La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 12 aprile 2016

Voglia di autogovernarsi

di Matteo Saudino
La globalizzazione liberista e finanziaria ha cancellato rapidamente quel compromesso tra capitale e lavoro, fondato su welfare state e partecipazione sociale alla vita politica, che le democrazie rappresentative europee hanno realizzato faticosamente nei decenni successivi la seconda guerra mondiale. Lo smantellamento dei diritti di cittadinanza e di civiltà del lavoro, conquistati con lunghi cicli di lotta che hanno permesso il miglioramento delle condizioni di vita di operai, studenti, donne e migranti, procede senza tregua.
Il capitale globalizzato richiede precarietà lavorativa, salari bassi, sindacati concertativi, detassazione dei patrimoni finanziari e paradisi fiscali e necessita di realizzare profitto su scuola, sanità, ambiente, guerra, cultura e sicurezza. Tutto deve essere mercificato.
Per ottenere ciò servono post-democrazie televisive ed emotive, rette da mediocri classi dirigenti nazionali, forti con i deboli e deboli con i forti, al servizio dei mercati, delle banche e delle multinazionali, le quali, attraverso menzogne, paura, violenza, guerre tra poveri e spettacoli devono realizzare la privatizzazione dei beni comuni e lo svuotamento della partecipazione politica dal basso.
La democrazia 2.0 si fonda sulla passività dei cittadini, progressivamente trasformati in consumatori, telespettatori, concorrenti, comparse e ospiti. Tale mutamento antropologico e politico è stato costruito sullo sconforto e sul senso di impotenza delle moltitudini e sulla forza atomizzante di un capitalismo arrogante che ha abbattutto ogni forma di solidarietà e mutualismo. Tutto è individuale, tutto vale solo se è utile al singolo (o al massimo alla sua famiglia) e se risponde ai parametri dell’edonismo consumista. Ogni dimensione collettiva deve sparire, in quanto ostacolo alla realizzazione dell’immenso supermercato terrestre, in cui ognuno entra con il carrello e compra per i soldi che ha, altrimenti fuori, ad alimentare i marginali su cui comunque il capitale riesce a realizzare profitto.
In questa prospettiva i referendum popolari sono un ostacolo, un fastidio, magari di poco conto, sono la reminiscenza di un’altra democrazia possibile, che va soffocata nella culla, prima che qualcuno provi ad assaporare il gusto della partecipazione diretta. Potrebbe anche piacergli e ciò è estremamente rischioso per le élite dominanti. Ecco perché le classi dirigenti ci invitano a non votare su questoni centrali per le nostre vite come energia, scuola, ambiente e lavoro mentre contemporaneamente infestano le città, le radio e le tv di spot per chiederci di votarli per una delega, spesso in bianco o tradita, con cui realizzano interessi di lobby e gruppi di potere.
Andare al mare o in montagna domenica 17 è come autopugnalarsi: l’invito di Renzi all’estensione, oltre ad essere oltraggioso della Costituzione e simbolo di una volgarità istituzionale senza pari, è un suicidio politico da rispedire al mittente.
La cura contro le vuote post democrazie servili passa per un’iniezione vigorosa di partecipazione e di voglia di autogovernarsi in tutti i campi e settori e il referendum è un’occasione da non perdere, non sublimabile votando in un talent show.
Il mare è nostro, la terra è nostra, il lavoro è nostro, i profitti sono loro. Sarà difficile cambiare rotta, ma dobbiamo provarci. A partire da domenica 17 e da un SÌ convinto contro l’inutile e dannosa trivellazione del Mediterraneo e per una svolta energetica autenticamente ecologica.

Fonte: comune-info.net

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