco a tematiche come la procreazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sugli embrioni, la libertà di cura e l’auto-determinazione del paziente, il rifiuto dell’accanimento terapeutico e del dolore non strettamente necessario, le decisioni di fine vita e l’eutanasia.
Sia chiaro, quanto finora detto non intende negare le conseguenze profonde, profondissime che quelle riforme hanno determinato negli stili di vita e nella mentalità condivisa. E penso sia a quelle riforme molto serie e radicali degli anni Settanta, che a quella più fragile e contraddittoria della legge sulle unioni civili. Qui si vuole richiamare, piuttosto, un atto di consapevolezza: le riforme dette epocali lo sono così poco da rischiare costantemente l’involuzione, se non addirittura un vero e proprio capovolgimento.
È una lezione della storia che tendiamo a dimenticare: il progresso non è mai lineare e lo sviluppo della civilizzazione umana conosce arretramenti, contraccolpi, passi indietro, anche di grande portata. Non esiste un destino irresistibile di libertà verso il quale siamo indirizzati, quasi fosse una marcia trionfale. Esiste, invece, un percorso estremamente accidentato e spesso scosceso. Vale la pena, in ogni caso provare a percorrerlo.
Foto in apertura di Angelo Palma / A3 / Contrasto
Fonte: Pagina99

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