La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 13 marzo 2016

Riaprire la questione della Rivoluzione

di Amador Fernandez-Savater
Il Invisible Committee (Comitato Invisibile) propone di attualizzare il potenziale politico delle piazza riconsiderando la rivoluzione non come un obiettivo, ma come processo. Sette anni dopo la pubblicazione del sovversivo, paradossale bestseller che fu The Coming Insurrection (L’Insurrezione che sta arrivando), il nuovo libro del Comitato Invisibile intitolato To Our Friends (Ai Nostri Amici), inizia confermando che “le insurrezioni sono finalmente arrivate”: dalla Primavera Araba, il 15-M e Syntagma a Occupy e Gezi Park.
Da li’ fa una scommessa: nei movimenti delle piazze si potevano vedere delle indicazioni precoci di “una mutazione della civilta’”- seppure una che manca ancora di un linguaggio proprio o di una bussola, appesantita dal carico delle eredita’ ideologiche del passato al centro di una grande confusione.
Allargare le piazze
To Our Friends costituisce un piccolo evento nel mondo dell’editoria, non nel senso di essere un successo di vendite o di marketing, ma piuttosto nel senso di costituire un’anomalia nella forma della scrittura e della pubblicazione. Questo non e’ un libro di un singolo autore, un’altra firma personale in una rete, ma e’ firmato da una denominazione fittizia appartenente a una costellazione di collettivi e gente che sostiene che “la verita’ non ha un proprietario”.
Non e’ un libro che origina solo dall’aver letto molti altri libri, ma anche da una serie di esperienze, pratiche e battaglie che essi considerano importanti per una riflessione e per raccontarle a se’ stessi. Non e’ un libro che cerca di istigare un “suono della stagione” o di convincere qualcuno di qualcosa, e quindi e’ diretto “agli amici”, a coloro che in qualche modo stanno gia’ camminando insieme anche senza conoscersi l’un l’altro, proponendo una serie di segnali, come le impronte lasciate da coloro a cui piace camminare per gli altri amanti delle lunghe camminate, con la differenza che questo sentiero non esisteva in precedenza, ma e’ fatto, piuttosto- collettivamente- mentre si cammina.
Il punto di partenza del libro sono le potenzialita’ e le limitazioni dei movimenti delle piazze- considerate non come una serie sparpagliata di eruzioni sconnesse ma piuttosto come una sequenza storica di rivolte interconnesse. Questi movimenti esplodono all’improvviso e alterano profondamente i contesti in cui essi operano, facendo annegare legittimita’ che sembravano solide come delle rocce e ridisegnando la realta’. Alla fine, tuttavia, essi sembrano abbattersi contro la parete delle macro-politiche prima di intraprendere un riflusso graduale, come e’ successo nei casi di Occupy e Gezi.
E’qui che appare “l’operazione egemonica” o puo’ apparire. Approfittando della rottura e del cambiamento nel senso comune generato dal clima nelle piazze, si tratta di conquistare l’opinione pubblica, i voti e il potere istituzionale, per forzare i limiti della democrazia parlamentare dall’interno attraverso politiche realmente social-democratiche, come e’ successo con Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.
Esistono altre opzioni? E’ possibile immaginare un’espansione non elettorale o non-istituzionale del potenziale delle piazze? Certamente questa domanda non presuppone un semplice ritorno ai micro-progetti, le lotte locali e il piccolo in gruppi di coloro che sono gia’ convinti. Tra il revival del verticismo politico e la tentazione della nostalgia, come possiamo continuare ad andare- e ad andare anche piu’ lontano?
Se noi non puntiamo all’egemonia, allora che tipo di politiche possiamo immaginare?
Il Comitato Invisibile propone una loro alternative: riaprire la questione della rivoluzione. Il che vuol dire, ri-inquadrare il problema della trasformazione radicale dell’esistente: un progetto sigillato dai disastri del comunismo autoritario del ventesimo secolo. Per perseguire una rottura con la democrazia parlamentare quale unica possibile struttura e l’emergenza di una nuova forma di vita. Per fare della rivoluzione “ non un obiettivo, ma un processo”.
2- Verita’ Etiche
Il corpo carbonizzato di Mohamed Boauzizi di fronte alla stazione di polizia di Sidi Bouazid a Tunisi. Le lacrime di Wael Ghonim durante l’intervista televisiva dopo essere stato liberato dalla detenzione segreta nelle mani della polizia Egiziana. Lo sfratto notturno di 40 manifestanti dalla Puerta del Sol a Madrid.
Le scene che negli anni recenti hanno avuto il potere di aprire delle situazioni politiche non oppongono la conoscenza all’ignoranza. In queste scene, ci sono voci e parole piuttosto che discorsi e spiegazioni. C’e’ gente comune e anonima che dice “e’ troppo”. Ci sono corpi che con coraggio occupano gli spazi e fanno cio’ che non dovrebbero. Ci cono gesta che sono pazzesche nel senso di essere imprevedibili e impossibili, sfidando lo stato di cose con la vita messa a nudo. C’e’ la materializzazione poliziesca di un ordine odioso.
Queste sono scene che, per chiunque, ridefiniscono e spiazzano il limite tra cio’ che tolleriamo e cio’ che non tolleriamo piu’. Scene che ci commuovono e che urlano per una rottura, uno scontro- tra le vite con dignita’ e le vite che non vale la pena vivere.
Il Comitato Invisibile asserisce che se i movimenti delle piazze sono riusciti a smuovere gli “attivisti perenni”, e’ proprio per questo; perche’ essi non hanno origine da ideologie politiche, da una spiegazione del mondo, ma da verita’ etiche.
Com’e’ una “verita’ etica” diversa da una “verita’” come quelle che noi generalmente accettiamo, come una dichiarazione e una cosa? Bene, la verita’ come semplice dichiarazione obiettiva non possiede, di per se’, la capacita’ di scuotere la realta’. Un potere senza legittimita’ puo’ continuare a operare anche se non e’ fondamentalmente sostenuto dal nostro accordo e consenso, la nostra accettazione o fede nelle loro spiegazioni, ma piuttosto dal soggiogamento dei corpi, l’anestesia delle sensibilita’, l’amministrazione dell’immaginazione, le logistiche delle nostre vite, la neutralizzazione dell’azione.
Le verita’ etiche, d’altro canto, non costituiscono la semplice descrizione del mondo, ma sono asserzionibasate sul modo in cui noi abitiamo il mondo e nel modo in cui ci comportiamo quando siamo presenti in esso. Non sono verita’ esterne e obiettive, ma sono verita’ delle sensibilita’: cio’ che sentiamo per qualcosa, qualcosa in piu’ della nostra opinione. Non sono verita’ che noi possediamo, da soli, ma verita’ che ci connettono con altri che percepiscono le stesse cose. Non sono dichiarazioni che possono lasciarci indifferenti, ma che ci compromettono, hanno un effetto su di noi, hanno bisogno di noi. Non sono verita’ che illuminano, ma verita’ che bruciano.
Se il Comitato Invisibile conferma che la potenza politica delle piazze risiede nelle loro verita’ etiche e’ perche’ esse ci allontanano dall’individualismo e ci mettono in contatto dappertutto con genti e posti, con modi di fare e di pensare. Improvvisamente noi non siamo piu’ soli, di fronte a un mondo ostile, ma interconnessi. Siamo colpiti in modo comune dall’immolazione di qualcuno simile a noi, dalla demolizione di un parco, dallo sfratto di un vicino, dal disgusto per la vita che viene vissuta, dal desiderio per qualcosa d’altro.
Noi crediamo che il destino del singolo ha a che fare con il destino degli altri. L’emozione delle parole condivise nelle piazze ha a che fare con il fatto che esse erano parole magnetizzate da quelle verita’ che trasmettono altre concezioni della vita.
Le politiche, allora, consistono nel costruire-basato su cio’ che noi sentiamo come verita’- forme desiderabili di vita, capaci di esistere e di auto-sostenersi materialmente; verita’ etiche che si impossesano di un mondo.
Critica della democrazia
Per il Comitato Invisibile, la richiesta di democrazia- sotto una qualsiasi delle sue forme: rappresentativa, diretta, digitale, costituente- non ha a che fare con le verita’ etiche che emanano dalle piazze. Al contrario: l’immaginario e l’orizzonte della democrazia ci dirotta, portandoci su un campo minato. Si scontra con il senso comune dei movimenti delle piazze, che puo’ venir riassunto nel famoso slogan “la vera democrazia, adesso”.
Nell’agora’ democratica, gli esseri razionali argomentano e contro-argomentano per prendere una decisione, ma l’assemblea che li tiene insieme continua a essere uno spazio separato dalla vita e dal mondo: e’ separata, infatti, per governarli meglio. Si governa producendo un vuoto, uno spazio senza niente (il cosiddetto “spazio pubblico”), dove i cittadini deliberano senza le costrizioni della “necessita’”. La materialita’ della vita-quella che, essendo disconnessa dalla politica noi definiamo come “riproduttiva”, quella “domestica”, quella “economica”, di “sopravvivenza” o la “vita quotidiana”- rimangono fuori, alla porta dell’assemblea.
La critica del Comitato Invisibile della democrazia diretta e’ non solo una critica teorica o astratta, ma puo’ essere capita meglio come un’osservazione dell’impasse e dei blocchi delle assemblee dei movimenti recenti: parole che sono lontano dall’azione, mettendosi “alla testa”; decisioni che non coinvolgono coloro che le prendono, soffocando le libere iniziative e il dissenso; il feticismo delle procedure e dei formalismi; gli scontri di potere per condizionare le decisioni; la centralizzazione e la burocratizzazione; e cosi’ via. Per il Comitato Invisibile, niente di tutto cio’ e’ “accidentale” ma piuttosto “strutturale”. Ha a che fare con la separazione istituita dall’assemblea tra le parole e gli atti, tra le parole e i mondi delle sensibilita’.
Per il Comitato Invisibile, il potenziale delle piazze non risiedeva nelle assemblee generali, ma negliaccampamenti – cioe’, nella vita in comune autogestita, attraverso la creazione delle infrastrutture, le cucine della solidarieta’, gli asili nido, le cliniche mediche, le biblioteche e cosi’ via. Gli accampamenti erano organizzati secondo cio’ che il Comitato Invisibile chiama il “paradigma dell’abitare”, che si oppone a quello di “governare”.
Nel paradigma “dell’abitare” non c’e’ nessun vuoto o opposizione tra il soggetto e il mondo. Piuttosto, i mondi assumono forme. Non esiste un decreto su cio’ che dovrebbe essere fatto ma piuttosto un’elaborazione di cio’ che e’ gia’ stato fatto. Non funziona basato su una serie di metodologie, procedure e formalismi, ma come una “disciplina del prestare attenzione” a cio’ che succede.
Le decisioni non vengono prese, ne’ dalla maggioranza ne’ per consenso generale, piuttosto perche’ esse fanno partire la scintilla; non sono scelte tra opzioni gia’ date ma invenzioni che emergono dalla pressione creata da una situazione concreta o problema. E coloro che “inventano” le decisioni le applicano essi stessi- confrontandole con la realta’, facendo di ogni decisione un’esperienza.
Alla fine la democrazia non forma solo una parte del paradigma del governo ma lo fa anche in un modo insidioso, perche’ vuole confondere il governare con i governati. Un grido come “questa gente non ci rappresenta” apre una crepa scandalosa, ma non ci vuole mai molto perche’ un “vero democratico” arrivi per assicurarci che, questa volta, con lui, ci sara’ davvero un “governo del popolo”. E cosi’ i governati vengono riassorbiti di nuovo nell’essere governati.
Un potere che e’ delegittimato in questo modo, un potere che si dice emani dalla “popolazione in azione”- per esempio, un “governo del 99 percento” che emerga dalle piazze- puo’ anche essere il piu’ oppressivo di tutti. Chi potrebbe metterlo in discussione? Solo quell’ un percento. Una piccola sezione della popolazione viene fatta passare come tutta la popolazione e mette l’avversario in una posizione di mostro, un criminale, il nemico da demolire.
E’ in questo senso che la memoria del 15-M (Movimiento 15-M in Spagna, Ndt) costituira’ sempre un pericoloso campo di disputa, come una “marea destituente” e la creazione di mondi autogovernati e “ingovernabili”, senza traccia di “potere costituente” o una “nuova istituzionalita’”, che emerga da esso. Si diventa e si rimane ingovernabili, quindi, rifiutandosi di autoletiggimarsi con referenza a un principio superiore; rimanendo felicemente nudo per sempre come l’imperatore della storia, assumendo il carattere sempre locale e situato, arbitrario e contingente di ogni posizione politica.
Il Potere e’ logistico
Circondare, assaltare, occupare i parlamenti: i siti del potere istituzionale hanno ammaliato l’attenzione e il desiderio dei movimenti delle piazze- e, forse dovuto a questo, la via elettorale e’ la loro continuazione logica. Ma siamo certi che il potere si trovi in questi luoghi?
Il Comitato Invisibile ha un’idea molto diversa: il potere e’ logistico e risiede nelle infrastrutture. Non ha una natura rappresentativa e personale, ma architetturale e impersonale. Non e’ un teatro, ma una struttura di acciaio, un palazzo di mattoni, un canale, un algoritmo, un programma informatico.
Il Comitato Invisible crede che il governo non risiede nel governo stesso, ma che sia incorporato negli oggetti e nelle infrastrutture che organizzano la nostra vita quotidiana- gli oggetti e le infrastrutture dalle quali noi dipendiamo completamente. Qualsiasi costituzione non ha nessun valore; la costituzione reale e’ tecnica, fisica e materiale. E’ scritta da coloro che pianificano, costruiscono, controllano e maneggiano le infrastrutture fisiche della vita, le condizioni materiali dell’esistenza. Un potere silenzioso, senza discorso, senza spiegazioni, senza rappresentanti, senza i talk show della TV- un potere a cui non ha senso opporre una contro-egemonia discorsiva.
Per il Comitato Invisibile non si tratta di “impadronirsi” dell’organizzazione tecnica della societa’, come se questa fosse una struttura neutra o di per se’ benigna, e fosse abbastanza semplicemente metterla al servizio di altri obiettivi. Quello fu l’errore catastrofico della Rivoluzione Russa: il distinguire i mezzi dai fini-pensando, per esempio, che il lavoro possa essere liberato attraverso le stesse catene di assemblaggio del capitalismo. No, i fini non sono inscritti nei mezzi: ciascun attrezzo e ciascuna tecnica configurano e, allo stesso tempo, rappresentano una certa concezione della vita, una parola di sensibilita’. Non si tratta di “prendere controllo” delle tecniche esistenti, ma di sovvertire, trasformare, riappropriarsi, sequestrandole.
Il pirata e’ una figura chiave nella proposta politica del Comitato Invisibile. O, meglio, lo spirito del pirata- nel senso piu’ largo, sociale, oltre quello puramente digitale- che consiste nel chiedere, sempre mentre si agisce:” come funziona?”, “come si puo’ interferire con questa operazione”, “come lo si potrebbe far funzionare in modo diverso?”
Lo spirito pirata (hacker) e’ preoccupato con la condivisione della conoscenza. Lo spirito hacker rompe la naturalizzazione della “scatola nera” in mezzo alle quali noi viviamo (infrastrutture opache che costringono i nostri gesti e possibilita’ quotidiane), rendendo visibili i codici operativi, scoprendo difetti, inventandosi gli usi, e cosi’ via. Ma non si tratta di sostituire “ mille hackers” per i “mille tecnici” di Trotsky.
Per diventare hackers, in maniera collettiva, e’ necessario che migliaia di persone blocchino un mega-progetto di infrastruttura che minaccia di devastare un territorio e le sue forme di vita. Un divenire hacker delle masse richiede migliaia di persone che costruiscano piccole citta’ nelle piazze di quelle piu’ grandi, capaci di riprodurre tutti gli aspetti della vita per settimane alla volta.
Le comuni
Le politiche classiche hanno propagato il deserto perche’ e’ separato dalla vita: avviene in un altro posto, con altri codici e in tempi diversi. Genera il vuoto-l’astrazione di parole sensibili per poter governare- e quindi lo espande.
La rivoluzione, all’opposto, costituirebbe un processo di ripopolamento del mondo: la vita ritornerebbe alla superficie, dispiegandosi, e auto-organizzandosi nella sua pluralita’ irriducibile, da sola.
Come proposta politica, il Comitato Invisibile definisce la “comune” come la forma che il dispiegamento auto-organizzato della vita potrebbe acquisire. La parola Francese “commune” ha almeno due significati (insieme alla sua importantissima evocazione storica): un tipo di relazione sociale e un territorio.
La comune e’, per un verso, un tipo di relazione: confrontati con l’idea del liberalismo esistenziale che ciascuna persona e’ padrona della propria vita, la comune diventa il patto, il giuramento, la determinazione a fronteggiare il mondo insieme. D’altro canto, e’ anche un territorio: posti dove un determinato grado di condivisione e’ inscritto in maniera fisica, la materializzazione del desiderio di una vita in comune.
Allora, il Comitato Invisibile propone la formazione di tribu’ o di gangs? Non esattamente, perche’ la comune e’ diversa dalla comunita’: non vive completamente esclusa e isolata dal mondo- nel cui caso semplicemente si asciugherebbe e morirebbe- ma e’ sempre attenta a cio’ che va oltre e traborda da essa, in una relazione positiva con l’esterno. Nessun mezzo per un fine, ne’ fini di per se’, le comuni seguono una logica di espansione non di egocentrismo.
Stanno parlando di politiche locali, di quartieri? Di nuovo, non esattamente, perche’ il territorio della comune non e’ prestabilito, non e’ pre-esistente, ma e’ la comune stessa che lo attiva, lo crea e lo attrae- mentre, a sua volta, il territorio gli offre protezione e tepore. Il territorio della comune non ha confini delimitati: e’ una geografia mobile e variegata, in costruzione permanente.
Un gruppo di amici puo’ costituire una comune, una cooperativa puo’ essere una comune, un collettivo politico puo’ essere una comune. Il problema dell’organizzazione e’, quindi, il problema di pensare come l’eterogeneo circola, non come l’omogeneo e’ strutturato. La sfida e’ di inventare forme e apparati di traduzione, momenti e spazi di incontro, legami trasversali, scambi, opportunita’ di cooperazione e cosi’ via.
“L’universale” non viene costruito mettendo il particolare (il singolare, l’entita’ localizzata) fra parentesi, ma approfondendo, intensificando il particolare stesso. Il mondo intero e’ rappresentato in ciascuna di queste situazioni, se diamo la possibilita’ a noi stessi di cercarle e trovarle. Sarebbe difficile, per esempio, pensare a un’esperienza con maggiore capacita’ di interpellanza, una che allo stesso tempo e’ cosi’ profondamente inscritta in un territorio cosi’ concreto come lo Zapatismo. Come dice il poeta Miguel Torga,”l’universale e’ il locale senza le pareti”.
“L’organizzazione” piu’ importante e’, in ultima analisi, la vita quotidiana stessa- come rete di relazioni capace di essere attivata politicamente qui e la’. Piu’ stretta la rete, migliore la qualita’ di quelle relazioni, piu’ grande il potenziale rivoluzionario della societa’.
In lode del contatto
Le rivoluzioni sono anche state insegnate e realizzate a partire dal paradigma del governo: il soggetto contro il mondo-l’avanguardia- che preme nella direzione giusta; pensato come scienza e Conoscenza con la C maiuscola; l’azione come applicazione di quella conoscenza; la realta’ come materia senza forma, da modellare; il processo rivoluzionario come “prodotto” o l’ aggiustamento di precisione tra i mezzi e i fini, e cosi’ via.
In un paradigma del governo essere un militante implica l’essere sempre arrabbiato con cio’ che succede, perche’ non e’ cio’ che dovrebbe succedere; sempre castigando gli altri, perche’ non sono coscienti di cio’ di cui dovrebbero essere coscienti; sempre frustrati, perche’ cio’ che esiste manca di questo o di quello; sempre ansioso, perche’ il reale e’ permanentemente diretto nella direzione sbagliata e tu devi soggiogarlo, indirizzarlo e raddrizzarlo. Tutto questo implica la mancanza del piacere, il non poter lasciarsi andare nella situazione, la mancanza di fiducia nelle forze del mondo.
Ci potrebbe essere un’altra via. Imparando a essere presente completamente, invece di governare, un processo di cambiamento. Lasciando che la realta’ ci coinvolga, e facendo si’ che noi la si possa influenzare a nostra volta. Prendendoci del tempo per appropriarci dei possibili che si rendono disponibili in questo o in quel momento. E’ in questo senso che il Comitato Invisibile afferma che il “tatto e’ la virtu’ rivoluzionaria cardinale”.
Se la rivoluzione e’ costituita dalle potenzialita’ inscritte nelle situazione, il contatto (con-tacto– “il toccare con”) e’ simultaneamente cio’ che ci permette di sentire dove il potenziale sta circolando e come accompagnarlo senza forzarlo, con gentilezza. Ed e’ questa sensibilita’ di cui abbiamo bisogno, molto piu’ di mille corsi di formazione nel contenuto politico.
“L’intelligenza strategica nasce dal cuore… Malintesi, negligenza e impazienza: questi sono i nemici”.

Da Z Net Italy: Lo Spirito Della Resistenza E’ Vivo
Traduzione di Francesco D’Alessandro
©2016 Z Net Italy-Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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