La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 23 luglio 2016

Compromis: la via valenciana al populismo

di Andria Pili
I nazionalismi progressisti entro lo Stato spagnolo, negli ultimi due anni, hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di Podemos nella proposta di un progetto politico alternativo al bipartitismo ed alle sue politiche antisociali. Il populismo della formazione morada ha convinto buona parte dell’elettorato delle nazionalità interne a sostenere un progetto ispanista differente da quello sorto dalla Transizione del 1978. Le ultime due elezioni generali, infatti, mostrano come il partito di Pablo Iglesias abbia fortemente indebolito il consenso della sinistra abertzale (Bildu) e marginalizzato il nazionalismo storico galiziano (BNG) mentre il raggruppamento collegato ad esso in Catalogna (En Comù) è riuscito a superare Esquerra Republicana.
Al di là di ogni considerazione sulla differenza tra le ragioni del voto alle generali e quello alle elezioni autonomiche, è evidente come abbiano acquisito credito delle tesi del tutto contrarie a quelle veicolate da questi nazionalismi: la riformabilità dello Stato spagnolo, un «patriottismo» legato ai diritti sociali anziché alla continuità con il franchismo, una concezione civica dell’ispanismo non in contraddizione con le identità nazionali presenti (Spagna come «nazione di nazioni»).
Significativo anche che solo nel Pais Vasco e nella Generalitat catalana questo progetto politico sia stato relativamente maggioritario nelle urne del 26J; segno di come lì vi sia una maggiore predisposizione al cambiamento politico, a differenza del resto dello Stato che si è mostrato più sensibile alle paure istillate dal pur corrotto Partido Popular. Soltanto nel Pais Valenciano il nazionalismo progressista- entro la Coaliciò Compromis – ha non solo retto la concorrenza di Podemos ma anche stabilito con esso una proficua collaborazione, senza la subalternità che ha invece caratterizzato i nazionalisti galiziani di Anova entro la piattaforma En Marea.
Coaliciò Compromis è il raggruppamento formato da tre partiti (Bloc Nacionalista Valencià, Iniciativa del Poble Valencià, VerdsEquo del Pais Valencià) garanti delle tre principali componenti ideologiche che animano la coalizione: valencianismo, progressismo, ecologismo. Il Bloc è l’erede del nazionalismo valenciano di Sinistra, di cui nel 1998 ha raggruppato i principali partiti; Iniciativa è il frutto della scissione, nel 2007, della corrente valencianista dall’Esquerra Unida del Pais Valencià, la sezione locale di Izquierda Unida; i VerdsEquo sono frutto della recente unione (2014) di due partiti ecologisti, di cui il primo nato dieci anni prima da una scissione dalla federazione valenciana dei Verdi spagnoli. Inoltre, è presente anche una componente civica (Gent de Compromis) con individui privi di affiliazione partitica.
Il valencianismo dalla marginalità politica al governo di Valencia e del Pais Valencià
Il valencianismo politico è sempre stato molto debole. La situazione del Pais Valencià, confrontata con le nazionalità storiche dello Stato spagnolo, sembra una sorta di via intermedia tra Catalunya ed Euskadi (poli industriali, borghesia forte e nazionalista, coscienza nazionale maggioritaria) e Galizia (colonia interna, borghesia debole e ispanista, coscienza nazionale minoritaria). Infatti, la Comunidad Valenciana tra XIX e XX secolo ha avuto un certo sviluppo industriale, in particolare nel settore tessile ma anche nella ceramica e nella chimica, tanto che nel 1900 il suo tasso di manifatture era superiore alla media spagnola e la sua industria contava quanto l’8% dell’intero comparto spagnolo. Tuttavia, la borghesia valenciana non raggiunse mai il livello degli omologhi catalani o baschi, di cui anzi subiva la concorrenza (la produzione di lana catalana era considerata di maggiore qualità) e da cui era anche superata sul proprio territorio (l’industria siderurgica impiantata nel Pais nei primi anni del ‘900 era di proprietà di Ramon de la Sota, importante figura del PNV). Tale classe sociale, dunque, non si fece mai «nazionale» né sviluppò la sua controparte operaia, come accaduto in Catalunya. In un sondaggio riportato dal Bloc nel 2009 si può notare quanto sia labile l’identità nazionale in questa comunità: solo il 2% dei valenciani si sente esclusivamente tale a fronte di un 55% che si definisce tanto valenciano quanto spagnolo.
Emblema di questa debolezza può essere considerata la vicenda dei principali partiti valencianisti sorti durante il franchismo: il Partit Socialista del Pais Valencià e la Union Democratica del Pais Valencià finiranno, durante la Transizione, per essere assorbiti dal bipartitismo (all’epoca UCD-PSOE). Negli anni ’60 sorse anche il nazionalismo valenciano moderno grazie alle opere di Joan Fuster, sostenitore di un’identità valenciana entro i Paisos Catalans e fautore di un progetto politico socialista contro la borghesia subalterna valenciana, incapace di portare il popolo valenciano all’autodeterminazione. L’influenza culturale di Fuster nell’ambito progressista fu tale da provocare una reazione da parte della UCD regionale, referente principale della borghesia locale: il blauverisme. Con questo termine si definisce la «transizione valenciana» verso lo statuto autonomo del 1983, caratterizzata da un acceso dibattito culturale in cui la Destra unionista ed i suoi intellettuali si impegnarono con forza nel differenzialismo anticatalanista e nell’elaborazione di una identità valenciana compatibile con l’appartenenza spagnola. Simbolo di questa fase è appunto la banda verticale «blau» sulla bandiera ufficiale della Comunitat, posta con il solo intento di distinguerla dalla senyera catalana.
La situazione politica valenciana dell’epoca era fortemente condizionata dalle dinamiche politiche espresse nel Centro. Così, tra la crisi economica e l’incapacità del governo di Destra di gestirla anche nel Pais Valencià l’UCD sarà superato nei consensi dal PSOE tra gli anni ’80 e la metà degli anni ’90. I governi socialdemocratici si distinsero per il loro sostegno all’industria endogena attraverso la creazione di istituti pubblici volti all’innovazione tecnologica delle piccole e medie imprese: il modello valenciano di politica industriale. Il periodo economicamente favorevole per la crescita dell’occupazione nel settore industriale durò dal 1984 al 1991, successivamente la disoccupazione crebbe sino al 24%. Ciò creò il malcontento necessario per spodestare il PSOE-PSPV ed il suo leader Joan Lerma dal governo del Pais Valencià alle elezioni del 1995, con la vittoria del Partido Popular che segnerà l’inizio di un’egemonia conservata sino alla recente crisi economica.
Il PP costruì il proprio modello produttivo, fondato sull’espansione del settore immobiliare e dei servizi turistici. Il settore delle costruzioni crebbe di 2096 imprese nel 1999/2000 e di 5517 nel 2005/2006, mentre il Pais si deindustrializzava (tra il 2005 e il 2006 si registrarono 200 imprese in meno nel manifatturiero) e faceva passi indietro nell’innovazione tecnologica e nell’educazione pubblica, con investimenti in ricerca e sviluppo inferiori alla media spagnola e alla media OCSE e l’espansione della domanda di lavoro con basso livello di formazione. L’aumento degli occupati, trainato dalla bolla della speculazione edilizia- alimentata dal drenaggio consistente di risorse pubbliche e private – e dai contratti di lavoro precari, fu la base dell’egemonia della Destra, rafforzata anche dal clientelismo, dai «grandi eventi» e da un proprio discorso regionalista – sempre nell’ottica reazionaria sopra descritta – celebrante questa «specifica» crescita economica, capace di erodere e assorbire l’elettorato dei regionalisti conservatori di Uniò Valenciana, che conclusero la propria esistenza nel 2011 chiedendo ai propri sostenitori di votare per il PP.
Le deboli basi di questo sviluppo fittizio iniziarono a crollare dal 2007, in correlazione con la crisi economica spagnola. Il Pais è stata tra le comunità autonome più colpite: tra il 2007 ed il 2010 il PIL pro capite crollò del 2.1%, mentre il tasso di disoccupazione passò dal 8.76% al 23.29% con la perdita di circa 300000 posti di lavoro, di cui 1/3 nel settore delle costruzioni ed 1/3 nel settore dei servizi privati. Nel 2012 la disoccupazione giovanile giunse al 53%. Vennero a galla gli effetti della sbornia neoliberista: indebitamento massiccio e corposi tagli alla spesa pubblica (in particolare scuola, università e sanità).
In questo contesto di disagio sociale, crescita di povertà e diseguaglianza, il nazionalismo valenciano uscirà dalla marginalità, contribuendo all’origine di un nuovo progetto di alternativa progressista al bipartitismo e di superamento dell’egemonia del PP. La ragione di ciò sta nella sua capacità di intercettare la reazione sociale valenciana alla crisi ed al fallimento del modello del Partido Popular, oltre che l’insoddisfazione diffusa verso il bipartitismo in generale. Era dal 1987 che un nazionalista valenciano non sedeva alle Corts Valencians (allora furono i due eletti di Unitat del Poble Valencià, entro una coalizione con Izquierda Unida); UPV in solitaria non ha mai superato il 3% dei voti, mentre il Bloc Nacionalista Valencià (nato nel 1999 dalla collaborazione del UPV con forze minori della sinistra valencianista) in coalizione con i Verds e con Esquerra Verda nel 1999 e nel 2003 riuscì a toccare il 4.7%, rimanendo comunque fuori dal massimo organo legislativo della Comunitat.
Nel 2007 si presenta alle urne Compromis pel Pais Valencià, una coalizione composta dalla federazione valenciana di IU (EUPV), il Bloc, Verds e una formazione minore. Riescono a prendere l’8% dei voti e 7 seggi, redistribuiti tra EUPV (5) ed il Bloc (2). La collaborazione tra queste due organizzazioni provocherà dissidi interni ad entrambe; tuttavia, i nazionalisti si dimostrarono capaci di gestirli a differenza della direzione di Esquerra Unida che – nell’intento di egemonizzare la coalizione – si diresse verso un duro scontro con la propria corrente valencianista (Esquerra i Pais) sino alla scissione di quest’ultima, provocata dall’espulsione dei suoi parlamentari Monica Oltra e Mireia Mollà. Da questa scissione nascerà Iniciativa del Poble Valencià, uno dei pilastri di Coaliciò Compromis di cui la stessa Oltra sarà la leader più carismatica.
Bloc, Iniciativa e Verds si sono presentati per la prima volta insieme alle urne nel 2008, alle elezioni generali, prendendo soltanto l’1% dei voti. Alle elezioni delle Corts Valencians del 2011 i tre partiti – presentatisi per la prima volta sotto il nome di Coaliciò Compromis – ottengono, invece, il 7% dei suffragi, superando Esquerra Unida (5.8%) e divenendo così la terza forza politica del Pais con 6 seggi (3 del BNV, 2 IdPV, 1 Verds).
Il 24 maggio 2015 Compromis riuscirà non solo a consolidare il suo ruolo di terza forza (18.7% e 19 seggi alle Corts) ma anche a porre fine al ventennale dominio politico del Partido Popular, che passa dal 48.6% del 2011 al 26.92%, rimanendo primo partito del Pais ma senza i seggi necessari per formare una maggioranza. La coalizione valencianista è diventata decisiva per la formazione di un “governo di cambiamento” con i socialisti del PSPV (il cui esponente Ximo Puig avrà la presidenza) e Podemos: l’Acord del Botanic ne è il patto programmatico, in cui è evidente l’influenza del raggruppamento di Monica Oltra, che otterrà la vicepresidenza. Simile situazione si è creata, sempre il 24M, nella città di Valencia, con la sconfitta elettorale di Rita Barberà- sindaca della città dal 1991 e divenuta uno dei simboli della corruzione del PP – e la creazione di un governo tra Compromis, PSPV e Valencia en Comù presieduto dal nazionalista Joan Ribò, dato il maggiore consenso ricevuto dai valencianisti (23.28%) rispetto ai socialisti (14.07%). Durante le ultime elezioni generali, queste due giunte sono state enfatizzate come un esempio per un possibile accordo tra PSOE e Podemos per spodestare il PP dal governo dello Stato; da qui il nome di «A la Valenciana» dato alla coalizione tra Compromis e Unidos Podemos per il 26J.
Il ruolo del nazionalismo valenciano
Il Bloc Nacionalista Valencià, l’organizzazione più forte della coalizione, nel corso della sua esistenza ha sempre utilizzato diversi espedienti comunicativi per attirare tutto lo spettro progressista («dal centrosinistra alla sinistra ortodossa», si legge nel suo Statuto): la scelta interclassista preferita ad una esplicito riferimento alle classi popolari; l’uso del termine «progressismo» piuttosto che una esplicita collocazione a Sinistra; l’adozione della perifrasi «associazione politica con i paesi con cui condividiamo la stessa lingua, cultura, storia», considerata più accettabile per il valenciano medio, anziché l’esplicita adesione al pancatalanismo. Inoltre, l’importante studio compiuto dal sociologo Lluis Català Oltra ha mostrato come il BNV abbia saputo contenere diverse tendenze valencianiste: indipendentisti, federalisti e anche semplicemente favorevoli ad un maggiore autogoverno entro lo Stato delle autonomie attuale. Il suo massimo obiettivo, dichiarato dallo Statuto del 2009, è comunque la piena sovranità nazionale del popolo valenciano entro l’Europa dei popoli. Dalla ricerca citata si evince come questo partito sia di fatto l’infrastruttura militante di Compromis, frutto di un radicamento costruito nel tempo anche tramite i proficui rapporti con l’associazionismo valencianista (Accio Cultural del Pais Valencià; Escola Valenciana; Tirant lo Blanc; l’organizzazione delle feste a carattere rivendicativo nazionale nei paesi) rientranti nel fine di normalizzare la cultura e la lingua del Pais, attivamente utilizzata dal partito.
L’adesione a Compromis è giustificata dalla linea politico-strategica emersa nel congresso del 2009: la direzione di uno «spazio valenciano di progresso», un progetto di costruzione nazionale aggregante ogni sensibilità del valencianismo, volto al cambiamento politico e all’ingresso nelle istituzioni per «valenzianizzare» il Pais. Uno spazio politico ostile al bipartitismo, definito «inerte», al fine di tradurre politicamente la volontà delle centinaia di migliaia di cittadini richiedenti più autogoverno, difesa del welfare e una crescita sostenibile.
Il progetto politico di Compromis
Nel progetto politico di Compromis è evidente tanto l’influenza del BNV quanto quella di IdPV, il cui partito nel documento politico congressuale si dichiara esplicitamente ecosocialista e anticapitalista. Il risultato è una sorta di via valenciana al populismo, indipendente da Podemos ma capace di usare con profitto diversi elementi caratterizzanti il suo discorso: «siamo il popolo», «contro le élite valenciane», «contro la società dei privilegiati».
Il programma del 24M cerca di coniugare l’esigenza immediata di un miglioramento della situazione dei valenciani più poveri, con un progetto a lungo termine per cambiare l’assetto sociale ed economico; è presentato come «radicale», «rivoluzionario», «di cambiamento», in quanto vuole porre le persone al centro del governo e andare alla radice dei problemi. Questi sono individuati nella deregolamentazione mondiale dei mercati e nella corruzione generalizzata – i quali hanno condotto all’economia speculativa che ha portato il Pais Valenciano alla crisi economica, politica e sociale – e nella mancanza di sovranità (alimentare, energetica, fiscale). È affermata come necessaria una rigenerazione democratica per conseguire l’uguaglianza e l’emancipazione delle persone definendo una nuova generazione di diritti umani inviolabili, come il diritto all’acqua e alla casa. Contro la povertà è stata proposta un reddito di base universale, il controllo delle tariffe dei servizi pubblici essenziali, il divieto di tagliare luce e gas in inverno. Il nuovo modello economico indicato viene descritto come «al servizio delle persone», tramite la riorganizzazione di tempo e lavoro in forma uguale, il sostegno al cooperativismo, l’investimento in ricerca, sviluppo e innovazione con la partecipazione attiva dell’università pubblica. In più: un Piano di Efficienza Energetica – che porterebbe alla creazione di 100000 posti di lavoro – che si opponga al nucleare ed al fracking e porti avanti il riciclaggio dei rifiuti, l’energia rinnovabile (minieolico e fotovoltaico per l’autoconsumo), la riabilitazione energetica degli edifici; in difesa di agricoltura, allevamento e pesca è fissato l’obiettivo della sovranità alimentare e della creazione di canali di distribuzione diretta.
Presenti diversi punti per contrastare il femminicidio e per difendere i diritti della comunità LGBT.
Il problema valencianista fondamentale è individuato negli obblighi fiscali verso lo Stato, lo scarso potere di riscossione e il debito storico di Madrid verso il Pais (13500 milioni di Euro di risorse ingiustamente non ricevute per i servizi essenziali, secondo il documento della commissione di esperti delle Corts, 2013). La soluzione proposta è un concierto economico sostenible, che consenta la riscossione e la gestione di tutti i tributi generati nella Comunitat- attraverso un’agenzia tributaria propria- oltre che la negoziazione a posteriori della parte eccedente da conferire al fondo di liquidità per le autonomie per compensare i servizi generali ricevuti. Inoltre, si richiede la piena capacità normativa senza le limitazioni stabilite a Madrid e Bruxelles. Senza la realizzazione di questo nuovo modello sovrano di fiscalità si paventa la trasformazione del Pais Valencià nella «Grecia dello Stato spagnolo» visti i continui prestiti che il governo autonomo è costretto a chiedere al FLA ed il suo debito di 40 miliardi di euro. Nel programma è richiesta anche l’istituzione di un’Auditoria Pubblica Cittadina che stabilisca la parte illegittima di quest’ultimo.
Riguardo la politica linguistica, la coalizione vorrebbe superare la vecchia legge sull’uso del valenciano del 1983, per andare oltre l’ambito educativo e incentivare la lingua nazionale anche negli spazi pubblici e professionali. Da segnalare che sotto il governo del PP, malgrado il ventilato regionalismo, la competenza linguistica valenciana è diminuita senza alcun contrasto.
Conclusioni
L’insoddisfacente risultato ottenuto da A la Valenciana alle generali dello scorso 26J- con il mancato sorpasso sul Partido Popular e la perdita di 20000 voti rispetto a Compromis-Podem nelle elezioni di sei mesi prima – non può inficiare la notevole posizione raggiunta da questa nuova forza politica valencianista. È interessante riflettere sulle ragioni del diverso impatto del nazionalismo valenciano con Podemos, rispetto al BNG o a Bildu. Probabilmente esse si trovano nella marginalità politica (prima della crisi) e nell’effettiva trasversalità in ambito progressista e valencianista del Bloc: questi due elementi l’hanno messo nelle condizioni di agire nel nuovo contesto economico, senza una pesante eredità, occupando lo spazio che Podemos – soltanto anni dopo la nascita di Compromis – avrebbe occupato nel resto dello Stato. Inoltre, è necessario chiedersi se questa fase di espansione sia solo una bolla destinata a scoppiare una volta che la situazione si sarà stabilizzata, seguendo il medesimo destino che qualcuno prevede per il populismo di Sinistra. A differenza di quest’ultimo, i valencianisti sono già alla prova con il governo, il quale- ad un anno di distanza, secondo un sondaggio di Invest Group – viene valutato positivamente dal 29% dei cittadini del Pais e male dal 26%; i risultati ottenuti fra tre anni saranno decisivi per il futuro di questo progetto politico.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Fonte: Contropiano 

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