La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 21 giugno 2016

La situazione sociale dell'Italia è drammatica. Servono risposte radicali. Ora

di Nicola Fratoianni
La campagna elettorale, così come l'esito del voto, dovrebbero sempre essere un momento di inchiesta sociale. Il momento in cui il termometro segna la temperatura del contesto in cui si vive, che esprime bisogni, necessità e lo stato di salute della rappresentanza. In sostanza, un'analisi del voto non può prescindere dall'analisi compiuta di ciò che nella società è accaduto in questi mesi e in questi anni. "Non ho rottamato abbastanza" dice il Presidente del Consiglio, nel tentativo di salvaguardare i cardini del suo discorso pubblico, riproponendo lo schema che è parte del problema e non la soluzione. Questo perché l'affermazione del movimento 5 stelle a Roma e Torino, o la vittoria schiacciante di De Magistris a Napoli vengono lette con le lenti del voto di protesta. Come se tutto si giocasse sul terreno "viscido e melmoso" del "nuovismo" a qualunque costo, a prescindere da cosa si propone e da come si vuole farlo.
Nessuno, piuttosto, che dica che siamo nell'anno numero 8 dopo l'inizio della più pesante crisi economica, sociale e politica che l'Occidente abbia conosciuto e che non è per nulla conclusa. Gramsci la definiva "crisi organica". Nessuno dalle parti del Nazareno che provi a mettere in fila e a nominare i disastri in cui questo paese e chi ci vive affogano. Eppure basterebbe utilizzare i bollettini di guerra che gli istituti di ricerca e statistica restituiscono ogni anno sulla condizione del paese, per capire a che punto è la notte: 11 milioni di italiani che rinunciano alle cure; 7 milioni di italiani che vivono in condizioni di povertà assoluta e relativa; gli stipendi più bassi di Europa per i lavoratori dipendenti, mentre i manager hanno le retribuzioni più alte; le piccole e medie imprese italiane che non ripartono; le banche che continuano a proteggere i loro forzieri e non concedono nulla, mentre il governo è impegnato solo a ripulire la pancia delle banche dai titoli tossici, senza che ci sia alcuna assunzione di responsabilità rispetto a tutti ciò che è accaduto in questi anni; le pensioni sempre più leggere, per chi le avrà; la disoccupazione che rimane un vero e proprio mostro.
Eccolo, quindi, il popolo. Visto che in questi giorni, in particolare negli appelli al voto per il ballottaggio, si è molto parlato del cosiddetto "popolo del centro-sinistra". Non hanno funzionato quegli appelli, se non in rari casi come Milano dove prima che Sala vince l'eredità del centro-sinistra che fu e Bologna, dove di fronte al pericolo xenofobo, i voti della sinistra hanno contribuito a salvare Merola. Per il resto non hanno funzionato perché quel popolo è ormai una categoria che appartiene al mito più che alla politica.
E come si pretende che esista ancora, se da anni quel popolo viene tradito e massacrato? La categoria degli insegnanti, per esempio, ha sonoramente bocciato la "buona scuola" con scioperi e proteste. Oggi si può dire che ha risposto anche nelle urne. I pensionati che faticano, i senza casa, gli esodati calpestati, i lavoratori alla mercé di Confindustria, senza che la politica si preoccupi di tutelarli. E poi i giovani. Precari, senza diritto allo studio, senza prospettive, senza reddito e quasi sicuramente senza pensione, che vedono il governo preoccuparsi più di chi possiede yacht, o delle banche, o delle lobby, piuttosto che del loro destino. Queste sono le periferie del nostro paese.
Il centro-sinistra non esiste più perché non esiste più quel popolo. Non esiste più la rappresentanza di quel popolo, nei modi e nelle forme che abbiamo conosciuto nel '900 e per tutta la seconda Repubblica, considerando ormai come certo che il voto di questi giorni sancisce l'ingresso nella terza Repubblica. Non esiste più perché le politiche di questi anni, governo Renzi in testa, hanno terremotato i destini e le aspettative di chi vive a Tor Bella Monaca.
L'aspetto più grottesco di tutta questa vicenda è che illustri commentatori in queste ore si affrettano a bollare il voto al M5s, a De Magistris e alla nostra sinistra, come "fine della politica", perché ci si ostina a considerare politica solo il "corpaccione tramortito" di quelli che erano dei partiti e oggi sono per lo più comitati elettorali.
Direi, piuttosto, che siamo di fronte a un cambio radicale delle forme della rappresentanza, questo sì. E siamo di fronte, ancora una volta, a una verità per me incontrovertibile: il nostro paese è culturalmente contrario all'ossessione maggioritaria-bipolare (così oggi definita da Ida Dominijanni) in cui quei "corpaccioni" e le loro dirigenze l'hanno voluto ricacciare. Un'ossessione che non tiene in nessun conto i meccanismi della rappresentanza, del legame da ricostruire fra gruppi sociali e partiti e movimenti, ma solo la sostituzione di gruppi di potere. Ecco perché è urgente e necessario tornare a discutere di un sistema proporzionale, che tenga conto delle reali forze nella società.
Da questo punto di vista, l'Italicum rappresenta ancor più un problema, in questa fase, e non perché non sono previste le coalizioni, ma perché spinge l'idea del maggioritario fino alle estreme conseguenze. E cioè che un singolo movimento politico raccolga tutto ciò che c'è da raccogliere (governo, controllo della Camera, Presidente della Repubblica, organi della magistratura), magari raggiungendo appena il 20% del consenso reale nella società, considerando l'altissima astensione. 
Come dire che a una già pesante contrazione degli spazi democratici si risponde con una ulteriore stretta sulla democrazia. Come dire che al malato somministriamo il virus che lo sta ammazzando, piuttosto che la medicina necessaria.
Per questo, per dare corpo alla prospettiva di un quarto polo, dobbiamo rispondere a questo pericolo, mettendo in campo innanzitutto una campagna per il No al referendum di ottobre che attraversi il paese palmo per palmo; e poi costruendo una soggettività politica che dica chiaro quali sono i suoi obiettivi e con quali pratiche intende perseguirli, con una consapevolezza sempre più chiara: la situazione sociale italiana è drammatica e richiede risposte radicali, come radicali sono i bisogni di quel mondo che vogliamo rappresentare.

Fonte: Huffingtonpost.it - blog dell’autore 

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