La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 8 marzo 2016

Primarie e simili, istruzioni per l'uso

di Alessandro Gilioli 
Il povero Matteo Orfini non aveva fatto in tempo a dire che a queste primarie piddine erano andate meno persone perché si erano evitate truppe cammellate o zingare, che quelli di Fanpage (bravi) hanno rivelato che almeno a Napoli non è andata proprio così, diciamo. In effetti, la questione è un po' singolare: sui social network, durante la domenica dei gazebo, quelli del Pd si vantavano che avevano fatto più elettori loro in un'ora che il M5S a fine voto, poi il giorno dopo ci hanno spiegato che se va meno gente è meglio perché così vuol dire che il voto è pulito - e invece non è nemmeno così.
Bel casino: che - al netto dei soliti scazzi tra i due partiti - in realtà pone la questione fondamentale, cioè la gestione della democrazia interna e il rapporto tra base e rappresentanti all'interno dei partiti e/o delle aree politiche.
Tema su cui bisognerebbe fare un po' di chiarezza, con qualche punto fermo.
Primo: il principio secondo il quale per fare un candidato sindaco o un leader di partito bisogna interpellare la base è ormai sdoganato e non si torna indietro, non si torna cioè a quando veniva tutto deciso da pochi notabili nei corridoi. Pensare che i limiti e le storture degli attuali sistemi (sia quello del Pd sia quello del M5S) siano una buona ragione per rigettare la democrazia dal basso è una sciocchezza fuori tempo. Anzi, ormai le forme di coinvolgimento della base nelle decisioni su candidati e rappresentanti tracimano un po' ovunque, dai socialisti francesi a Podemos in Spagna, ma pure i leghisti hanno scelto Salvini interpellando gli iscritti, anche nel centrodestra orfano di Berlusconi pensano di avvicinarsi a qualcosa di simile e perfino quella buffonata messa in pedi dallo stesso Salvini a Roma una settimana fa ha comunque il senso di sentire la base.
Secondo: lo snodo successivo è capire che cos'è la base, cioè qual è il perimetro nel quale si fa la consultazione. E qui siamo ancora a carissimo amico, appunto. Perché è ormai evidente che il meccanismo creato dal centrosinistra ancora ai tempi di Prodi (vota chiunque passa nelle vicinanze, quale che sia il suo credo politico) fa acqua da tutte le parti e il caso di domenica scorsa a Napoli viene dopo quello altrettanto discusso della Liguria nel 2015, di Modena e Reggio nel 2014, di Palermo nel 2012 e ancora più indietro di nuovo a Napoli nel 2001. Insomma non sembra più che il problema sia occasionale: sembra invece fisiologico e connesso con il meccanismo stesso del "vota chiunque". La questione ha probabilmente a che fare con la crisi della struttura dei partiti stessi, iniziata ormai vent'anni fa e ancora lontana da una soluzione: il vecchio partito di militanti e tesserati non c'è più, ma non si è ancora trovato un modello nuovo che funzioni.
Terzo: anche qui, pensare di tornare al meccanismo delle sezioni dei tesserati che votano un tizio, il quale poi con altri votati come lui sceglie un delegato, il quale poi a sua volta andrà al congresso a votare anche lui, mi sembra lievemente fuori luogo. È necessario invece trovare strumenti di definizione che siano più larghi e diretti delle vecchie tessere con delega ma più stretti e limpidi del "vota chiunque passi da quelle parti".
Quarto: se i partiti e i movimenti volessero davvero primarie pulite, inizierebbero quindi non solo ad avere un albo digitale dei propri simpatizzanti, ma anche ad affidarlo a società esterne concordate che - pur mantenendone la riservatezza - lo confronterebbero con un software con gli albi degli altri partiti, il quale software provvederebbe a eliminare quelli che si sono iscritti ad albi di partiti concorrenti tra loro (by the way, conosco uno iscritto alla piattaforma del M5S che domenica a Roma ha votato alle primarie del Pd, ad esempio).
Quinto: l'esigenza di una certificazione esterna alla regolarità del voto mi sembra un tratto comune delle zone erronee di Pd e M5S. Dato che le primarie (di entrambi i partiti) ormai sono diventate molto rilevanti per le sorti delle rappresentanze reali, credo che sia patrimonio comune della democrazia che ci sia, in tutti i partiti, una qualche forma di verifica indipendente sottraibile ai cacicchi o ai capi.
Sesto: se in tutto ciò - e facendo tesoro degli errori, quindi degli affinamenti necessari - iniziasse a ragionare un po' anche la sinistra non sarebbe male, visto che alle primarie del Pd fortunatamente non partecipa più (a parte Milano, ma anche lì mi sa che è l'ultima volta) però primarie proprie ancora non ne fa, e non si capisce bene perché, infatti qui a Roma quell'area sta nei casini totali tra Fassina e Bray mentre a Milano non si sa se e chi candidi, e soprattutto con quali criteri a parte le telefonate tra i capi e i capetti.

Fonte: L'Espresso online - Piovono Rane

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