di Riccardo Vecellio Segate
Abituati come siamo a pensare al mappamondo politico come a un insieme di confini delineati, ci stupiamo sempre di come interi popoli dall’identità precisa possano essere stati privati di un territorio, nonché di un’autonomia amministrativa e commerciale sufficiente a garantire loro uno sviluppo economico e sociale afferente alle specifiche capacità.
L’esempio più evidente è quello dei Paesi africani, soprattutto nella zona del Sahel , squadrati col righello intorno a un tavolo di trattativa; quello meno evidente, ma più pressante, è incarnato nella situazione del Kurdistan. Lo ritengo il caso più urgente non solo per l’area coinvolta (Iran, Iraq, Siria, Turchia), ma per le dimensioni della popolazione interessata, per la ferocia degli scontri cui ha dato vita e per l’insensibilità della comunità internazionale nei confronti dei diritti cui i curdi provano a dare voce.
L’opinione pubblica, più di quanto sembri, rileva: se mai un giorno si troverà soluzione al litigio israelo-palestinese, sarà grazie ai riflettori globali costantemente puntati sulla Striscia di Gaza. Attenzione mediatica che andrebbe posta anche verso questo garbuglio, considerando che il territorio è sensibile a movimenti e modificazioni, ora più che mai. L’Iran, recentemente “riammesso alla comunità internazionale”, proverà a tornare guida del mondo islamico (sciita in primis, ma con un disegno più generale) in stringente competizione col sunnismo dell’Arabia Saudita. La Siria, più che un Paese, appare ormai come una moltitudine di zone sottoposte a coercizioni differenti, dove la metà dei cittadini è rimasta uccisa dal conflitto, sfollata internamente o espatriata verso Libano, Giordania, Unione Europea. L’Iraq, ancora instabile dopo l’intervento americano del 2003, versa in una condizione di difficile transizione verso una riorganizzazione degli apparati statali. La Turchia, stretta tra NATO e Bruxelles a ovest e Medio Oriente e Russia a est, col Daesh e i migranti che premono alle porte, non sembra aver ancora messo a fuoco i cardini di una politica estera coerente, con l’eccezione della certezza che un’adesione totale all’UE e al cosiddetto “blocco occidentale” appare ormai irraggiungibile.
Uno scenario friabile, dunque, in cui chiaramente le aspirazioni del popolo curdo si insinuano attraverso ogni anfratto possibile, cercando di cogliere l’occasione di emergere militarmente, ma soprattutto di tornare attuale, centrale nel dibattito politico-diplomatico. In questo quadro è luminosa la dicotomìa tra i concetti di “nazionalità” e “cittadinanza”, nonché la pericolosità di tale dissociazione se partorita in seno a errori di così lunga data.Abdullah Öcalan, leader controverso del PKK, ha quasi sicuramente mosso le fila di una fitta serie di azioni terroristiche, susseguitesi nel solco degli ultimi decenni soprattutto ai danni di Ankara. Dal punto di vista squisitamente teorico, però, ha ipotizzato una pace possibile nel segno del multiculturalismo, ribadendo al contempo la necessità di una maggiore indipendenza, senza per questo giungere alla creazione di un nuovo Stato. Un po’ quello, per intenderci, che de facto accade in suolo iracheno, e che è costantemente risultato difficile ottenere da Istanbul per la paura di quest’ultima di perdere ulteriori territori in séguito al disfacimento dell’Impero Ottomano. La Turchia ha tentato a periodi alterni due principali strade: quella dell’assimilazione (…ben diversa da “integrazione”!) e quella delconfinamento nell’arretratezza della “pericolosa minoranza curda”. La seconda è riuscita bene, se pensiamo che la famiglia tribale media curda è talmente ancorata a valori tradizionali del passato che quando una donna viene stuprata dall’ISIS, preferisce unirsi ai peshmerga piuttosto che rischiare la vita tornando al proprio villaggio!
Inutile ribadire il principio ONU della libertà di autodeterminazione dei popoli, seguìto a tratti quando la comodità del periodo storico lo rende imprescindibile, e dimenticato altrimenti. Utile invece dare una letta a “Guerra e Pace in Kurdistan” , libello-manifesto del succitato Öcalan, che dopo un sempre funzionale excursus etno-storicogeografico, ci consegna pagine sofferte intrise di orgoglio e “patriottismo” e, infine, la speranza di una proposta risolutiva: che il PKK, intanto, si liberi dalle sovrastrutture gerarchiche, tornando un partito “socialista e democratico” fatto di idee e di condivisione orizzontale. In secondo luogo, che le potenze permettano al Kurdistan di strutturarsi in confederazione etnico-culturale, sottoposta a giurisdizioni differenti solo per quanto concerne le basilari istituzioni di governo e controllo (soprattutto securitario) che uno Stato libero contemporaneo dovrebbe compendiare.
Una sorta di riconoscimento parziale, non violento, con istituzioni di Paesi differenti in cui una certa “quota” di delegati sia accreditata a un medesimo gruppo nazionale (ancora compare la distanza tra “Stato” e “nazione”). Una sovrapposizione originale, multilivello, che mio malgrado non ritengo troverà mai spazio in un atlante di domani: troppo complessa. Ma sono i pensieri innovativi e propositivi a cambiare il mondo, anche quando non vi riescono: gridare la propria verità, così come cercare la soluzione, sono probabilmente azioni molto più importanti dei concetti di “verità assoluta” e di “soluzione definitiva”. Soprattutto oggi che il terzo millennio, come riporta Limes, potrebbe davvero configurare una sotterranea, latente, ingovernabile, insidiosa, terza guerra mondiale. Spesso è dalla prigione che emergono gli scritti più significativi: si pensi ai gramsciani Quaderni del carcere , o alManifesto di Ventotene stilato da Rossi e Spinelli con il sogno di un’Europa finalmente unita. Prendiamo allora spunto anche dal mini-saggio di Öcalan, attualmente in regime di massima sicurezza nell’isoletta di İmralı, per provare a contribuire a riscrivere – ma stavolta in meglio – una nostra curda “verità”.
Fonte: Sconfinare.net
Originale: http://www.sconfinare.net/?p=29219

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